La morale della favola

“Ho fatto un sogno strano, stanotte, dottore. Lei dice sempre che devo raccontarglieli, i sogni, ecco qua. Dottore, mi sente? Gesù, non mi abituerò mai a questa cosa che lei sta seduto dietro di me. Posso girarmi per raccontarle il sogno? No, va bene, lo so. Racconto e basta. Però su quella parete qualcosa ce la potrebbe anche appendere, dottore, che non so dove puntare lo sguardo, mentre parlo. Che poi magari è fatto a posta, così ci vedo il mio sogno, su quella parete.
Sì, vabbé, insomma, per farla breve, nel sogno ero a Londra. Lo so perché c’erano quelle cabine telefoniche e quelle cassette della posta rosse, ha presente? Le vedevo dalla mia finestra. Le vedevo e tremavo, ma non per il freddo che entrava dalla finestra aperta, anzi, penso che facesse caldo. Tremavo per la paura. Avevo paura perché avevo sentito scoppiare una bomba, o perché ero sola, o perché ero sola quando avevo sentito scoppiare la bomba; sa com’è nei sogni, sono vere più cose contemporaneamente. Non che nella realtà non sia così, beninteso. Però -lo sa?- per esempio a questa cosa che le donne possono amare più uomini contemporaneamente io non c’ho mai creduto. Io sono donna, eh, non so se si vede (faccio una battuta, eh, dottore), ma a questa cosa io non ci credo proprio. Vabbé, questo mo’ non c’entra niente, torniamo al sogno. Dottore ma lei sta scrivendo? Sento la penna che gratta sul foglio. Le posso consigliare di comprare una penna a sfera? Questo rumore mette un po’ d’ansia.
Comunque. Ero chiusa in questa stanza di Londra, però guardi che dopo diventa Berlino e dopo ancora Roma, lo sa com’è nei sogni, no? Ma che lo dico a fare, è mestiere suo, questo. Insomma, mi affacciavo da questa finestra e vedevo le bombe cadere. Alzavo lo sguardo e nel cielo c’erano tutti questi caccia bombardiere che le sganciavano senza sosta, neanche le stessero cacando. Erano così tanti che oscuravano il sole. Intanto io avevo smesso di tremare, non so perché, ma sta di fatto che a quel punto faceva freddo e il sole se n’era andato. Le bombe quando toccavano terra esplodevano, ma senza rumore, e questa la so da me, dottore, senza bisogno della sua interpretazione. Significa che non mi sembravano pericolose come bombe vere, senza lo scoppio. La sirena antiaerea invece si sentiva ed era assordante, come nei film sulla seconda guerra mondiale.  A questo punto nel sogno capivo perché non tremavo più e non avevo paura: perché ero stata avvisata. E questo lo sanno tutti, dottore, che la morte non avvisa, ti prende alla sprovvista. Se ti tamburella sulla spalla per dirti sei pronta?, o se ti suona al citofono per chiederti se sei in casa, non sta venendo veramente da te. Perché quella sirena antiaerea aveva lo stesso suono del mio citofono, gliel’ho detto, dottore? Lo so da sola che nei sogni mettiamo insieme pezzi della nostra vita reale, ma io faccio un po’ di confusione, mi sa, perciò sto qui da lei ad annoiarla. Comunque. Non ero più alla finestra, a questo punto, ma sul divano a guardare la TV. Il divano era logoro e rosso e la TV era gigante, prendeva tutta la parete. In alto, nello schermo, continuavano a cadere le bombe; in basso, il ministro della difesa teneva una conferenza davanti ad una messe di microfoni. Solo che, invece di essere vestito da ministro, era vestito come la morte, con una tunica nera e col cappuccio tirato su. Il ministro-morte diceva che, pur in questa congiuntura sfavorevole, nel bel mezzo di una guerra sanguinosa, il governo aveva fatto molto per i cittadini e che lui era lì, sotto una pioggia di bombe, impavido, proprio per annunciare al popolo che avevano varato delle nuove politiche di trasparenza. Da ora, diceva, la sirena suonerà per annunciare l’arrivo della morte, così ogni cittadino potrà prepararsi e fare testamento. Allora, dottore – lei può capire – mi prendeva un po’ di angoscia. Mi dicevo che forse stavo per morire davvero e mi rendevo conto di non sentire più la pendola in soggiorno, capivo che le esplosioni delle bombe non le avevo sentite solo perché ero sorda. La sirena e la TV le sentivo, dottore, ma nei sogni è così, è inutile che stia io qui a dirlo a lei. Allora cercavo di inspirare a fondo, di non farmi prendere dal panico, e mi aggrappavo a lei. Emotivamente, intendo. Ah sì, non gliel’avevo detto, infatti, c’era anche lei nel sogno. Però glielo devo dire, dottore, nel mio sogno era più giovane, eh, lo dico con rispetto, portava i capelli lunghi. Lei stava in piedi davanti alla parete-TV, e io la guardavo. Fissavo lo sguardo sulla sua camicia, che era verde, ma non il verde della Lega, più chiaro. A ben pensarci, non era neanche una camicia, era proprio la parte di sopra di una divisa da chirurgo, di quel colore là, e doveva ridarmi speranza. È per questo che i medici vestono in verde, no? Che vuol dire, dottore, è grave? Significa che inconsciamente so che sono gravemente malata? Perché sa come finiva, poi, il sogno? Finiva che mi svegliavo dal sogno (capita mai, a lei, di fare un sogno nel sogno?) e mi dicevo ma guarda tutti quei piloti dei caccia bombardiere, non lo sanno che ogni guerra combattuta è una guerra persa? Questo mi dicevo, pensi. Invece di sospirare di sollievo perché era tutto un sogno, facevo la morale alla guerra. E vuole sapere che penso? Penso che questa morale è come quella della morte che non avvisa: fra poco arriverà qualche politico con la faccia da morto e ci dirà che l’ha fatto per noi, e ha fatto sì che la guerra valga la pena di essere combattuta, e annuncerà la guerra. Noi saremo felici, lo voteremo, e moriremo tutti. Lei poi mi interpreta il sogno, eh, dottore, ma la mia morale di oggi è così. Sono un po’ pessimista, dottore, si può fare qualcosa, per questo?”

