Scrive per il RiTrovo: Swann – “La giusta dimensione”

A volte penso che la specie umana sia infelice perché non ha mai risolto il dilemma fra l’essere sociale e l’essere asociale. Viviamo in società-formicaio che non a caso si addicono a specie che noi biologi chiamiamo eu-sociali (e chi ha studiato un po’ di greco coglierà subito il punto), ma siamo afflitti dall’ossessione dell’egoismo, tanto da sostenere che è geneticamente determinato. Abbiamo bisogno degli altri ma ne siamo soffocati, perciò ci sorprendiamo alla costante ricerca di spazi “per noi stessi”, che chiamiamo “spazi di libertà”, salvo poi, appena averli conquistati, invitarvi altra gente e cercarne il consenso.

Funziona così anche in rete, ho imparato. Esattamente come le persone reali, le persone virtuali sono alla ricerca di spazi virtuali in cui esercitare le proprie libertà, e lì incontrarsi con altre persone virtuali. Indossiamo le nostre identità come un costume e partiamo nel mondo, alla ricerca della “giusta dimensione”.

Così l’ha definita Pinocchio non c’è più, quando ho chiesto aiuto ad altri blogger per capire cosa ci porta e cosa ci trattiene qui, dove io sto scrivendo e voi mi state leggendo. Che poi non è proprio lo stesso che dire di avere bisogno di una “valvola di sfogo”, o di uno “spazio solo per sé”, è qualcosa di più: è uno spazio DI sé, è una voce per quanto abbiamo di inespresso, è – come lui dice – la possibilità di togliersi il peso della sabbia dalle scarpe, e per questo di non avere più paura di camminare sulla spiaggia.

Ci sono stati altri blogger a dirmi che questo loro scrivere è un modo di reclamare una voce: Aliceoalmenocredo, Szandri, labloggastorie, Parfum de femme. Bleachedgirl e Verba mi hanno detto che, in un modo o nell’altro, ne avevano bisogno come valvola di sfogo, o come luogo per “inscatolarsi”, come fa erre con i suoi ricordi, per ripercorrerli come in una macchina del tempo, come leggendo un’autobiografia dei pensieri (e questa la devo ad ecoarcobaleno). Questo mi ha chiarito una cosa: ci sentiamo spesso soli fra la gente. Sembra un pensiero tipicamente adolescenziale, questo, ma si vede che ci sono tormenti giovanili che non superiamo mai, e che restiamo adolescenti più a lungo di quanto crediamo, a dispetto delle maschere, del trucco, o delle cravatte. Conserviamo a lungo le stesse fragilità, solo impariamo a nasconderle.

E questo ci riporta alla voce: darsi voce ha senso solo se qualcuno la ascolta. La libertà di espressione è una presa in giro, se nessuno ti ascolta. E allora, se è vero che puntare il riflettore su se stessi, per farsi vedere, è narcisismo, è pur vero che darsi da sé una forma di luce è pressoché inevitabile, in un mondo che non va più alla ricerca di nulla, che ha gettato la lanterna di Diogene e pretende di dimostrare che ha vero valore solo quello che (si riesce a far sembrare che) brilli di luce propria, dimenticando che la Terra stessa non produce luce, e che il Sole non può ospitare la vita.

È così che la voce diventa dialogo, e il dialogo, alle volte, diventa confronto. Così, come da premesse, alla ricerca di noi stessi, ritroviamo gli altri. È questo che fa ogni forma di scrittura: scavandoti dentro, ti restituisce al mondo. C’è una frase di Palazzeschi che si adatta molto bene a questo sentire, e con la quale labloggastorie, che sapeva tutto questo fin dal principio, dà il benvenuto agli ospiti del suo blog: “Io metto una lente di fronte al mio cuore per farlo vedere alla gente”.

Il confronto è una delle parole chiave più ricorrenti dei blogger, quando si parla di motivazioni: oltre a labloggastorie, Wish aka Max, Aliceoalmenocredo, Ammennicolidipensiero. A volte il confronto diventa giudizio, in riferimento ad un prodotto che, vista la forma, è inevitabilmente un prodotto letterario. E questo me l’hanno ricordato Francesco Vitellini e Newwithebear. E il confronto diventa social network, piacere della condivisione delle idee e delle informazioni, come in cucina (e questa l’ho rubata a Aliceebianconiglio). Così il cerchio si chiude definitivamente.

Siamo così disperatamente legati agli altri che l’io, da solo, non serve a nulla. E vogliamo così disperatamente che quell’io, invece, significhi qualcosa, che ne chiediamo continuamente conferma agli altri. Siamo esseri contraddittori. Proprio per questo motivo, questa nostra ricerca strenua del virtuale, questa difesa dell’identità, questa separazione fra la rete e la vita sono destinate a cadere.

Lo faranno al ritrovo, per molti. Ma, per chi non ci sarà, è solo questione di tempo.

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