La più grande pena possibile

Io pensavo di non volere parlane più, almeno per un po’. Della precarietà, dell’insoddisfazione della mia generazione, della rabbia, della disillusione, di maestri, rivoluzione e pioggia. Ma un paio di post recenti mi hanno indotto a ridiscutere con me stesso le mie considerazioni.

Quando penso alla vita che conduciamo, ai sogni negati, alle speranze sfumate, penso che non siamo certo la prima generazione a sentirsi perseguitata. Penso che ci sono state generazioni, nella storia, che hanno passato di peggio. Penso, giusto per estremizzare, a quello che ci è stato raccontato di quanti nascevano servi della gleba, di quanto fosse stratificata quella società, di quanto scarse fossero le possibilità di modificare la loro condizione. Io poi penso che, dal punto di vista politico, non piova solo da decenni, ma da sempre. Io appoggio la teoria evoluzionistica di Gould, quella degli equilibri punteggiati, e penso che l’evoluzione sociale e politica dell’uomo abbia seguito uno schema simile. Come effetto collaterale, procedendo “a balzi” più che lungo un graduale, continuo cambiamento darwiniano, ha saltato a pie’ pari interi rami di percorsi potenziali, che avrebbero potuto rivelarsi più virtuosi di quelli dominanti. A questo proposito, le mie idee in materia politica sono considerate alternativamente estremistiche, utopistiche, ingenue o stupide, con differenti gradi di disprezzo. Sia come sia, visto che il mondo va in malora, tanto torto non posso avere, a meno che non siate del partito di Candido, e pensiate che questo sia il migliore dei mondi possibili, e negli universi paralleli che visitate in sogno ci troviate solo morte e distruzione (ammesso che sappiate sognare).

Insomma, non vorrei che passasse l’idea che noi siamo le vittime per eccellenza, che siamo il punto di arrivo di un progetto di sterminio della speranza. Se sicuramente non siamo quanto di meglio l’umanità abbia espresso nella sua triste storia, probabilmente non siamo neanche il peggio (”il peggio deve ancora venire”, probabilmente). Una volta intesomale mi ha detto che noi non siamo una generazione, siamo solo una coincidenza anagrafica. Non ho potuto fare altro che dargli ragione, ora l’ho capito anch’io. Eppure noi tutti soffriamo degli stessi difetti strutturali, e anche se questo non ci trasforma in una comunità, quantomeno conferma un fatto: i movimenti di massa sono compattati dai fenomeni di lunga durata, non vengono costruiti da singole persone, esattamente come le onde, che provengono da lontano e che non sono composte da altro che molecole d’acqua che si trovano lì, in quel posto e in quel momento, per non molto più che semplice caso. Molte delle stesse individualità che oggi sono prive di identità, probabilmente ieri avrebbero “fatto il ’68”, e avrebbero consegnato alle generazioni successive una società vittima di un equivoco, ma avrebbero portato con sé un orgoglio personale che noi, invece, abbiamo trasformato in senso di colpa preventivo.

Se c’è una cosa che conosciamo bene è il senso d’impotenza. Vorremmo fare la rivoluzione ma non sappiamo come, oppure sappiamo come ma non crediamo che serva, oppure crediamo che serva ma non abbiamo il coraggio di cominciarla. Siamo così disabituati a guardarci negli occhi che non sappiamo neanche parlarci per dirci: tu ci stai? E poi siamo pieni di giovani nati vecchi, o di precocemente maturi, di pragmatici, di saggi, di “uomini del fare”, di gente di successo e di coglioni, e ci sono troppi canali di comunicazione, per spargere questo verbo.

