Come chiave e serratura

Tornavo a casa in motocicletta, come sempre, la fronte aggrottata sotto il peso dei pensieri inutili che sono le più comuni zavorre delle nostre giornate, da quando l’inutile è divenuto essenziale. Pensavo a numeri da curriculum vitae, a concorsi, a soldi, a conti da calendario. Ma, al finestrino di un’auto stravecchia, stava affacciato un bambino, e mi sorrideva. Guardava proprio me, e sorrideva. Spontaneamente, ho preso a sorridergli di rimando e, superando il macinino da cui mi guardava, gli ho fatto un cenno di saluto. Alla guida c’era un uomo giovane, vestito con una tuta fuori moda, di quelle di tessuto lucido e dai colori sgargianti. Ho immaginato che fosse il padre. La macchina era una scatoletta, ma, come finestra sul mondo che passa, funzionava tanto quanto una limousine. E mi sono ritrovato a chiedermi quando sia stata l’ultima volta che mi sia capitato di sorridere alla vista di un tizio in motocicletta, fosse solo perché mi piacciono le moto, o solo perché trovassi buffi i suoi occhiali, o i suoi capelli lunghi, o le sue scarpe da corsa. Mi sono sorpreso a domandarmi quale sia stata l’ultima volta in cui ho visto un bambino sorridere al finestrino di un’auto, senza apparente motivo, e abbia notato solo lui, e non l’auto, e non l’abbigliamento del padre alla guida. Mi sono soffermato ad interrogarmi sul motivo per cui abbia sorriso di rimando al bambino, ma soprattutto sul motivo per cui non stessi già sorridendo da solo, al semaforo, all’inattesa aria autunnale di un giorno di maggio, alla pioggia che mi bagnava le scarpe da corsa, al borbottio del motore della moto, che è così stanca che sembra mi faccia le fusa.

Il bambino aveva una faccia tonda, avrei potuto essere io un po’ di tempo fa. Allora, quando sognavo, facevo sogni eclatanti. E da stanotte, con la testa sul cuscino, voglio ripassarmeli uno per uno. Voglio scollarmi dalla realtà e tornare ad essere fragile. Perché solo quando sei così sottile che potresti spezzarti riesci a infilarti fra le pieghe della realtà e a farla scattare. Come chiave e serratura

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31 risposte a Come chiave e serratura

  1. elinepal ha detto:

    Hai dato un senso si miei pensieri serrali. Grazie.

  2. bortocal ha detto:

    mi spiace non poter cliccare l’I like, perché sul mio blog ho una rubrica in cui compaiono tutti i like che ho cliccato (e non sono molti, come si potrebbe vedere…, e proprio per questo).

  3. ecoarcobaleno ha detto:

    che splendida metafora Swann: Perché solo quando sei così sottile che potresti spezzarti riesci a infilarti fra le pieghe della realtà e a farla scattare.
    Proprio stasera mi è capitato di affacciarmi in un’auto mentre camminavo a piedi incuriosita dalla presenza di un cane sul sedile posteriore di un auto che se ne stava col naso schiacciato vicino al vetro e nell’osservarlo ho sorriso di quei sorrisi spontanei che ti vengono e basta non per donarli a qualcuno ed è stato lì che per un nano secondo mi sono sentita quasi in imbarazzo per aver sorriso e per essermi affacciata curiosa come una bambina per sbirciare in quell’auto ferma nel traffico.
    Credo sia la spontaneità quella che ci fa fare le cose migliori, più naturali, vere…
    Dovremmo tornare ad essere bambini ogni giorno…come dice quella citazione attribuita a Picasso: “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”.

    • swann matassa ha detto:

      il tuo imbarazzo è bello quasi quanto il sorriso stesso, perché ne riconosce il valore e ti ricorda che devi (dobbiamo) lasciarlo alle spalle, per ritrovare il candore senza imbarazzo dell’infanzia, proprio come picasso ha dovuto disimparare a dipingere come raffaello. bella la citazione, non la conoscevo.

