Nove versioni d’amore

Modo d’amare #1: Chiedere

Al mattino, quando lui le portava il caffè, lei diceva: “baciami”.
Il pomeriggio, quando lui tornava da lavoro, lei gli chiedeva: “abbracciami”.
La sera, quando si mettevano a letto, lei lo esortava: “amami”.
Ma quando, qualche anno dopo, lui le annunciò che un’altra gli aveva detto “ti amo”, non fu lei a dire “lasciami”, ma lui a dire “ti lascio”.

Modo d’amare #2: Lamentarsi

Da fidanzati, quando lei, nonostante la timidezza, l’abbracciava in pubblico, lui si mostrava stupito: “Ehi, cos’è questo slancio d’affetto?”. Lei smise di averne.
Più tardi, quando ebbero una figlia, lui osservava invidioso le loro effusioni. Quando alfine la piccola schioccava un bacio anche a lui, esclamava: “Oh, e come mai tanta dolcezza?”. Così finirono i baci.
Anni dopo, all’arrivo di una nipotina, lui attendeva la visita domenicale con ansia, per tutta la settimana. Quando la figlia arrivava chiassosa, con tutta la famiglia al seguito, lui faceva, enfatico: “Che piacere! A cosa mai dobbiamo l’oNore di questa visita?”. Le visite si diradarono.
E quando lui tacque, sul letto, alla fine, non una delle sue donne lo pianse. Avevano paura di sentirgli dire: “Embe’? Come mai tutto questo sentimento?”.

Modo d’amare #3: Sottrarre

Lei era una ragazza bella, solare, con un sorriso luminoso. Una sera, quando lui andò a prenderla all’uscita dalla scuola di danza, gli disse: “Lo sai? La maestra mi ha chiesto di lavorare con lei. Esibizioni di danza nei locali”. Lui disse: “non se ne parla”: Lei rinunciò anche al saggio, perché lui era geloso di vederla in costume.
Allora si iscrisse all’università. Un giorno, lui andò a prenderla alla fine delle lezioni. Lei gli disse: “Sai? Il mio professore mi ha proposto di fare uno stage estivo in Germania. Dice che ho grande talento”. Lui disse: “È un uomo? Non se ne parla, so io a quali talenti allude il tuo prof”.
Quando, molto tempo dopo, la sua bellezza sfiorì, anche il suo sorriso si spense. Vedendola triste, lui le disse: “Sai? Dovresti essere felice di avere me, e ringraziarmi. Senza di me non saresti nulla, non hai saputo combinare mai niente”.

Modo d’amare #4: Sacrificarsi

Quando sua mogli gli mostrò il risultato del test di gravidanza, lui mise in vendita l’azienda di famiglia e accettò il posto da lavoratore dipendente, più sicuro. Si disse: “Lo faccio per lei”.
Quando la figlia andò a scuola, lui cedette la macchina, per mandarla negli istituti più prestigiosi. Le disse: “Lo faccio per te”.
Quando la figlia si sposò, lui si trasferì in una casa più piccola, umida, per lasciare quella grande agli sposi. Disse loro: “Lo faccio per voi”.
Quando poi stette male, disse alla figlia: “Vorrei tanto passare i miei ultimi anni con voi. Ti prenderai cura di me?”. Lei lo portò in una casa per anziani. Su un biglietto, gli scrisse: “Quando non ci sarai più, potrò smettere di sentirmi l’elemento di disturbo, quello a cui hai sacrificato ogni cosa”.

Modo d’amare #5: Possedere

C’erano giorni in cui lui non le chiedeva niente, e lei poteva andare al bar con le amiche. Ma se lui passava di lì, anche per caso, la prelevava, come un oggetto che gli fosse caduto di tasca.
C’erano giorni in cui lui non tornava a dormire, ma se lei tardava quando andava a fare la spesa, lui l’aspettava con la cinta in mano.
Lui le aveva comprato un’agendina, sulla quale lei segnava ogni telefonata che faceva e riceveva, con chi, e per quanto tempo.
Un giorno lei partì per un viaggio da cui non si può fare ritorno, né in orario, né in ritardo. Per aspettarla con la cinta in mano, lui avrebbe dovuto sfilarla dal collo di lei.