Ora, dove voglio andare a parare non lo so bene neanch’io. Quello che so è che tutto il gran parlare che facciamo di noi stessi, o meglio di quello che non siamo e avremmo voluto essere, verrà consegnato ai posteri come una lamentela e non come una denuncia, e che, anche se rivendico il diritto alla denuncia e affermo il valore di trascurare il pensiero di massa per esprimere il proprio, io vorrei che si potesse dire almeno che siamo morti combattendo. Vorrei che nelle nostre parole non trasparisse solo il lamento debole della rinuncia e della delusione, ma che si capisse che quell’angoscia è il respiro di affanno di una società, forse di una specie intera, sicuramente di un’epoca storica. Se le mie sorti sono legate al caso e all’improvvisazione, non ne va solo della mia vita e della famiglia che avrei voluto/potuto formare, della mia soddisfazione, della mia stabilità e della mia felicità, ma di quello che avrei potuto produrre per tutti e che non ho prodotto e non produrrò, e con me tutti quelli come me, e quelli migliori di me che in questo momento stanno rispondendo al telefono in un call center o stanno facendo i creativi per la pubblicità. Non è il mio grido di soffrenza, quello che conta, né il benessere dei miei figli, ma l’idea stessa di progresso e di società che ci si è illusi di costruire per secoli. È la storia che stiamo tradendo, non una generazione.

Antidoti? Non ce ne sono. La rivoluzione? Non la vogliamo/possiamo/sappiamo fare? Bene. Ma a dondolarmi con la testa fra le mani, per dare argomenti ai profeti del “fare”, quello no, non ci sto. Io non ho idea di come vincere quel senso d’impotenza che ci avviluppa, certo vorrei poterlo trasformare in potenza, rovesciare i rapporti di forza, e certo no, non so come fare. Però so che non mi sono mai sentito così forte come quando ero nel fango, e non mi sono mai sentito così debole e depresso come ora, che, seppure facendo il rumore di un ingranaggio arruginito, faccio parte del meccanismo.

E allora, in questo tripudio dell’individualismo, mi sembra che, per paradosso, l’unica soluzione possibile sia quella della scelta individuale. Per essere la comunità che non sappiamo essere, dobbiamo essere individui. Non abbiamo coscienza di massa, e allora dobbiamo percorrere ciascuno i propri sentieri, e contarci, per vedere quanti di noi si somigliano, e possono mettersi insieme. Dobbiamo perseguire delle idee come se fossero delle fiaccole nel buio, seguirle alla cieca anche a costo di cadere di sotto. Dobbiamo fare le nostre scelte tutti i giorni, anche se sono inutili, anche se sono utopistiche, anche se sono stupide, ingenue, risibili, anacronistiche, migliorabili, migliorate, e aggiungeteci voi l’aggettivo che volete. Dobbiamo essere vegetariani, o vegani, o comunisti, o anarchici, o salutisti, o ambientalisti, o obiettori di coscienza o tutte queste cose insieme, o nessuna, ma solo per noi stessi, non per altri e non chiedendo ad altri di esserlo, o di non esserlo. Dobbiamo dimenticare il disprezzo, per noi stessi e per gli altri. Dobbiamo sapere solo quello che tocca fare a noi, e prendere botte.

Forse servirà a qualcosa, più probabilmente no. Ma l’unica conclusione a cui sono giunto è che noi abbiamo bisogno di qualcosa di vero, di un percorso, che non deve essere per forza in movimento rettilineo, che anzi non deve essere per forza in movimento. È un percorso mentale, o dell’anima, per chi ha un significato da attribuire a questa parola. Io penso che ci tocca, per essere qualcosa, per essere almeno noi stessi. Non è diverso dall’idea del dolore che tocca a tutti vivendo, che temiamo e che vogliamo allo stesso tempo. È come la frase di Céline, che mi viene sempre in mente quando penso a quello che siamo venuti a fare nel mondo. “È forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più grande pena possibile per diventare se stessi, prima di morire”.

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32 risposte a La più grande pena possibile

  1. stileminimo ha detto:

    …che poi la pena non è che serve cercarla; prima o poi si fa viva da sola, ma bisogna vedere se la si sa riconoscere per quella che è, e sopportarla per darle la giusta voce… prima di morire.

    • swann matassa ha detto:

      hai ragione, la pena si fa vedere da sola, anche se non sollecitata. ma qui si tratta della PIU’ GRANDE PENA POSSIBILE. la più grande. la pena per se stessi. a quel punto è come dici: bisogna saper riconoscere cosa sia, cosa rappresenti, a che serva (e serve soprattutto a chi ha bisogno di un senso…)

  2. sottoscrivo l’essere una coincidenza anagrafica ma non sono sicuro che il “ripartire” da noi stessi possa prescindere dall’essere parte di una collettivita’, parte di una coscienza collettiva (ancorche’ di minoranza…), quantomeno dall’essere parte di un calviniano essere bicefalo, ma credo anche qualcosa di piu’. cio’ non toglie che la tua sia davvero una bella riflessione.