      • ecoarcobaleno ha detto:

        Grazie hai colto ciò che ho provato, infatti mi sono detta dopo il nano secondo d’imbarazzo…chi se ne frega se le “accompagnatrici” del cane mi hanno vista sbirciare e sorridere…
        contenta di averti fatto conoscere quella citazione 🙂
        buona notte

  4. labloggastorie ha detto:

    Pensavo, leggendo, al fatto che crescendo dimentichiamo la bellezza dello stupore. La voglia di avere delle risposte per non restare indietro…un pò come quando alla vista di un arcobaleno piuttosto che abbandonarci nei colori ci chiediamo l’origine del fenomeno. Troviamo risposte ma ci perdiamo lo spettacolo.
    Un abbraccio Swann! 🙂

    • swann matassa ha detto:

      una volta ho scritto un post intero su questa cosa della perdita dello stupore (“quand’ero piccolo, m’innamoravo di tutto”). e io per mestiere cerco risposte… ma in realtà vivo di domande

  5. aliceoalmenocredo ha detto:

    Diventare sottile per infilarsi nelle pieghe della realtà. Riuscire a farla scattare. Essere preda di attimi di meraviglia . Si nascondono dietro ogni angolo, solo che smettiamo di vederli o di stupirci quando li cogliamo. E’ un peccato, vero? A me capita di trovarmi a sorridere per un niente, che spezza il buio inutile dei pensieri inutili. Più difficile credere di essere ancora capace di fare sogni eclatanti. Eppure sarebbe bello.

    • swann matassa ha detto:

      bisogna perdere un po’ la presa sulla realtà per recuperare sogni e stupore. forse sarebbe bene essere un po’ meno sani, o almeno smettere di “far finta di essere sani”

      • aliceoalmenocredo ha detto:

        fare finta di essere sani. poi sani in che senso? troppi condizionamenti, troppe convenzioni. Bisognerebbe buttarsele alle spalle. Forse non è perdere presa sulla realtà, al contrario è fare presa sulla realtà. Quella più viscerale, più vera, più immediata. Quella che è piena di sogni e stupore.

  6. newwhitebear ha detto:

    L’hai detto all’inizio. Diamo troppo peso all’inutile, che pare diventato essenziale.
    Spesso, troppo spesso, dimentichiamo le piccole cose, come un bambino che sorride dal finestrino di una vecchia auto, perché cerchiamo quello che è grande, vistoso e che dia visibilità.
    Fermarsi un attimo, svuotare la mente è un esercizio che dobbiamo fare per non rischiare di rimanere travolti dai nostri stessi pensieri.
    Tu stesso ti sei stupito di aver notato quel bambino e non il contesto nel quale si trovava. Per qualche istante ti sei fermato idealmente e sei tornato un fanciullo sorridente.

  7. bleachedgirl ha detto:

    Senza il punto è cosa da funamboli. Che bello.

  8. stileminimo ha detto:

    … l’essenziale, lo stupore stanno nel semplice ed il semplice non vuole zavorre; tutte le zavorre sono inutili, se l’obiettivo è volare alti. Il coraggio di disfarsenene non è da tutti, però i bambini ci riescono ancora bene, finché non crescono.

    • swann matassa ha detto:

      sarà che, crescendo, ci convinciamo che invece per andare “a fondo” alle cose è proprio la zavorra quello che ci serve!

      • stileminimo ha detto:

        …le cose ci tirano a fondo di suo, di solito. E’ tornare su poi, che è difficile. NOn sono per “preserviamo le zavorre che ci aiutano a crescere”, sono più per “impariamo a liberarci dalle zavorre per imparare a volare”. Imparare non significa zavorrarsi, ma liberarsi.

        • swann matassa ha detto:

          i cristiani hanno la loro visione di questa storia delle zavorre. per loro il corpo stesso ne è una. io non credo esista differenza fra anima e corpo. forse non possiamo realmente librarci in volo, ma possiamo essere molto più “sottili” di come siamo. mi pare che su questo io e te c’intendiamo 🙂

          • stileminimo ha detto:

            …credo di sì! E credo anche che il corpo vada rispettato proprio perché è lo strumento (ed è uno strumento meraviglioso) per sperimentare il mondo. Serve per imparare e in tal senso non è certo una zavorra!

  9. shaintalle ha detto:

    crescere significa acquisire ma anche perdere, e non sono troppo sicura che ciò che acquisisci sia meglio di quello che perdi.
    in alcune cose non dovremmo crescere mai, tipo nell’attitudine spontanea al sorriso, e penso che in questo senso non crescere sia possibile; certo è che bisogna volerlo 😉

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