Pantani

Il 5 giugno del 1999 ero a casa. Ricordo quella mattina piuttosto nitidamente. Ricordo che mi disposi ad accendere la TV come per un rito, come per celebrare un evento, come per assistere alla storia. Quella mattina, la RAI trasmetteva per intero la tappa del Giro d’Italia. Ma quando accesi la TV, in gruppo, la maglia rosa non c’era. Pantani era stato fermato.

Tutti conoscono la storia; tutti, o quasi, si sono fatti un’idea. Perché è così che facciamo, di solito. Giudichiamo. Ma io non so che cosa è successo a quell’uomo, non conosco la verità, né la conoscerò mai. Oggi, nel giorno di S. Valentino, a 10 anni dalla sua morte, posso solo celebrare l’amore.

Perché è questo che mi racconta, la storia di Marco Pantani. La sua vita, la sua parabola sportiva ed umana, sono le fotografie della volontà, della fragilità, del dolore, dell’esaltazione, della caduta – tutti gli ingredienti degli amori più grandi, più veri.

Marco Pantani amava la vita, amava il ciclismo, amava il dolore. Come tutti i sentimenti più puri e più forti, li ha emanati da sé, li ha donati al mondo. Abbiamo vissuto le sue emozioni attraverso di lui, abbiamo sofferto e gioito per osmosi, con lui.

Io non so se si sia mai dopato, se i suoi parametri ematologici siano stati alterati, se sia stato vittima di un complotto. So che era un uomo fuori dal comune, forte come un essere soprannaturale, e fragile come un bambino. So che ha dato al mondo più di quello che abbia ricevuto, perché lui ha compiuto le imprese di un uomo solo, ma ne abbiamo beneficiato in migliaia. So che nel suo modo sbilenco, entrando a far parte di una galleria di eroi moderni, che non imbracciano fucili né bandiere, e neanche penne o megafoni, ma biciclette, o chitarre, lui ha restituito dignità al sacrificio e al coraggio, alla sfrontatezza e al rischio. Ha affrontato la sorte, l’ha vinta.

Io ricordo che davanti ai suoi scatti mi sono sentito liberato. Ho visto Davide che sconfiggeva Golia, ho visto il cuore e l’improvvisazione che prevalevano sulla freddezza e sulla pianificazione, il sacrificio che prevaleva sulla forza, la leggerezza che prevaleva sulla potenza.

Sulle salite del giro e del tour, seguendo quell’uomo dallo sguardo sfuggente, ho imparato come si perde. Marco Pantani mi ha insegnato che il debole può prevalere sul forte, ma il più delle volte non lo fa. Ma il modo in cui lo combatte, senza paura, è una vittoria più vera. E quella volta che vince, oddio, ha vinto la vita.

Pantani mi ha insegnato anche un’altra cosa: ad andare incontro alla sofferenza. Ad alzarmi sui pedali e pompare più forte, a far scoppiare il cuore – invece che indietreggiare – per affrontarla, per porle fine.

Che tu fossi colpevole o innocente, pirata, che siano state di più le vittorie o le sconfitte, riposa in pace. Anche nella morte, con te vince la vita, vince l’amore.

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6 risposte a Pantani

  1. aliceoalmenocredo ha detto:

    tutte le volte che in autostrada passo davanti alla grande biglia con l’immagine del pirata io alzo la mano e lo saluto. Ciao Marco.

  2. newwhitebear ha detto:

    Anch’io ricordo quel giorno e la mia incredulità di fronte a quell’evento.
    Di certo ammetto che la metamorfosi di Pantani su certi terreni a lui poco congeniali mi hanno lasciato perplesso, esattamente come quei ciclisti che a 32 e oltre, dopo una carriera medioce, diventano campioni.
    Questo non toglie che è stato un grande almeno in montagna. I suoi scatti facevano male.
    Quello che lo ha fatto precipitare nel vortice della droga è dovuto a tutti noi che primo lo osannavano e poi lo hanno gettato nella polvere.

    • swann matassa ha detto:

      sono ovviamente contrario al doping, ma nel suo caso non è questo il punto, come dicevo nel post. e quello che ha dato e dimostrato è del tutto indipendente dai suoi risultati sportivi. forse lo amavo di più prima che cominciasse a vincere i grandi giri. lo amavo quando si risollevava dagli incidenti, dalle gambe rotte, dai gatti neri che lo mandavano a terra, dallo strapotere delle gare a cronometro.
      e poi, come dicevi tu, la sua fine è dipesa da questo carrozzone che alimentiamo tutti, in cui, attraverso lo strapotere dell’immagine, finiamo per trattare le persone come sagome di cartone. ma le persone restano fatte di carne, e a volte, dalla polvere, non si rialzano più.

      • newwhitebear ha detto:

        Sono d’accordo sul fatto che pantani è prima di tutto un uomo con i suoi pregi e le sue debolezze. Lo ricordo in una tappa del giro, il primo o il secondo non ricordo, quando attaccò su una salita a metà e andò a vincere a Lienz, se i ricordi non mi tradiscono. Subito diventò il mio beniamino. Finì con un considerevole distacco dal vincirtore di quel giro ma quello era il vero Pantani. Poi arrivarono successi e fama e qui forse si snaturò alquanto. Ma cosa poteva fare? Gli altri andavano come i treni ma pieni di doping.
        Però nonostante tutto rimase sempre se stesso.

  3. ludmillarte ha detto:

    bravo Swann.
    un abbraccio
    Ludmilla

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