Modo d’amare #6: Azzerarsi

Quando gli amici gli chiesero se si sarebbe fermato a festeggiare con loro, lui disse: “No, devo accompagnare lei a Treviso, sono dieci ore di viaggio”.
Quando la madre compì sessant’anni, lui le fece una telefonata. Le disse: “Auguri, ma’. Mi spiace non esserci, ma lei ha il concorso domani, ha bisogno di me”.
Quando lei ottenne il trasferimento, lui si occupò di ogni cosa, le trovò casa, stipulò i contratti.
Quando lei lo lasciò, lui caricò la macchina con le sue cose e l’accompagnò a casa dell’altro. Le diede un bacio sulla guancia, piangendo, e le disse: “Se hai bisogno, mi chiami”.

Modo d’amare #7: Proteggere

Lei era molto più giovane di lui. Quando l’amica andò a trovarla, con della polvere il tasca al posto dell’erba, lui la pagò per dieci di quelle bustine e le disse: “purché tu sparisca”.
Quando, qualche tempo dopo, lei finì dentro per essere stata coinvolta in una rissa in discoteca, lui andò a riprenderla, garantì per lei, la riportò a casa.
E quando, nell’intimità, lei lo prendeva in giro e lo chiamava chiamava papà, invece di Sasà, lui stiracchiava un sorriso e si diceva “è solo un vezzeggiativo”.

Modo d’amare #8: Donare

Si trovarono a sedere vicini ad una lezione, all’università. Lui le chiese in prestito una penna, ché la sua non scriveva. A fine lezione, lei disse: “La vuoi? Tienila!”.
Si sedettero vicini, stretti l’uno all’altra, sugli scogli. Si era appena consumato il loro primo appuntamento. Lei disse: “Mi vuoi? Prendimi!”.
Il giorno dopo il parto, col volto ancora sfatto, lei gli sorrise, il bimbo in braccio. Lo tese verso di lui e gli disse: “Prendilo, è tuo”.
Erano felici. Solo al buio, nel letto, lei si chiedeva, qualche volta, quale parte fosse la sua, in tutto quello che avevano.

Modo d’amare #9: Condividere

“Vieni”, le disse. “Ho scoperto una cosa, voglio farti vedere”.
“Stai con me”, le chiese. “Non c’è tramonto più bello di questo, se stiamo insieme”.
“Assaggia”, le offrì. “Non ho mai mangiato niente di così buono”.
“Ascolta, è il mio brano preferito”. “Leggi, l’ho scritto pensando a te”.
“IO voglio stare con te. Per sempre”.

Modo d’amare #10: L’Amore Perfetto

C’era una volta. E vissero per sempre felici e contenti.

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41 risposte a Nove versioni d’amore

  1. viola ha detto:

    L’amore perfetto non esiste , esiste solo il rispetto 😉 buona serata

  2. rideafa. ha detto:

    undicesimo modo di amare: amare senza altri verbi, amare nel modo che in due ci si vuole e ci si sa amare.

    mi sa che ho scritto una banalità, swann.

    • swann matassa ha detto:

      il mio post è pieno di banalità, sare, forse perciò è più vero di altri.
      e poi, questa tua definizione mi fa pensare che anche tu, come tanti, creda che l’amore sia una parola senza significato: mi sai indicare altri verbi che possano definirsi solo ripetendo se stessi? (provocazione, eh).
      sai che mi sono imbattuto in un tuo vecchio commento ad un mio vecchio post, in cui ero un po’ ruvido con gli avvocati, e mi sono reso conto solo ora che all’epoca non sapevo tu fossi avvocata? 😀

      • rideafa. ha detto:

        ùh, bèh,si, faccio l’avvocata, ma non è che questo mi obnubila il cervello, e, possono essere, in effetti, gli avvocati, l’effetto collaterale del diritto. ma questo temo capiti in tanti ambiti.