[P.S.: questo post nasce da uno scambio di battute con rideafa a commento di questo post di t0ld0. Insomma, l’idea è sua, ed è qui solo perché lei è d’accordo con la morale]

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26 risposte a La morale della favola

  1. rideafa. ha detto:

    uào.

    bello. te lo avevo già detto.

    • swann matassa ha detto:

      la prossima volta facciamo il contrario? io ti offro un’immagine e tu ci scrivi un post? farò in modo che non sia un’immagine troppo deprimente!

      • rideafa. ha detto:

        magari, si. magari se mi ritornano dentro il taschino le parole. altrimenti, swann, ci sei tu, che alle immagini puoi dare la forma delle sillabe.

        e che ti vengono bene.
        davvero.

        • swann matassa ha detto:

          ti ringrazio, ma mi concentro soprattutto sul “magari sì” e soprattutto sul “s”ì. ché le parole, come vanno, tornano. e noi siamo qui ad aspettarle.

          • rideafa. ha detto:

            ho passato due giorni a domandarmi se non fosse persino indecente non trovarci alcuna differenza tra un bottone su una camicia e una poesia di fortini. poi tra le mani ho avuto le prime pagine di un libro, lo volevo leggere da un pò, aspettavo non so cosa.

            ho capito che no, per me non c è alcuna differenza.

            di queste parole ho solo la presenza, il rinvio. non di altre.

          • swann matassa ha detto:

            mi permetto di commentare questa cosa, premesso e assodato che fra le righe di un blog non si conoscono le persone, non si capiscono le loro vite e non si alleviano i loro dolori.
            però penso che, sebbene l’unico scopo della vita sia perpetuare se stessa, l’uomo ha dato alla sua vita lo scopo di trovarci un senso. diamo un senso ai dolori non diversamente da come facciamo con le gioie. io non faccio eccezione. se non la fai neanche tu, darai un senso a questi due giorni di limbo, e lo darai in parole. per quanto possa sembrare la reiterazione di un’azione già abusata da generazioni di uomini prima di noi, farà il suo effetto lenitivo.
            scusa lo sproloquio, ogni tanto mi piglia così.

          • rideafa. ha detto:

            ma no, ma no, che sproloquio.

            ora il senso non saprei, swann, è un esercizio che per quanto mi riguarda necessita di costanza e concentrazione. che al momento non ho. ho però una dose esponenziale di pazienza, e mi piace fermarmi a osservare. anche quando mi pare di inascoltare chè dentro le orecchie sento solo il vento ad alzare la polvere su una distesa interminabile di pianura.

            riesco a legare alcune parole, altre non le sento familiari. non adesso.

      • mi piacciono queste “partnership” (da leggere con intenzione, ovviamente), sopratutto fra gente bella così.

  2. labloggastorie ha detto:

    Swann ma è bello bello! 🙂

  3. aliceoalmenocredo ha detto:

    Bello, bello! Spero ripetiate l’esperimento!

  4. newwhitebear ha detto:

    Direi interessante per come l’hai sviluppato e concluso. Come per dire: siamo tanti pecoroni che seguono il pastore, anche se ci conduce nel burrone.

  5. Silver Silvan ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo. Amare più uomini contemporaneamente. Uno lo ami, gli altri ti stanno simpatici.

    • swann matassa ha detto:

      non la facevo così romantica

      • Silver Silvan ha detto:

        Non è romanticismo. È realtà. Le cose impegnative assorbono tempo ed energie. Impossibile suddividerle tra più persone. Quelli che lo sostengono sono solo fatui millantatori che si invaghiscono di un sedere o di un piede dieci volte al giorno. Li aborro.

  6. sn185 ha detto:

    “Dottore ma lei sta scrivendo? Sento la penna che gratta sul foglio. Le posso consigliare di comprare una penna a sfera? Questo rumore mette un po’ d’ansia”
    Queste due righe sono una meraviglia. Mi piace anche tutto il resto, mi piace un sacco, ma quelle due righe sono stupende.

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