    • swann matassa ha detto:

      non so. io mi guardo intorno tutti i giorni e non riesco a vedere nulla di collettivo, neanche una base minima su cui provare a costruire qualcosa, nemmeno l’eco lontana o il solo profumo di una collettività. poi certo, ognuno si basa sulle proprie esperienze e sul contesto in cui vive. io parlo di quello che vedo intorno a me, per come lo vedo.
      così, mi sono convinto del fatto che non riusciamo ad avere un minimo di coscienza comune perché non abbiamo neanche una coscienza individuale. dobbiamo essere qualcosa prima di essere parte di un tutto, insomma. del resto, bisogna pur avere un’idea, per condividerla. io mi accontenterei di ripartire da lì. la mia percezione attuale è quella di un vuoto di idee. mi piacerebbe fare un esperimento: mettere il silenziatore agli uomini e azzerare tutte le chiacchiere, abbassare i rumori di fondo e ascoltare solo il suono delle idee, ammesso che ne abbiano uno.

      • capisco quello che dici: il contesto di vita fa molto, anzi è imprescindibile. se penso ad alcune nostre esperienze (l’orto condivido, ad esempio, è quella che raccontavo in un vecchio post ammennicolidipensiero.wordpress.com/piccole-idee-di-verze-e-socialismo) credo di avere la fortuna di aver incontrato dei contesti favorevoli. ma non è generalizzabile, lo so, e una qualche sensazione del vuoto di idee di cui parli non mi è certo così lontana, anzi…

        • swann matassa ha detto:

          bella questa cosa dell’orto condiviso… mi dai l’occasione per precisare che non penso certo che non ci sia nessuno con buone idee, in giro. qualche “contesto favorevole” l’ho vissuto anche io. ma che dire, non me la sento di considerare “campione rappresentativo” il manipolo di volontari con cui ho fatto monitoraggio cetacei, per dirne una. e poi, tutto va bene finché non ci sono interessi in ballo… in un commento non riesco ad essere meno qualunquista di così. spero sempre di poterne parlare da vicino, prima o poi.

  3. aliceoalmenocredo ha detto:

    Anche io sono arrivata alla conclusione che la scelta individuale sia l’unica soluzione possibile, o almeno il punto di partenza. Iniziare da se stessi, dal proprio piccolo mondo e seguire le proprie idee, i propri sogni, i propri principi. Imparare ad essere leali con se stessi e con chi ci sta intorno. Lottare per migliorare le cose che viviamo, lottare contro ciò che riteniamo ingiusto, lottare contro la nostra voglia di restare immobili a lamentarci.. Smettere di parlare per dire che tutto non va e cercare di fare in modo che vada. Spostare l’aria intono a noi, fino a smuoverne volumi maggiori e riuscire a capire che si può cambiarla l’aria. Fare. Non restare immobili. Sperando che serva, ma anche se non dovesse servire farlo lo stesso. Per vivere. A testa alta.

    • swann matassa ha detto:

      in verità tu sei andata un po’ oltre, rispetto a me, anche se alla fine hai fatto un po’ marcia indietro. e, consentimi di dirlo, sei caduta anche tu nella retorica del “fare”, che è un verbo che io vorrei non sentire più, privo di complemento oggetto. quando sento pronunciare “fare” senza che sia specificato cosa, capisco che si sta dando aria alla bocca (anche se so che non è questo il caso). ecco, per quanto sembri paradossale, a me sembra che dobbiamo spogliarci di ogni pragmatismo e anche della cultura degli obiettivi. anche nel nostro comportarci “eticamente” o nel nostro “lottare”, come dici tu, dovremmo farlo senza uno scopo: fine a se stesso. i nostri gesti devono smettere di essere un vantaggio per qualcuno, chiunque egli sia, prima che ricomincino a diventare un vantaggio per tutti, o per molti, o anche solo per alcuni. penso anche che porre un freno alla verbalità sarebbe di grande aiuto. un po’ di chiacchiere in meno e si alzerebbe il livello di percezione di tutti. poi sì, credo anche che, così facendo, un giorno l’aria comincerebbe a smuoversi, in volumi sempre maggiori, eppure, per assurdo, non dobbiamo agire per quello, ma solo per avere un’identità. che ognuno scelga la propria, una qualunque, purché non rinunci ad averla.

