Favola per cuori infranti

Questa è una favola per cuori infranti, perché inizia con una storia finita e finisce con una storia che inizia. Per lo stesso motivo, è una favola per menti confuse e per lingue imbrogliate, tanto che mi è stata raccontata da un cacaglio, così chiamiamo a Napoli quelli che balbettano. Il cacaglio che mi ha raccontato questa storia mi ha detto: “Vu-vu-vuoi sentire la mia st-st-storia?”. Gli ho risposto un laconico “perché no”, e lui ha iniziato dicendomi che la donna che amava era morta. Ha tirato fuori dalla tasca posteriore un foglio ripiegato un’infinità di volte, e ogni piega era un risvolto della storia. Quando lo ha dispiegato del tutto e me l’ha mostrato – come se da solo spiegasse tutto –  ho visto che era un necrologio. Il necrologio recitava Teodora d’Amico, vedova Brutta. Ho pensato che la sorte è inclemente anche nella morte, dopodiché gli ho chiesto se lui facesse Brutta di cognome. Magari la “donna che amava” non era altro che sua madre. Lui mi ha risposto di no, che lui di cognome faceva Pregadio, il che gli è costato molta fatica e una decina di sillabe sovrannumerarie. Allora gli ho domandato chi fosse questo Brutta di cui era vedova la signora Teodora, e lui mi ha risposto che ne era il marito. Insomma, non è stato facile venire a capo di questa favola per cuori infranti, ve lo assicuro, ma al netto della balbuzie ne è venuto fuori quanto segue.

Matteo Pregadio era innamorato di Teodora D’Amico, ma la signora Teodora era bionda e non aveva molto cervello. Questo me l’ha detto Pregadio, vi prego di non credere che io pensi che le bionde siano senza cervello. Lui la pensa così. Pare che fosse innamorato di Teodora più per le sue caviglie che per il suo cervello. Anche questo me l’ha detto Pregadio, e vi prego di non credere che io sia un feticista delle caviglie, se mai ne esiste uno, e il cielo ce ne scampi. Bene, non avendo molto cervello, la signora Teodora non aveva saputo apprezzare l’amore di Pregadio, e anzi l’aveva fatto oggetto di lazzi per la sua balbuzie. Così mi ha detto Pregadio: “fatto oggetto di lazzi”. Ha usato altre espressioni similmente peculiari, nel raccontarmi la sua storia, tanto che mi sono detto che forse, a causa della balbuzie, dovesse aver sviluppato un linguaggio inconsueto, pur di aggirare le parole che gli procuravano maggiore disagio. Alla lunga, Pregadio aveva rinunciato a corteggiare Teodora, ma non per questo aveva mai rinunciato al suo amore. Così, quando Teodora aveva sposato Giorgio Brutta, nonostante il cognome, che era compensato da un portafogli piuttosto gonfio, Pregadio l’aveva ucciso. Questo me l’ha detto Pregadio, il fatto che il cognome di Brutta fosse compensato dal suo portafogli, intendo. Che Pregadio l’avesse ucciso, invece, era attestato dal fatto che questa storia me l’ha raccontata in prigione, dove scontava la condanna per omicidio. Io ero lì per un’inchiesta giornalistica, vi prego di non credere che fossi anche io ospite della struttura, per così dire. Ora, oltre a non avere troppo cervello, pare che la signora Teodora non brillasse neanche per sentimentalismo, tanto che aveva preso la dipartita del marito con soverchia filosofia, e si era data alla bella vita. Pregadio non aveva potuto ammazzare i suoi innumerevoli amanti, perché impegnato a trascorrere uno sgradevole soggiorno dietro le sbarre. Tuttavia, gli stravizi della vedova non erano rimasti senza conseguenze, anche se non mi è stato possibile capire se la signora sia morta di cirrosi epatica, di cancro ai polmoni o di sifilide, o di una combinazione delle tre cose. Mi sarei aspettato un’overdose, ma pare che la combriccola fosse vecchio stampo. A questo punto, Pregadio è arrivato al punto: mi ha detto che la morte della sua amata era stato l’ultimo dei segni che lo aveva spinto fra le braccia di nostro Signore. “Nostro Signore” lo pronunciava benissimo, e riusciva anche a pronunciare la maiuscola, cosa che io non so fare. Potete ben immaginare che io non abbia potuto esimermi dal chiedere quali fossero stati gli altri segni. Devo dire di avere ammirato il suo stile narrativo asciutto, senza dubbio anch’esso figlio del suo difetto di pronuncia. Mi ha raccontato molto semplicemente che, mentre menava l’ultimo fendente di mannaia, che avrebbe staccato il braccio destro dal corpo dell’ing. Brutta, ma prima di cominciare a mirare al collo e pertanto mooolto prima di compromettere le funzioni vitali del suo rivale in amore, il sangue aveva disegnato un arco simile ad un’aureola, per andare alfine a comporre, sulla parete immacolata di villa Brutta, un volto santo. L’evento non dovette dissuaderlo dal portare a compimento il compito prefissatosi, visto che il corpo fu poi raccolto in cinque sacchetti distinti. Il secondo segno ad aver promosso la conversione di Matteo Pregadio ebbe luogo in tribunale, mentre il suo avvocato, assegnatogli d’ufficio, cercava di far passare l’evento dell’apparizione in sangue del volto santo come un segnale di redenzione dell’imputato e, per estensione, come un’attenuante. Pregadio giura che il giudice stesso si fosse segnato, in occasione di tale racconto, durante l’arringa finale, e che lui abbia interpretato tale evento come un segno. Dal canto mio, mi sono guardato bene dall’esprimere i miei dubbi sul fatto che il giudice potesse essersi lasciato andare ad un simile gesto, per non parlare del fatto che non mi sembrava neanche si potesse parlare di un secondo segno, visto che, di fatto, era ancora una manifestazione del primo. In materia di cose miracolose, del resto, ognuno conta un po’ come vuole.

Insomma, alla morte della sua amata, Pregadio aveva definitivamente capito che la sua via era la via della luce. Pareva fosse anche convinto che il suo compito fosse intimamente legato alla narrazione della sua redenzione, il che, vista la balbuzie, somigliava molto da vicino a un supplizio.

Ecco, voi mi direte, ma cosa mai c’è in questa storia per chiamarla favola, e cosa mai c’è di consolatorio, da dedicarla ai cuori infranti? Vorrei potervi dire di più, ma in fondo è quello che mi chiedo anch’io, quando prego Dio.

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9 risposte a Favola per cuori infranti

  1. newwhitebear ha detto:

    Un racconto simpatico e ironico, che per molti versi sembra un fatto realmente accaduto.
    Fantasia e ironia non mancano. Nomi Prega Dio, anzi Pregadio. Vedova Brutta altra chicca. Poi la conversione e Pregadio prega veramente Dio.
    Tutto condito con abile maestria sul filo dell’ironia.

  2. Nexus - ha detto:

    Geniale e surreale assieme perchè la realtà scomposta e analizzata pezzo per pezzo è sempre un po’ surreale. Scritta benissimo. Complimenti.

  3. menteminima ha detto:

    Tu mi fai girar come fossi una bambola!

  4. Silver Silvan ha detto:

    Quanto dio. Mat-teo, Prega-dio, Teo-dora. Questo post puzza di incenso.

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