        non saprei swann. se sia vedere come tanti una sorta di inconsistenza nel verbo amare.
        credo conservi un potenziale pericolosissimo, come tutte le idee eteree che scatenano credenze e integralismi.

        diciamo che amare fa rima con fare. ecco.
        e il verbo fare, delle volte, rischia di essere una implicita coercizione: fai questo. allora swann, potremmo alleggerirlo con il verbo volere.
        amare è voler fare l’amore. e ognuno vuole secondo i proprio bisogni, incontrando quelli dell’altro. o talvolta scontrandosi con i medesimi. quando scrivi, credo in uno scambio con inteso – che saluto -, che soggettivizzare è un ossimoro (se ho capito bene), bèh, io credo che anche sottovalutare, o non considerare, la valenza soggettiva in ogni contesto, apparentemente, oggettivo, lo sia.
        le tue categorie, sono appunto tue. se le scrivessi io, vedrei le còse con i miei occhi. categorizzo, in un certo senso, i miei occhi.

        ma swann, non risolveremo il rebus dell’amore. in ogni caso.

        • swann matassa ha detto:

          “amare è voler fare l’amore”. credo di poter dire che sia una delle definizioni d’amore più belle che io abbia raccolto finora. non la capisco, ma la trovo bella, come molte delle cose che non capisco, e poche di quelle che capisco.
          sulla soggettivizzazione delle categorie, temo di essere io, stavolta, come biologo, a rappresentare un effetto collaterale della biologia. sono costantemente alla ricerca di leggi di natura, ma questo è un altro tema.
          e no, non risolveremo il rebus dell’amore, ma quanto mi piace cimentarmi con questioni che non risolverò mai! (e tu ora mi hai offerto una nuova, graziosa angolazione da cui osservarla)

          • Silver Silvan ha detto:

            Bella definizione, come no. Berlusconi è d’accordo. Lui ha amato un sacco di gente. Prevalentemente puttane minorenni, ma mica vorremo sottilizzare?! È amore!

  3. mododidire ha detto:

    Eh. Mica da poco questo post… C’è da imparare, mi sa…

  4. intesomale ha detto:

    Mah. Un tempo avrei avuto cose da dire. Ora la penso in modo simile a rideafa. Anzi. Penso che qualunque sia il tuo, di modo di amare, questo post ne faccia parte.

    • swann matassa ha detto:

      non lo so, le definizioni soggettive mi sembrano un ossimoro.
      io piuttosto farei un esperimento: toglierei dal vocabolario la parola “amare”, per vedere l’effetto che fa sul mondo la sua sottrazione, come l’acca di gianni rodari. mi chiedo se come il chianti senza h, avremmo anche noi un sapore disgustoso. oppure il contrario.

      • intesomale ha detto:

        Io scrivo tanto e di tante cose e con le parole ho creato amori che poi ho messo nel mondo e che a volte son vissuti, a volte morti. Ma il sapore che mi resta di lei sulla lingua non c‘entra coi verbi. C‘entra col minuto prima e con quello dopo. In natura poche, pochissime cose si assomigliano fra loro, con buona pace delle categorie. Ogni volta che ho applicato categorie all’amore, per riordinarlo, è successo che al posto della realtà vedevo racconti glorificanti o resi miseri da parole. A conti fatti, io ora non ho bisogno della parola “amare“, ché la cosa, la mia, mi rimane.

        • swann matassa ha detto:

          che dirti, io non ho mai corso il rischio di vivere storie di carta, semmai ho il problema contrario, di essere troppo aderente alla realtà.
          poi sul fatto che quello che viviamo non abbia a che fare coi verbi, mi trovi d’accordo. il problema è che prendiamo tanto sul serio la nostra capacità di parlare e di pensare (blateriamo sul fatto che sia ciò che ci distingue dagli “altri” animali) che nulla è reale se non l’abbiamo detto, o pensato. sarà per questo che l’amore è così vago, inteso, perché gli abbiamo attribuito una parola che è tutto e non è niente. una parola senza definizione è come un buco nero, e noi non sappiamo conoscere le cose per cui non abbiamo un verbo, o una categoria mentale.
          o, almeno, così pare a me.

