Con tutte le armi che ha forgiato il mio cuore

Le finestre sono fessure strette, sporche, sembrano feritoie. Il corridoio è freddo e anche un po’ tetro, silenzioso finché non passano le persone che qui ci lavorano: per loro non sta accadendo nulla di straordinario. L’alba è passata da poco quando ci disponiamo ad aspettare, raggomitolati sulle sedie. Non riesco ad immaginare un’attesa del genere nella canicola estiva. Nel freddo e nell’umidità di questo giorno di fine gennaio, si cristallizzano i pensieri e prendono forme stupefacenti, come fiocchi di neve osservati al microscopio.

La sala d’attesa non è una sala d’attesa, è nel corridoio stesso. È pavimentato d’azzurro, con una banda gialla a segnare il percorso. Sembra appropriato. Non stiamo aspettando una nascita, la stiamo percorrendo. Il senso della mutabilità delle cose e del passaggio del tempo si disvela in questo giorno. È come correre in autostrada di notte ed essere investiti da bagliori improvvisi: dapprima, quello che sfreccia intorno a te è nero e indistinto, indecifrabile, di quando in quando pensi di essere fermo; ma lampi di luce illuminano la via, e tutto acquisisce un senso, un profilo. E allora ti accorgi della strada che hai fatto, e di quella che si distende ancora davanti.

C’è un via-vai di persone. Ronzano attorno all’evento come le mosche d’estate, girando in tondo ma con movimenti nervosi, scarti improvvisi. C’è una solennità strana, in una nascita. È come trovarsi di fronte a un mistero che non si vuole svelare, una fonte di cui non interessa l’origine, ma solo il sapore. D’altronde, i bambini appena nati piangono, non ridono. Sembrano decretare essi stessi che non c’è da scherzare. La gioia è dettata dall’amore, non dalla leggerezza. Dovremmo tenerlo a mente in ogni risata. Quando stendiamo le labbra, il peso del nostro cuore aumenta, è una responsabilità che ci assumiamo nei confronti del mondo, ed è l’unica responsabilità che il mondo vuole che ci assumiamo davvero. Dobbiamo essere allegri con solennità, dobbiamo amare così forte da essere come macigni, capaci di affrontare tutti i venti e le maree del destino.

Lentamente la luce invade il giorno, interrompe l’inseguirsi della pioggia e del freddo che fino a ieri hanno tiranneggiato l’attesa. Il cielo sembra pieno di simboli, quando li cerchi, come le forme che riconosciamo nelle nuvole, che si disfano e fanno nei nostri discorsi. Eppure, il senso di tutto questo non è il cambiamento, ma proprio la continuità. La forza della vita sta lì, è come un fiume in piena. A volte penso che scorra nel letto de tempo, o che il tempo vi faccia da argini. Ma non è vero neanche questo. Le nostre vite sono piuttosto come pianeti che ruotano attorno ad un sole di cui non conosciamo natura, in una galassia che va alla deriva, in tondo anche quella.

Quando il meccanismo s’inceppa, anche il tempo sembra si fermi. Il dolore è la spia della forza con cui vogliamo le cose. Deve essere per questo che amore e dolore vanno a braccetto. Deve essere per questo che la gioia somiglia tanto alla cessazione del dolore, che la passione sembra sofferenza trattenuta, che esplode. Le lacrime hanno sempre la stessa forma, che siano piante per gioia o dolore. Il nostro corpo – si vede – lo sa, che le due cose sono una, e che dobbiamo conoscere una via, per percorrere l’altra.

Eppure, domani impugnerò tutte le armi che il mio cuore ha forgiato, per cambiare le leggi del cosmo. Da domani, figlia mia, la gioia dovrà essere solo gioia, per te, e il dolore nulla. Sarò scudo e balestra, sarò spada e sarò lancia. Sarò quello che serve perché il tempo invecchi, finalmente, e viva i tuoi anni con te. Perché smetta di girare come una giostra e vada avanti con te, per te.

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