Oggi ho posato i miei occhi

Oggi ho posato i miei occhi. Ho indossato quelli verdi, per intonarli al maglione, ma per simulare speranza, soprattutto. Con gli occhi verdi nelle orbite, ho osservato la mia giornata con distacco, come un riscaldamento pre-gara, quando tutto può ancora accadere. Le cose mi sono passate davanti con lentezza, e ho rinunciato ad interpretarle, perché è prematuro.

Qualche giorno fa ho indossato gli occhi azzurri. Li ho messi su una maglia nera, per farli risaltare, e non mi sono fatto la barba. Con gli occhi azzurri, la mia vista è acutissima, ma mi danno fastidio i raggi diretti del sole. Allora ho messo gli occhiali scuri, neri anche quelli, ma sono graffiati, così ho perso il vantaggio della visione nitida. Li ho posati, la sera, con un senso di incompiutezza, come se vedere meglio facesse del male, e mi costringesse a creare barriere.

Quando ho aperto la teca, ho esitato. Provo sempre un senso di smarrimento, quando passo da un paio d’occhi ad un altro, quando avanzo per quei pochi secondi a tastoni alla ricerca del paio d’occhi con cui sono nato. Ho anche provato a cambiarli uno alla volta, per non rimanere al buio, ma in quell’istante in cui indosso contemporaneamente due occhi diversi, mi scoppia il cervello. Dev’essere colpa del fatto che dietro agli occhi c’è sempre il cervello, e che per farli funzionare mi sono dovuto portare via anche l’anima di chi con quegli occhi c’era nato.

Alle volte ci penso, alle povere anime a cui ho rubato la vista. Andrebbero per il mondo privi di luce, se non fosse che quello che hanno perso, insieme agli occhi, li ha paralizzati. Adesso vegetano: non hanno perso solo la vista, ma la visione.

Io, però, sono soddisfatto di me. Se entri nel mio mausoleo, trovi un lungo corridoio, pieno di teche di vetro. Gli occhi che ho sottratto sono appoggiati a cuscini rossi di raso, come gioielli in esposizione. Ne cambio un paio ogni giorno, di rado indosso lo stesso due volte di fila. Ma quando vado a dormire, riprendo sempre i numeri uno, quelli che m’ha dato in sorte il destino. Ci vuole un paio d’occhi con cui sei veramente affiatato, per guardare il buio, per abbassare le palpebre e fidarti della possibilità di poterle riaprire, per guardare il giorno al risveglio, per accendere l’oscurità sul tuo mondo e rispegnerla, a comando. Non so farlo con altri occhi che i miei, che sono marroni, e mi fanno da sempre pensare che non è verde il destino e non basta l’azzurro del cielo, che non è nero il futuro e che il grigio confonde. Che mi fanno pensare che non esiste nulla di rosso, non per l’uomo, se non la parte mischiata al giallo e al blu, in porzioni variabili. Che mi fanno pensare che sollevare lo sguardo su questo mondo sia un atto consapevole, una scelta, un sacrificio. Come prendere a prestito la visione di un altro, ed offrirgli la propria.

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26 risposte a Oggi ho posato i miei occhi

  1. Wish aka Max ha detto:

    “Ci vuole un paio d’occhi con cui sei veramente affiatato, per guardare il buio, per abbassare le palpebre e fidarti della possibilità di poterle riaprire”
    Questo passaggio è toccante. Davvero.

