Senza Memoria, Signora Morte o Solita Merda

Anno 2018. Sin da giovane, Esse aveva una strana, discutibile abitudine. Nei giorni in cui era libero da impegni, andava a sedersi sulla sua panchina preferita e guardava il mondo passare. Questa era la parte discutibile. La parte strana atteneva al fatto che la panchina era posta su una collinetta, e che la suddetta collinetta dava sul locale cimitero. Non accadeva nulla di particolarmente stimolante, da quelle parti, ma ad Esse sembrava che osservare il rapporto delle persone con la morte lo avvicinasse ad una comprensione più profonda della vita. Prendeva nota di tutto quello che vedeva, descriveva le azioni delle persone che entravano nel cimitero, i loro volti – all’entrata e all’uscita – i loro gesti. Fu nella rilettura di questi appunti che si rese conto di un’anomalia. Un uomo anziano portava regolarmente fiori su una tomba, eppure Esse non lo vedeva mai varcare l’ingresso del cimitero. Nelle sue annotazioni, era sempre accovacciato presso la tomba e sistemava i fiori che aveva portato.
Un giorno, Esse decise di vederci più chiaro e violò l’unica regola che si fosse mai dato, in quelle visite: scese dalla collinetta ed entrò nel cimitero. Le regole, si sa, sono fatte per essere infrante. Raggiunse ad ampie falcate la tomba presso cui il vecchio portava i fiori. La topografia del cimitero gli era chiara come il palmo della sua mano. Si accovacciò presso la lapide, esattamente come faceva il vecchio, e ne lesse l’iscrizione. Riportava: Esse Emme. 1980-2081. Nient’altro. Esse dapprima disse toh, un mio omonimo! Poi ripassò gli occhi sulla scritta e disse toh, che errore grossolano! Hanno scritto 2081 invece che 2018, devono avere invertito le ultime due cifre.
Quel giorno non tornò alla panchina. Si diresse subito a casa.
Tempo dopo, tornato ad osservare la vita che omaggiava la morte dal suo osservatorio privilegiato, scorse di nuovo il vecchio presso la tomba del signor Esse Emme. Senza pensarci due volte, corse giù dalla collinetta e si precipitò dal vecchio.
– Mi chiamo Esse anch’io – gli disse senza preamboli tendendogli la mano, mentre ammiccava platealmente verso il nome inciso sulla lapide.
– Emme – gli rispose semplicemente il vecchio, accettando la stretta di mano.
– Un parente, dunque – fece Esse, mettendo totalmente da parte il poco tatto a cui a volte, con grande sforzo, riusciva a fare appello.
– Molto stretto – confermò Emme. – In effetti, sono io.
– In che senso? Lei è Esse Emme? – chiese Esse, con un tono che voleva essere sarcastico, ma che invece suonò un po’ vibrante, come condito da una nota di panico.
– Precisamente – confermò il vecchio, che pertanto adesso possiamo chiamare Esse Emme.
– Beh, ma se lei è Esse Emme – disse Esse, aggrappandosi alla logica, – allora là sotto chi c’è? – e indicò la tomba.
– Ci sono io – rispose con naturalezza Esse Emme. – È dal 2081 che sono lì, per la precisione.
– Cioè, lei sarà lì fra sessantatré anni – ragionò Esse, facendo sfoggio delle sue conoscenze di matematica elementare.
– Al 2018, si può dire che sarò lì fra sessantatré anni, in effetti – confermò Esse Emme. – Ma, di fatto, io vivo nel 2070, quindi sarebbe più corretto dire che sarò lì fra undici anni – concluse, innalzando il livello di complessità del calcolo matematico.
– Cosa vorrebbe significare che lei vive nel 2070, signor Emme? – domandò Esse, sinceramente stupito.
