Anche la scienza si compra

La notizia è di tre settimane fa, circa. Mark Maslin, uno degli editor della rivista scientifica Scientific Reports – che, benché giovane e meno prestigiosa, fa parte dello stesso gruppo editoriale del colosso Nature – ha rassegnato le dimissioni dopo che è stato annunciato che anche le riviste del gruppo Nature consentiranno agli autori di usufruire di un servizio di peer-review “accelerato”, per la modica cifra di 750 $. Del meccanismo di peer-review, che governa il sistema delle pubblicazioni scientifiche, ho già parlato tempo fa, qui ricordo solo che si basa sull’idea che i ricercatori di tutto il mondo costituiscano una comunità, all’interno della quale ciascuno presta gratuitamente la propria opera e la propria competenza, per assicurare la circolazione e la diffusione dei risultati scientifici, lavorando anonimamente, giudicando e suggerendo migliorie alle ricerche di colleghi, perché possano poi essere pubblicate.

Le dimissioni di Mark Maslin hanno provocato la risposta ufficiale, indispettita, di Nature, che ha spiegato che l’opzione del fast-tracking è un esperimento pilota, che è già utilizzato da altri gruppi editoriali e che comunque non influirebbe sull’accuratezza e sulla professionalità del giudizio sui lavori sottomessi. Nessuna di queste puntualizzazioni appare, ai miei occhi, appropriata. L’unica, vera impressione che se ne ricava è che, come sempre, chi ha più soldi sarà favorito. I gruppi meglio finanziati, che possono già fare ricerche di più alto livello, potranno contare anche su una via preferenziale di giudizio. Per non parlare delle possibili ripercussioni sul sistema stesso, che si è basato finora sulla buona volontà della comunità, ma ora qualcuno potrebbe decidere che forse non vale la pena di fare gratis un lavoro per cui puoi essere pagato. Infatti, c’è da dire che il servizio “veloce” di revisione dei lavori verrà “appaltato” ad una ditta specializzata, che, a sua volta, pagherà (la non del tutto trascurabile cifra di 100 $ ad articolo) la propria personale squadra di “revisori”, con l’impegno che ciascuno di loro completi il proprio lavoro nel tempo massimo di due settimane.

Si direbbe che l’idea che tutto si può comprare, anche il tempo impiegato per fare un lavoro estremamente delicato e importante, sia contrario ai principi della scienza, dove conta la sostanza dei fatti, il cuore delle cose. Ovviamente, questa considerazione si scontra con un’altra realtà, che sperimentiamo ogni giorno: i soldi comprano tutto, dalle sentenze dei tribunali ai risultati sportivi.

Un’ultima postilla.  Negli States questa notizia ha scatenato un po’ di dibattito, non solo su siti “di nicchia”, ma anche su siti pubblici (un esempio qui). In Italia, il silenzio. Se mai ci fosse ancora bisogno di riflettere sull’importanza che riveste in questo paese la ricerca scientifica, la sua etica e la sua trasferibilità al pubblico.

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9 risposte a Anche la scienza si compra

  1. newwhitebear ha detto:

    Tutto ha un prezzo, recita una famosa pubblicità. Quindi la nozione di scienza ha anch’essa un prezzo.

  2. retroscena interessante: qualche settimana fa partecipai a un sondaggio sulla peer-review promosso dal gruppo nature. tra le domande, una delle ultime, c’era: “saresti più invogliato a revisionare lavori se ci fosse un compenso economico?”. mica che poi uno pensi che le cose nascano per caso… 🙄

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