  4. aliceoalmenocredo ha detto:

    Non sono d’accordo. Almeno non del tutto. Per arrivare ad avere un’identità, qualunque essa sia, c’è bisogno di fare qualcosa. Qualcosa per arrivare a se stessi. Ed ecco, c’è anche l’obiettivo. Perché Swann senza avere un obiettivo è difficile imboccare una strada. Piuttosto che cancellare la parola fare o andare avanti senza avere un obiettivo, sarebbe meglio cambiare obiettivo. Arrivare a capire che la riscoperta di noi stessi è l’ obiettivo più difficile da raggiungere. E spesso, per farlo, bisogna scontrarsi con se stessi prima che con il resto del mondo. E questo è il mio personale punto di vista, la mia personale lotta quotidiana che mi fa percorrere una strada folle e faticosa, lontana dagli “status” sociali che sembrano essere il paradigma del nostro tempo. Però più vado avanti e più mi convinco che se ripartissimo da questo, dal rispetto di noi stessi e delle nostre scelte, dalla coerenza con i nostri principi morali, dal coraggio di guardarsi dentro e di non accettare compromessi sporchi per un vantaggio privato, se coltivassimo la nostra anima e riscoprissimo il valore che ha… non so dove si potrebbe arrivare, non so dove arriverò io, forse solo a guardarsi allo specchio senza abbassare lo sguardo.

    • swann matassa ha detto:

      i miei principi sono molto simili ai tuoi, da quel poco che si può evincere dalle brevi righe che ci scambiamo, e aspiriamo entrambi allo stesso risultato. eppure, c’è una differenza sottile ma importante tra le mie parole e le tue. tu rivendichi il valore di avere uno scopo, sempre e comunque. lasciami usare una metafora. siamo un gregge perso fra i monti, privo di identità di gruppo. siamo pieni di finti leader e di finte guide che ci pongono obiettivi sotto il naso, sempre vicinissimi, per farli sembrare raggiungibili e bellissimi, ma li spostano sempre di un po’, quel tanto che basta ad avvicinarci al LORO obiettivo. a molti va bene così, i più non si rendono conto neppure della natura del loro vagare. ora, stando così le cose, io non credo molto al valore di un ipotetico traguardo posto lontano, oltre i monti, oltre la vista. preferisco scegliere un sentiero, magari uno poco battuto, e avviarmi lungo un crinale, preferisco che ciascuno se ne scelga uno, e smetta di agitarsi alla ricerca degli striscioni sgargianti posti qui e là. sicuramente ci ritroveremo in piccoli gruppi a battere lo stesso sentiero. possiamo ricominciare da lì. di sicuro ognuno sceglierà il sentiero che gli somiglia, e non è poco. lo scopo è la via. (mi rendo conto che finisco per dire sempre le stesse cose, e a girare in tondo. scrivere serve anche a questo: https://ilbandolodelmatassa.wordpress.com/2013/04/05/lo-scopo-e-la-via/)

      • aliceoalmenocredo ha detto:

        Si, adesso mi è più chiara la differenza tra le mie parole e le tue. Anche se siamo vicini percorriamo due sentieri diversi. Io ho bisogno di credere che un fine ci sia, forse mi serve a trovare la forza di percorrere il cammino senza farmi soverchiare dalla fatica immane che si fa.Per quanto sia una ricerca interiore spero e voglio credere che serva anche a smuovere la situazione, pur rimanendo consapevole che le possibilità di riuscita sono infinitamente scarse. Il tuo è un punto di vista più nobile, più puro se mi concedi di dirlo. Chissà che a forza di ripeterci sempre le stesse cose (perché mi accorgo anche io di tornare sempre sugli stessi punti http://aliceoalmenocredo.wordpress.com/2014/01/30/il-fine/!) i nostri sentieri non si incontrino ad un certo punto, sarebbe bello percorrere un pezzo di strada insieme!