– Esattamente quello che ho detto. Ho novantuno anni e sento la fine avvicinarsi. In quest’ultimo decennio di vita, voglio almeno assicurarmi che ci siano sempre fiori freschi sulla mia tomba.
– Ma se lei è morto nel 2081, come mai la sua tomba è qui nel 2018?
– Oh, la mia tomba è qui da sempre, da quando sono nato, si può dire. In un certo senso, io sono morto da sempre. Questa data va bene come un’altra, per celebrare la mia morte. E poi, qui c’è lei, Esse.
– Oh, la ringrazio della stima, signor Emme – replicò Esse sarcastico. – Così, lei viaggia nel tempo, in una data qualunque, solo per portare fiori al suo stesso cadavere?
– Beh non è proprio che io viaggi nel tempo, caro Esse, ci pensi. Ognuno di noi è in contatto costante con una parte della propria vita, e continua a ripercorrere quel momento per sempre. Alcuni si affezionano ad un bacio, e continuano a baciare con quelle stesse labbra per tutta la vita. Altri si legano a un’idea, ad un singolo concetto, e ci si sposano. Quella diventa una membrana sottile fra te e il resto delle tua vita. Basta che impari ad attraversarla; tutti possono. È sufficiente allungare la mano, e puoi artigliare ogni volta quella stessa birra che hai bevuto a sedici anni, quella stessa prima sigaretta condita dal senso di colpa, quel preservativo che non hai saputo srotolare… se quello è il tuo attimo eterno. Ma prima devi identificarlo. Qual è il tuo attimo eterno, Esse? A cosa è votata la tua vita? – chiese all’improvviso, assumendo un tono confidenziale.
– E la sua, Emme, a cosa è votata? Qual è il suo attimo eterno, per permetterle di essere qui ogni volta?
– Ma è così semplice, Esse! Non lo capisci da solo? Io non ce l’ho un attimo eterno. O meglio, il mio attimo eterno è il mio ultimo attimo. Ho votato la mia vita al nulla, è per questo che sono qui.
– È molto triste quello che dice, signor Emme.
– Guardati intorno, Esse. Tutto qui è estremamente triste. Ma non è a questo che devi pensare, ora. Devi pensare a rispondere alla mia domanda, che poi dovrebbe essere la tua domanda: qual è il tuo attimo eterno?
– Dovrò pensarci, signor Emme, perché così, su due piedi…
– Pensaci Esse, pensaci. Ma fai in fretta. Anche a me, un giorno, fu fatta la stessa domanda, sai? Fu la mia ultima possibilità. Ma non compresi l’importanza di trovare una risposta. Perciò non commettere questo errore.
Abbassò gli occhi. Poi, rapido, sussurrò – Ora devo lasciarti.
– Signor Emme? – lo richiamò Esse, mentre il vecchio voltava le spalle, e pareva svanire – Ha notato che portiamo lo stesso nome?
– L’ho notato – rispose Esse Emme – L’ho notato prima di te.
Esse allora gli fece un cenno. Come aveva potuto notare prima di lui una cosa che era venuta alla luce per entrambi solo nel momento in cui si erano presentati? Questa era la conferma di quanto, tutto sommato, era stato chiaro fin dal principio: il caro vecchietto non era altro che uno svitato. Esse Emme, del resto, che nome era mai?
Esse abbandonò il cimitero. All’uscita, il custode gli fece un cenno di saluto. Ormai si conoscevano, non solo di vista; di tanto in tanto s’erano fermati a parlare.
– Chi era il tizio che hai salutato? – chiese la moglie del custode al marito, quando questi rientrò.
– Boh, un tizio – rispose lui. – Dice solo di chiamarsi Esse. Un tipo macabro, morbosamente interessato alla morte. Infatti, lui non lo sa, ma io lo chiamo signor morte, o signor emme.
– Ah, un esse emme, insomma.
– Precisamente, cara, precisamente.

