Meritocrazia e merito: il caso-studio del peer-review

È da un po’ che rifletto sul cosiddetto “merito”.
La prima volta che ho sentito la parola “meritocrazia” ho avuto un moto di repulsione (uguale a quello che mi generano tutte le parole che finiscono per -crazìa), però sono abituato a dubitare di me stesso prima che degli altri, per cui mi sono detto che dovevano per forza avere un senso e un motivo di esistere, la parola e il suo concetto, e che dovevano anche avere un significato positivo. Allora ho cominciato ad usarla, come tutte le brave persone evolute, per dire che è giusto che vada avanti chi lo merita – un concetto appena più avanzato del buon vecchio “chi semina raccoglie”. Poi però mi sono accorto che, come accade a tutte le parole un po’ fumose, soggette a troppe e troppo facili interpretazioni alternative, questo termine è stato svuotato del suo significato originario di base e usato come il solito paravento per oscenità. Così, per esempio, Michel Martone (quello che “chi si laurea dopo i 28 anni è uno sfigato”), diventato professore ordinario a 29 anni, può dire “il mio curriculum parla per me” e così io adesso, se voglio presentarmi ad un concorso per ricercatore, vengo giudicato essenzialmente in base al numero delle mie pubblicazioni. Cosa c’è che non va in questo? Magari a qualcuno interessa discuterne.

Ora vediamo, il mio mondo è la scienza. La scienza è (in teoria) la patria della meritocrazia. Io lavoro nel mio laboratorio con un camice addosso e potrei virtualmente fare qualunque aberrazione, ma il fatto è che è principio fondante della scienza quello di servire all’avanzamento della conoscenza dell’umanità tutta (sic!), per cui il mio lavoro non ha nessun senso se non lo metto a disposizione del resto della comunità scientifica e quindi del mondo, da cui il detto publish or perish. Ne consegue facilmente che, se non pubblico il mio lavoro, è come se non l’avessi mai svolto. Dove lo pubblico? Ma su riviste scientifiche, che domande! Un esempio su tutti, ché lo conoscete tutti: Nature (ma per la maggior parte dei ricercatori pubblicare su Nature resterà un sogno – magari discuteremo anche di questo). Ok, ma come funziona? Il sistema delle pubblicazioni scientifiche è fondato sul cosiddetto peer-review, vale a dire che il mio lavoro sarà giudicato da una serie di arbitri (referee) anonimi, miei “pari” (in quanto scienziati), presumibilmente esperti nella materia, che avranno il compito di decidere se il mio lavoro è: 1) rigoroso e condotto secondo i precetti del metodo scientifico, 2) sufficientemente innovativo (cioè se di fatto aggiunge conoscenza e non è solo un rimpasto di quanto già si sa), 3) coerente con le conclusioni che ne traggo e solido abbastanza da sostenerle. Insomma, i referee decidono se il mio lavoro è degno di essere pubblicato sulla rivista che li ha nominati, e nel fare questo possono eventualmente chiedere/suggerire modifiche e aggiunte al lavoro, per le quali mi verrà assegnato un tempo definito, pena il rifiuto di pubblicarlo. Naturalmente, l’editore può decidere in autonomia di rifiutare il lavoro senza contattare alcun referee, se, a suo giudizio, il lavoro in questione non è degno di essere pubblicato sulla sua rivista, vuoi per la sua qualità, vuoi perché lo giudica inadatto al taglio della sua rivista, vuoi per altre motivazioni che discuterò più avanti.

Sembra un buon metodo, no? Molto meritocratico, molto razionale, molto attento ai contenuti, al mantenimento di standard qualitativi, molto procedurale. Ma, come ovvio, ci sono dei problemi. Il primo di questi è che le riviste sono un prodotto commerciale. Non sono un istituto indipendente, finanziato, chessò, dallo stato, bensì sono auto-finanziate dalle vendite. Questo primo fatto, di per sé, trasforma una ricerca scientifica in un prodotto commerciale. Una rivista e il suo editore, quindi, va da sé, avranno maggiore interesse a pubblicare lavori che ritengono “interessanti”, “spendibili”, per cui una ricerca poco “attraente”, per quanto ben condotta e innovativa, avrà minori chance di essere pubblicata. La faccenda è aggravata dal fatto che, per poter assegnare il giusto peso, nella valutazione di un curriculum accademico, a ciascuna pubblicazione, si è pensato bene di introdurre anche una forma di ranking delle riviste stesse, assegnando loro un “fattore di impatto”, per cui se io pubblico il mio lavoro su una rivista ad alto impatto, questo ha più valore di un altro lavoro, altrettanto accurato e rispettoso del metodo scientifico, che però sia stato pubblicato su una rivista a basso impatto. Qui la faccenda si fa complessa. Come si determina questo impact factor per ciascuna rivista? Chi decide se il mio lavoro sarà pubblicato su una rivista ad alto o basso impact? Se due lavori sono ugualmente innovativi e scientificamente rigorosi, perché mai dovrebbero essere pubblicati su riviste ad impact diverso? Procediamo con ordine.