          • intesomale ha detto:

            Se la carta resta sulla carta non merita neanche menzione, sono empirista come te. Se entra nel mondo dei corpi e degli incontri è spesso un buon tornasole della fallacia di tante definizioni. Ma credo che gli amori siano come le impronte digitali: coincidenzialmente uniche. Le categorie servono a tutto fuorché a vivere.

          • swann matassa ha detto:

            mi auguro che tu abbia ragione. ma non so rispondere (sulla cosa delle impronte digitali, in particolare).

          • intesomale ha detto:

            La sai la barzelletta di aristotele e della pulce? Aristotele dice alla pulce “salta“, e quella salta. Poi le toglie una zampa, ripete “salta“, e quella salta. Le toglie una seconda zampa, “salta“ e quella salta. Avanti così, finché, toltale anche l‘ultima zampa, al comando “salta“ la pulce sta ferma. Allora il filosofo conclude: “se privata di tutte le zampe, la pulce diventa sorda“.

          • swann matassa ha detto:

            🙂 la conoscevo nella versione col grillo.
            ho sempre pensato ai filosofi con una sorta di tenerezza, se me lo concedi 🙂

  5. poetella ha detto:

    “io veramente penso che l’amore serva, solo che non so cos’è…”

    Mi diceva un fungaiolo, anni fa: “Non hai mai visto una vipera? Non sai com’è? Beh, se la vedi…la riconosci!”
    Ok?
    Ecco.

  6. chiaralorenzetti ha detto:

    Io posso dirti quello che, secondo me, non è amore: non è violenza, non è dolore e sofferenza, non è aspettare l’altro che non ti ama, non è non dormire la notte, piangere, non mangiare. Non è morire, non è gelosia, non è invidia. Non è togliere la libertà. L’amore non è una catena.
    Dice bene Poetella: quando arriva lo riconosci. L’amore fa stare bene. Quando starai bene, saprai che quello sarà il tuo quotidiano.
    Hai scritto un post ricco di spunti. ciao

    • swann matassa ha detto:

      ciao chiara.
      eppure riesco a pensare a molte persone che utilizzerebbero molti dei tuoi “non”, nella loro definizione d’amore. davvero, come dicevo ad intesomale, mi chiedo cosa succederebbe senza l’amore nel vocabolario. la sostanza sfrondata da tutte le sue implicazioni: cosa ne rimarrebbe? magari solo acqua, come dice qui sotto labloggastorie!
      spero tanto che tu abbia ragione sul punto finale: l’amore fa stare bene.

  7. labloggastorie ha detto:

    Swann io un verbo non ce l’ho da piazzare accanto ad “amare” ma l’unica cosa a cui ho pensato è stata “acqua”.
    Forse perché senza vivi poco e muori secco.
    Un abbraccio!

    • swann matassa ha detto:

      oh, quanto mi piace questo accostamento, quanto mi sento d’accordo!
      in un vecchio post scrivevo: “Quando saremo anche noi come l’acqua, non conosceremo più vita né morte, ma solo trasformazione. Non saremo una società o una coscienza, ma solo una forma di energia transiente, che basta a se stessa. Quando saremo come l’acqua non conosceremo più abissi e non temeremo tristezza. Non avremo più scopo se non proseguire. Il nostro scopo sarà la via stessa.”

  8. newwhitebear ha detto:

    Simpatco siparietto sull’amore e sul modo di esprimerlo e come ogni bella favola (perché di una bella favola si tratta) il #10 è il suggello perfetto.

  9. aliceoalmenocredo ha detto:

    Forse dovremmo davvero cancellarla la parola amore e sostituirla con qualcosa di diverso, ché su questa parola abbiamo costruito tante di quelle sovrastrutture da non sentirne più il significato. Così spesso lo confondiamo, questo amore, con tanti fenotipi diversi, con tante imposizioni sociali pronte per l’uso, ma la sostanza l’abbiamo lasciata sul bancone uscendo dal negozio. Almeno così mi pare. Ci riempiamo la bocca per la parola amore e poi spesso non siamo capaci di viverlo, di essere due.

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