        • swann matassa ha detto:

          sai, non è così difficile abituarsi all’idea che non esista un vero scopo, quando per tutta la vita, anche a tratti volendo e provandoci, non riesci a credere in niente di trascendente. insomma, non è che io abbia molti meriti, nell’accettazione di questa filosofia: sono solo sceso a patti con la mia mancanza di fede. forse proprio perché penso che dopo la morte non ci sia nulla, il mio rispetto per la vita è assoluto. se proprio uno scopo dobbiamo individuarlo, alla fine di tutto, quello deve essere l’armonia fra tutte le forme di vita.
          (poi sai, è difficile a volte riannodare i fili confusi dei ragionamenti dei nostri cuori. quando tu dici, nel post che mi hai linkato “il fine di fare qualcosa perché, semplicemente, ritieni che sia giusto farla”, non è poi tanto diverso da quando io dico di perseguire le nostre idee, senza un fine prefissato: fini a se stesse!)

  5. newwhitebear ha detto:

    Posso dire che la generazione dei trentenni e quarantenni (io sono già oltre) ha perso l’idea del valore della vita, ovvero degli ideali, e pensa/crede che da soli – leggi individualismo – si possa andare oltre. Non credo che sia la soluzione giusta. Il singolo, per forte che sia, farà sempre fatica a imporsi agli altri, a meno che gli altri non abdicano dal voler esercitare il loro potere e accettino supinamente l’imposizione del singolo. Questa epoca è la più lunga senza guerre, a parte quelle locali, ma sento scricchiolare il sistema e il suono è sinistro. Vorrei sbagliarmi ma quando l’individualismo diventa prevalente, ognuno di noi cerca di prevaricare il prossimo.
    Capisco la mancanza di fiduvia nel futuro che si vede nero o opaco ma si deve avere la forza di unire gli sforzi per dirardare le tenebre.
    La rivoluzione? Non è mai stata la panacea dell’umanità, basta leggere con attenzione la storia. E’ servita a qualcuno per imporre la sua legge ma il grosso dell’umanità non ne ha tratto beneficio.
    Ricette? Uhm, difficle da dirsi, improbabili da realizzarsi. Forse dobbiamo rileggere quei pensatori del settecente che utopisticamente hanno vagheggiato una società perfetta e di ricreare quello spirito.

    • swann matassa ha detto:

      noto da vari commenti che questa “soluzione individuale” (e, si badi, NON “individualista”) è quella che ha suscitato le maggiori perplessità. questo, naturalmente, mi fa riflettere. alcune risposte le ho già date qui sopra. mentre ci ragiono su ulteriormente, qui mi preme sottolineare che la mia “soluzione individuale” non voleva somigliare minimamente ad un “ognuno fa quello che gli pare”, quanto piuttosto all’assunzione di responsabilità dei singoli in quanto tali, per costruire sulla coscienza individuale una coscienza di massa, domani.

      • newwhitebear ha detto:

        E’ molto difficile conciliare l’individuale con l’insieme. Perché nessuno di noi vive in un mondo a sé ma deve convivere, che piaccia oppure no, anche con gli altri.Tanto per esemplificare. La mia libertà d’azione fatalmente si scontra con quella di chi mi sta intorno. Le mia scelte individuali raramente sono individuali ma coinvolgono chi sta con noi. Basta pensare alla famiglia. Se vivo con moglie/compagna/convivente/altro e se decido di trasferirmi all’estero, è una scelta che si riflette anche con chi condivide la mia esistenza. Quindi una scelta individuale (andare all’estero) coinvolge un’altra persona, che potrà essere d’accordo oppure no, ma la coinvolge. Ovviamente vale anche il reciproco. Da qui il mio scetticismo sull’individualità delle persona.
        Per fare coscienza di massa bisogna mettere a fattor comune le coscienze individuali e come insegna la matematica ci sono multipli comuni ma qualcosa non lo è.

        • swann matassa ha detto:

          nessuna scelta è esclusivamente individuale, chiaro. tuttavia qui si parla di scelte etiche. quelle, anche se condivise, devono essere personali in ogni caso: aderire ad un’etica come ad una religione può avere solo gli stessi effetti di quest’ultima, cioè contraddittori. la religione è una medicina con effetti collaterali devastanti.

          • newwhitebear ha detto:

            Se si parla di condivisione di un’idea, allora concordo ma dal tono post avevo inteso qualcosa di diverso. La condivisione di un’idea, di un ideale è vecchio come l’uomo e ha rappresentato il collante delle comunità, più o meno ampie.

