Olimpi oggi

Seduto al tavolo della sala riunioni, Poseidone pensava che i tempi erano veramente cambiati. Era un pensiero molto umano e anche molto banale, per cui lo scacciò. Si aggiustò il nodo della cravatta con un gesto nervoso e tamburellò un po’ di volte con le dita sul bracciolo della sedia, facendola ruotare a destra e a sinistra. Dava le spalle alla grande vetrata che affacciava sul vuoto. Decine di metri più giù, la Grande Mela. Il panorama non gli interessava. Sedeva sempre di spalle al vetro, perché Zeus, ovviamente, s’era preso il posto a capotavola, così lui voleva conservare almeno il vantaggio di avere la luce alle spalle. Quando la giornata era soleggiata, chi gli sedeva di fronte poteva avere persino difficoltà a guardare nella sua direzione, per non parlare della possibilità di osservare le reazioni del suo viso. Ma stavolta si sentiva in difetto. Gli altri erano in ritardo, nessuno escluso, e gli sembrava di essere un pivello, a star lì seduto da solo, in attesa. Finalmente, la porta si aprì. Entrarono uno dopo l’altro, Zeus in testa. La cosa lo insospettì, era come se si fossero dati convegno da qualche altra parte senza di lui e poi fossero saliti in sala riunioni tutti insieme.

Zeus occupò la sua posizione all’estremità del tavolo, aggiustandosi i polsini dell’elegantissimo gessato blu che portava quel giorno. Poseidone notò che aveva messo i gemelli delle grandi occasioni, quelli d’oro rosso, a foggia di folgore. Alla sinistra e alla destra di Zeus, si sedettero Ares e Apollo, che si trovo così a sedere di fianco a Poseidone. Efesto e Dioniso andarono a sedersi all’estremità opposta; Hermes prese posto dritto di fronte a Poseidone. Zeus smise finalmente di aggiustarsi i polsini e alzò lo sguardo sugli altri.