  2. amoreplatonico ha detto:

    Mi ricorda un po’ un libro che ho letto poco tempo fa. C’è un passaggio, nel libro, che non ho ben capito, ma che mi ha lasciato un’immagine nitida in mente. Ecco, con le tue parole sono tornata a quella stanza, al tuo mausoleo, e ho fatto una passeggiata in penombra.
    Grazie, perché le tue parole risuonano un po’ anche in me 🙂

    • swann matassa ha detto:

      Qual è il libro, se posso chiedere?
      Devo dirti che io quel mausoleo non ce l’ho, in realtà. Qui ho mischiato cose che mi appartengono a cose che non mi appartengono, ad un “io” ipotetico che non sono nella vita di ogni giorno. Non sono quello che ruba la visione degli altri, lasciandoli paralizzati. Non sono quello che è soddisfatto di sé. Ma sono quello che ha gli occhi marroni, e sono quello che indossa un paio d’occhi diversi, ogni tanto. Soprattutto, sono quello che è convinto che alzare lo sguardo su questo mondo sia un atto consapevole e duro…

  3. bleachedgirl ha detto:

    Lo aspettavo, e lo hai scritto.

    Dunque, dici, un paio alla volta, che non si possono vestire due anime?

    E per guardarti dentro, se dentro è più buio che in piena notte, pure servono i tuoi?

    Quanto ai raggi diretti del sole, c’è chi non li regge neppure vestendo occhi scuri.
    (:

    • swann matassa ha detto:

      mah, io non ce l’ho tutte queste risposte, come al solito. provo solo a dire la mia. io penso che a volte anche una sola anima è un peso molto ingombrante per una persona, come testimonia la difficoltà che sottolinei a guardare nel buio che si ha dentro. portare il peso di due anime mi sembra oltre le capacità di un essere umano. mi sembra che il meglio che si possa fare, perciò, sia cercare di indossare gli occhi di un altro, per quanto possibile, anche solo di sfuggita.
      per guardarti dentro non so, tendo sempre a pensare che il buio che vi alberga tenda a venir fuori, a sopraffarti: non sei tanto tu che ci guardi dentro, è più facile che sia lui ad avvolgere te. del resto, il buio interiore è un paradosso, è come una “mancanza” di visione, per cui quando ci guardi dentro lo diradi inevitabilmente, neanche il tuo sguardo fosse un fascio di luce. come nel principio di indeterminazione… se lo osservi, non è già più lo stesso. insomma, mi pare vada bene qualunque paio di occhi, purché ti consenta di gettarvi luce…
      i raggi diretti del sole possono dar fastidio anche alla pelle, e scaldano le bevande. ma questa è un’altra storia, no? 🙂

  4. labloggastorie ha detto:

    Mi piace molto.
    Sai a me capita spesso di riuscire a trovare le cose soltanto se tengo gli occhi chiusi.
    Lo faccio spesso.

    • swann matassa ha detto:

      io a volte chiudo gli occhi mentre corro. è un modo particolare di stare con me stesso, di affrontare la fatica. bisogna solo fare attenzione a non investire nessuno. materialmente e metaforicamente…

  5. stileminimo ha detto:

    …credo, ma è solo un’idea, che per riuscire a sentire che si ha un’anima propria, fra le tante, una delle cose da fare sia mettersi nei panni di qualcun altro… riuscendoci. E tu lo racconti bene, anzi meglio.

    • swann matassa ha detto:

      dici bene: riuscendoci! cioè, io ci provo, ma riuscivo meglio quando avevo meno anni addosso, ho notato. prima mi abbassavo più spesso ad annusare dove annusavano i miei cani, una volta ho assaggiato le loro crocchette. adesso però non posso, sono vegetariano.
      con gli uomini non te lo dico proprio, è sempre più difficile. all’università mi tengo alla larga dagli occhi degli altri, ho paura di finire come in nightmare, hai presente? se ti addormentavi non ti risvegliavi più, non distinguevi più la realtà dal sogno.
      ma fuori di lì, sono sempre alla ricerca di altri colori, sì.
      direi che hai proprio ragione. tenersi stretti i propri occhi è come vendere l’anima al diavolo.

  6. poetella ha detto:

    beh, swann… non leggo tutti i commenti, ma ‘sto post…beh…m’ha convinto!
    Bravo!
    Applausi a scena aperta (o pagina… o quello che te pare!)

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