          • swann matassa ha detto:

            no, sai, forse non so bene neanch’io dove volevo andare a parare (e l’ho scritto). è solo che penso che le scelte condivise non sono per quest’epoca, in cui siamo del tutto privi di coscienza comune. ma vorrei almeno che una coscienza individuale ognuno se la formasse, perché l’individualismo è devastante, ma la sconfitta di ogni forma di morale lo è ancora di più, ed è una china da cui si rischia di non risalire più.

          • newwhitebear ha detto:

            Concordo che la coscienza individuale è una forma egoistica che molti sbandierano in questa epoca.
            Concordo sulle parole che hai scritto. Ma sono un inguaribile ottimista e penso (o almeno lo spero) che si torni a una visione ideale di etica comune.

          • swann matassa ha detto:

            spero di sbagliarmi. preferisco, ovviamente, che abbia ragione tu.

          • newwhitebear ha detto:

            Anch’io spero di non sbagliarmi anche se il dubbio rimane. Sarà il tempo a decretare se ho visto giusto oppure no.

          • newwhitebear ha detto:

            Forse sono stato tratto in inganno da questo passo
            “E allora, in questo tripudio dell’individualismo, mi sembra che, per paradosso, l’unica soluzione possibile sia quella della scelta individuale. Per essere la comunità che non sappiamo essere, dobbiamo essere individui. Non abbiamo coscienza di massa, e allora dobbiamo percorrere ciascuno i propri sentieri, e contarci, per vedere quanti di noi si somigliano, e possono mettersi insieme….” e da quello che segue.

          • swann matassa ha detto:

            non so se sono riuscito a chiarire il concetto nei vari commenti. mi rendo conto di non essere stato particolarmente felice, in questo post

          • newwhitebear ha detto:

            Non li ho letti tutti ma almeno nelle risposte ai miei, credo di sì.

          • swann matassa ha detto:

            poi, dopo avere chiarito, naturalmente si può anche rimanere in disaccordo! 🙂

          • newwhitebear ha detto:

            Certamente. L’accordo non è condizione necessaria ma il chiarimento sì!

    • ecoarcobaleno ha detto:

      Forse se Swann leggesse questo libro sarebbe assalito da attacchi acuti di critica 🙂 ma io sempre ottimista condivido con voi una citazione tratta dal libro:”La civiltà dell’empatia” di Jeremy Rifkin
      In questo libro si parla di tante cose ma è soprattutto un punto di vista diverso, un apertura, uno spiraglio di luce…forse utopista…
      Parla del fatto che anche se siamo nell’epoca più sicura e longeva in assoluto nello stesso tempo siamo sempre più insicuri…
      http://www.anobii.com/note_book?itemId=012640620253042947&pg=169
      “Il re dell’oro chiese al serpente: che cosa c’è di più stupendo dell’oro? La luce, rispose il serpente, il re allora chiese: che cosa c’è di più vivificante della luce? Il serpente rispose: il dialogo. Siamo l’unica specie sulla terra, per quanto ne sappiamo, in grado di narrare storie. Viviamo per mezzo della narrazione
      Tutte le storie che raccontiamo sono, in ultima istanza, pensate per condividere con gli altri le nostre sensazioni riguardo a come viviamo la vita.”

      Rispondi ↓

      • swann matassa ha detto:

        🙂 vedo che ormai mi sono fatto la fama del criticone. e devo darti pure ragione, perché nei pochi righi che citi, avrei già materia abbondante per ribattere! ma per una volta non lo farò, perché in ultima analisi sono irrimediabilmente innamorato dei concetti di empatia e di utopia. stupidamente (come tutti gli innamorati) ma irrimediabilmente 😉

        • ecoarcobaleno ha detto:

          Ormai si è capito che sei un criticone dal cuore tenero 🙂
          che fa a pugni come tanti tra reale e ideale…
          sarà bene nascosto ma faccio parte anch’io del club 😉
          è sempre bello leggerti perché inneschi sempre nuove riflessioni e dialogo costruttivo.

  6. mododidire ha detto:

    Tu mi sfuggi, Swann. Sono almeno 4 volte che metto Follow al tuo blog e non ti ritrovo. Tu mi sfuggi.

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