“Sapete che non amo i preamboli”, disse. “Abbiamo da discutere due o tre questioni di grande importanza, e voglio giungere ad una conclusione prima che Hera torni dal viaggio in Brasile al seguito del Papa”. Tutti annuirono. Il Papa stava compiendo un tour in Sud America per predicare i valori della famiglia tradizionale, dopo che il governo brasiliano aveva garantito gli interventi per il cambio di sesso nel sistema sanitario nazionale. In quanto dea del matrimonio e della famiglia, Hera aveva sentito il dovere di seguirlo, per monitorare gli sviluppi della faccenda.
“Il primo punto all’ordine del giorno è la catena McWine. Urge un intervento. Dioniso?”. Dioniso annuì con un cenno del capo e prese la parola sporgendosi in avanti, i gomiti appoggiati al tavolo e le mani giunte, l’una nell’altra.
“Il profitto, nel primo semestre di quest’anno, è calato del 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I miei analisti mi hanno mostrato i dati. Sembra che la responsabilità sia da attribuire principalmente ai nuovi punti vendita che abbiamo aperto in Francia e in California. Lì i wine bar non attecchiscono”.
“Ci sei tu a capo della catena. Cosa proponi?”, tagliò corto Zeus.
“Li chiudiamo”, rispose secco Dioniso, facendo un gesto di taglio con la mano.
“E i dipendenti?”, chiese Efesto.
“Sono tutti a tempo determinato, non avremo difficoltà a licenziarli”.
“Bene”, approvò Zeus. “Hermes, tu ti occupi dei comunicati e della stampa. Mi raccomando: come al solito, voglio un lavoro pulito. Niente polemiche”. Hermes non rispose neanche. Annuì quasi impercettibilmente, stringendo le palpebre.
“Passiamo alla seconda questione. C’è di nuovo guerra in Darfur. Questa volta la cosa non ci piace. Il governo centrale vuole approfittarne per rendersi autonomo rispetto allo sfruttamento dei pozzi petroliferi”.
“Qui ci penso io”, intervenne Ares. “Controllo i canali di approvvigionamento delle armi. Niente armi, niente guerra”.
“Conosco il tuo punto di vista, Ares, ma siamo nel 2020, esistono molti tipi di armi. Dovrai lavorare spalla a spalla con Hermes. Ci serve una campagna d’informazione capillare in tutto l’Occidente. Voglio l’opinione pubblica contraria alla guerra. E la questione dev’essere esclusivamente religiosa; non una parola deve essere pronunciata a proposito dei pozzi”.
Ares fece una smorfia e rivolse uno sguardo truce a Hermes, ma non replicò. Prese alcuni appunti su un blocco di carta intestata. In alto a desta, su ogni pagina, erano effigiate una lancia e uno scudo. Hermes sogghignò.
Intanto, Apollo non aveva ancora proferito parola. Allungò a Zeus un documento che Poseidone non riuscì, sott’occhio, a decifrare. Sentì che il nodo del giorno stava per venire al pettine.
“Adesso al questione più spinosa”, disse Zeus, che fino a quel momento era parso soddisfatto della rapidità con cui si era svolta la riunione. “L’Italia”. Poseidone drizzò la schiena. Non sapeva ci fosse una “questione Italia”. Come aveva temuto, era stato tenuto all’oscuro.
Apollo prese la parola. “L’Italia è diventata una palla al piede. Non produce più nulla di significativo, dal punto di vista intellettuale, e i suoi prodotti materiali sono irrimediabilmente inquinati. È una pattumiera umana e non riusciamo più a prenderle il polso. Le mafie ci fanno concorrenza in ogni dove e in casa loro stanno anche vincendo. Hermes ha provato a prendere contatti, ma non riesce più a distinguere la classe dirigente dai quadri della mafia. È fuori controllo”.
Efesto intervenne. “Io ho vari presidi in Sicilia e in Campania, ma non posso dire nulla di diverso da quello che ha detto Apollo. Ho provato a lanciare diversi avvertimenti dalle bocche dei miei vulcani, ma la situazione non è migliorata”.
Zeus si rivolse direttamente a Poseidone. “Fratello, noi ne abbiamo già parlato. Sappiamo che tu sei legato a quelle terre, che sono cinte dal tuo mare. È casa tua. Ma tu per primo potrai testimoniare che gli abitanti stessi di quei luoghi lo hanno ridotto ad un triste simulacro di quello che è stato. Il Mediterraneo sta diventando una fetida palude. Di sicuro non vuoi questo”.
“Che cosa stai cercando di dirmi, ora?”, chiese Poseidone.
“L’Italia deve sprofondare. Dovrai tu stesso far sì che venga sommersa dalle acque”. Poseidone si voltò. Era stato Ade a parlare. Se ne stava nell’ombra, in piedi contro la parete, in un angolo. Come sempre, la sua presenza era passata inosservata, ma lui c’era sempre, in attesa del suo momento.
Poseidone quasi si afflosciò sulla sedia. “Volete farmi fare una nuova Atlantide”.
Apollo gli sfiorò il gomito. “Sappiamo che ancora ci pensi, ma sono passati 13000 anni, socio. Devi metterci una pietra sopra”.
“E poi c’è la questione della Chiesa”, rincarò Zeus. “Sono più di duemila anni che spadroneggia. Ci ha anche fatto gioco, per molti versi, ma credo sia giunta l’ora di dare una prova di forza”.

Tutti gli occhi si puntarono su Poseidone. Lui si passò una mano tra i capelli e capì che non aveva scelta. Chiese agli altri di essere lasciato solo. Uscirono tutti, Ade per ultimo. Poseidone si accertò che si fossero chiusi la porta alle spalle, poi si avvicinò alle vetrate, con le mani dietro la schiena. Il paesaggio era molto diverso da quello di un tempo, quando tenevano i loro conciliaboli in cima all’Olimpo. Non c’erano vetri, a separarli dal mondo, e le risposte alle loro domande sembravano sussurrate dal vento. Pareva tutto più semplice, allora.

Guardò in basso. New York brulicava sotto di lui. Si chiese cosa avessero di diverso questi uomini rispetto a quelli che vivevano a migliaia di chilometri da lì e di cui a breve avrebbe stroncato le esistenze sotto miliardi di metri cubi di acqua. Fra sé e sé, decise che in fondo, se fosse dipeso da lui, avrebbe inondato l’umanità intera. Pensò che avrebbe potuto nuotare fra le rovine di quella civiltà in declino, una volta terminato il lavoro.

Così afferrò le chiavi del SUV e si diresse al parcheggio. Nel bagagliaio aveva sempre il tridente, pronto per l’uso

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5 risposte a Olimpi oggi

  1. harahel13 ha detto:

    Wow! Bello! Le avventure degli dei nell’era moderna mi hanno conquistato!;)

  2. newwhitebear ha detto:

    Gli dei dell’antica Grecia in salsa moderna. Che spasso! Per com’è finita? L’Italia è finita sott’acqua? Sai sono curioso di sapere. Ho qualche anno per scappare via.

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