The others

Molti di voi hanno visto in tv Misery non deve morire, ne sono certo. In pochi, invece, avranno letto il romanzo da cui è tratto il film: semplicemente, Misery. Analogamente, di quel film ricorderete più nitidamente di tutte la scena in cui Annie, l’ex infermiera psicopatica, rompe le gambe a Paul Sheldon con un martello. Io, invece, del romanzo ricordo con particolare trasporto la descrizione del gioco “puoi?”. Con la rievocazione di quel gioco, Stephen King scava alle radici della vocazione per la scrittura del suo protagonista. Da ragazzino, Paul era stato mandato per un paio di anni di fila ad un campo estivo in cui un animatore era impegnato ad occupare il tempo di una trentina di ragazzini. Di quando in quando, l’animatore – formatosi in non si sa in quale corso di pedagogia, vista la sottigliezza del gioco che proponeva ai piccoli – metteva in cerchio i ragazzi e iniziava a raccontare loro una storia rocambolesca, per esempio quella di tal Dino Distratto, che era capace di perdersi in una foresta vergine e trovarsi di punto in bianco circondato da leoni. A questo punto, sceglieva uno dei ragazzi seduti in cerchio e gli chiedeva “puoi?”. Vale a dire: “puoi continuare la storia e salvare Dino Distratto?”, e lasciava partire il cronometro. L’interpellato aveva 10 secondi di tempo per articolare un prosieguo plausibile per la storia, per poi lasciare a sua volta Dino Distratto immerso nei guai fino al collo e chiedere “puoi?” ad un altro concorrente. Chi si lasciava prendere dall’ansia e lasciava passare in silenzio i 10 secondi, oppure si affidava ad un improbabile deus ex machina per sbrogliare la storia, doveva lasciare il cerchio.

Bene, non so cosa darei per aver giocato a quel gioco, da bambino, e se fossi un animatore o un insegnante, lo proporrei ai miei ragazzi. Ci ho anche provato, dopo aver letto Misery, tentando un approccio tecnologico e provando a tessere una storia scritta a più mani online, dove io davo l’avvio e man mano i miei amici aggiungevano pezzi. Penso avrebbe potuto venirne fuori un bel costume di Arlecchino in parole, una cosa eterogenea fatta di tanti colori, a tratti cozzanti fra loro, ma allegra, a suo modo affascinante. Ma non è facile fare una cosa così, da grandi. Abbiamo troppo poco tempo da dedicare a noi stessi, alla fantasia, a narrare, a scrivere, a immaginare, a pensare. Siamo troppo abituati a concentrarci sul “devi” e sul “vuoi” per dedicare tempo al “puoi”. Perciò, il progetto per ora è fallito.

Una cosa, però, su questo blog, la posso fare. Posso dedicare una pagina a chi vuole scrivere qualcosa, a chi vuole dedicare una riflessione o una storia al resto del mondo (o a quel piccolo spicchio di esso che potrà mai imbattersi in queste pagine virtuali). Senza che si debba proseguire pezzi di storia lasciati a metà, senza cronometri né scadenze, qualcuno potrebbe decidere che questo spazio non gli dispiace, per dire quello che ha da dire.

Per questo dedico questa pagina a “the others”, agli altri da me, che come me vogliono fare uso, anche solo per una volta, del potere terapeutico della scrittura. Ma che, invece di chiuderlo nel cassetto, vogliono lasciare la porta aperta alla discussione e al confronto. Di chiunque si trovi a passare di qui.

Scrivete, se vi va, e mandatemi il testo attraverso la pagina dei contatti. Troverete il vostro testo nella home al più presto, nella categoria “the others”. Prendetevi uno spicchio del mio mondo, datene un po’ del vostro agli altri (the others). Potete?

3 risposte a The others

  1. Bisus ha detto:

    Devo saltare ancora un giro, non posso. Però oggi mi è capitato tra le mani On writing di Stephen King, e per la seconda volta in brevissimo tempo ho pensato che dovrei proprio avere il coraggio di leggere un suo libro. La prima volta l’ho pensato leggendo questo post. A presto

  2. swannmatassa ha detto:

    Dovessi dare un suggerimento, direi di cominciare con “stagioni diverse”, una raccolta di 4 racconti lunghi (o romanzi brevi) dei più belli. Basti pensare che dai primi due sono stati ricavati i film-capolavoro “Stand by me” e “Le ali della libertà”. Così si ha tempo e modo di gustarli e giudicarli, prima di passare eventualmente ai suoi famigerati tomi da 700-800 pagine e più.

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