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12 risposte a Senza Memoria, Signora Morte o Solita Merda

  1. ecoarcobaleno ha detto:

    Sempre fantasioso e riflessivo Swann.
    A proposito di nulla riporto una frase che mi hanno scritto qualche giorno fa…
    “Il nulla è solo spazio da riempire, non vuoto da subire”.
    E’ così affascinante il fatto che le cose cambiano incredibilmente a seconda della prospettiva con cui le si guarda.

    • swann matassa ha detto:

      mi hai fatto venire in mente il fatto che in un numero di dylan dog (nessuno storca il muso se la citazione non è più colta di così) era riportato un proverbio orientale: facciamo i vasi con la terracotta, ma è il vuoto che c’è dentro quello che ci serve… è una cosa che mi ha fatto molto riflettere. però il vuoto e il nulla possono essere due cose molto diverse. non so se riesco ad abbracciare la frase che ti hanno scritto.

      • ecoarcobaleno ha detto:

        Si può imparare e crescere ovunque, quindi ben vengano anche le citazioni dei fumetti, una persona mi fece rivalutare anche i videogiochi, universo a me sconosciuto, ve ne sono di alcuni davvero formativi.
        Sembra davvero tutto così relativo e lo è sempre di più, negli ultimi giorni mi hanno fatto riflettere anche sulla “noia”, anche questa non è una di quelle cose facili da categorizzare come bianca o nera.
        “La noia è un sentimento nobilissimo. La noia è quell’indifferenza che ci porta ad essere un po’ più simili alla natura.
        La noia è quel vuoto da riempire,quella ricerca perenne,quel sentirsi altrove,quella voglia inarrestabile di cambiare…”
        Scusa se vado sempre fuori tema 🙂 buon fine settimana.

  2. newwhitebear ha detto:

    Un racconto apparentemente privo di senso ma in realtà che fa riflettere.
    Il tempo dilatato nello spazio, personaggi enigmatici ma spesso presenti tra noi.
    Esse vede il suo futuro e non se ne accorge perché vive chiuso nella sua torre, isolata dal mondo.
    Emblematiche sono le parole finali.
    – Ah, un esse emme, insomma.
    – Precisamente, cara, precisamente.
    ovvero Signora Morte.

    • swann matassa ha detto:

      puoi anche togliere “apparentemente”. in effetti, è un racconto non molto sensato. avevo dei pensieri contorti che mi frullavano nel cervello, e sono venuti giù così. almeno, me ne sono liberato. è uno dei motivi per cui si scrive, del resto!

      • newwhitebear ha detto:

        Ma no. Ha un suo senso, sia col titolo sia per lo sviluppo.
        Tutto giocato sul non sensedi un tempo futuro che viene anticipato al presente. Credo, ma non ne sono certo, che si tratti di distopie, un genere che ha diversi cultori.

  3. stileminimo ha detto:

    …che non vi sia spazio e non vi sia tempo se non in una concezione esclusivamente tridimensionale, lo disse anche uno che faceva le linguacce, mi pare, più o meno. Sto racconto mi garba assai!

  4. rideafa. ha detto:

    provo sempre una cèrto moto di adesione, di immedesimazione, verso i personaggi che si chiamano Esse.

    dopo aver letto ho pensato che forse ognuno di noi, in un modo o nell’altro, ha cucita una piccola esse sul petto.
    esse, di emme.

    • swann matassa ha detto:

      io provo un certo moto di adesione verso quelli che si chiamano esse emme, come puoi immaginare 😉
      penso che al di là di tutto portiamo tutti parecchie piccole esse sul petto (sofferenza, fra tutte). poi il lavoro che facciamo su noi stessi e sulla nostra vita dovrebbe auspicabilmente portarci a far sì che la più grande di tutte sia la esse di serenità.

      • rideafa. ha detto:

        che scièma.
        ho riletto, e riletto ancora, e avevo questa sensazione di incompiutezza.
        poi eccola lì, la mia carta d’identità:
        esse emme le mie iniziali.

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