L’impact factor è determinato con una formula matematica che mette in relazione il numero di articoli pubblicati negli ultimi due anni dalla rivista in questione con il numero di citazioni che quegli stessi articoli hanno ricevuto nell’anno successivo. Anche qui l’idea sembra buona: l’impact di una rivista salirà quanti più lavori di buona qualità avrà pubblicato, perché si presume che i lavori di buona qualità verranno successivamente citati in altri lavori che faranno riferimento a quelli come base per ulteriori ricerche. Facciamo un esempio: se io scopro che se scaldo l’acqua a un certo punto bolle, tutti i ricercatori che pubblicheranno lavori dopo di me e che lavoreranno sull’ebollizione dell’acqua scriveranno: come dimostrato dal Matassa, l’acqua riscaldata a un certo punto bolle, quindi noi abbiamo deciso di indagare quale sia il punto esatto di ebollizione dell’acqua ecc. ecc., e mi avranno citato, e con me il mio lavoro e la rivista sulla quale l’ho pubblicato. Tuttavia, anche qui c’è qualcosa che non va. Una rivista, infatti, avrà tutto l’interesse a salire nel ranking e a far aumentare il proprio impact factor, per cui l’accettazione/rifiuto dei lavori che le verranno sottoposti non sarà più subordinato solo alla qualità del lavoro, alla sua innovatività, al suo rigore scientifico, come da premesse, ma anche ad un altro parametro: l’attrattività. Che potenziale di citazioni ha questa ricerca? Si chiederà l’editore. Va da sé che se io conduco una ricerca rivoluzionaria, che verosimilmente sarà citata un numero incalcolabile di volte, potrei fare la fortuna di chi me la pubblica, e di conseguenza questo qualcuno potrebbe essere un po’ più indulgente nel giudizio sul rigore metodologico utilizzato pur di pubblicare il lavoro sulla propria rivista. Questo è il caso, ad esempio, di un lavoro pubblicato pochi anni fa su Science – rivista seconda per prestigio forse solo a Nature – che è stato immediatamente oggetto di critiche feroci per i suoi difetti metodologici, e la cui validità è stata pressoché universalmente rigettata dalla comunità scientifica, ma che Science ha deciso di pubblicare ugualmente, probabilmente ingolosito dal suo “potenziale”. È ironico, poi, il fatto che, ora che è stata dimostrata l’inconsistenza di quel lavoro, esso venga citato come esempio negativo, ma il fatto stesso di essere citato ha continuato a portare giovamenti a Science (e, potenzialemente, all’autore del lavoro). Come sempre, si dimostra che guardare meramente i numeri, senza possedere gli strumenti per interpretarli, non può che portare a risultati ingannevoli: io posso ricevere milioni di citazioni sia per aver detto una cazzata storica che per aver cambiato in meglio la scienza, perciò la bontà del mio operato non può essere giudicata solo dal numero di citazioni.

Passiamo alla seconda domanda: chi decide dove verrà pubblicato il mio lavoro e, di conseguenza, con quale impact. La risposta, nell’ordine, prevede: io, la qualità presunta del mio lavoro, la sorte. Mi spiego meglio: decido io (dove “io” non è propriamente me, ma è il responsabile della ricerca) a quale rivista mandare il lavoro, valutandone livello, qualità e ambito di interesse. Punterò su riviste di settore, o generiche, su riviste ad alto impact, o basso, a seconda di come io stesso valuto il mio lavoro. Lì poi interviene il giudizio dell’editore e dei referee. Se tutto va bene, il mio articolo sarà pubblicato sulla rivista da me scelta; se viene rifiutato, dovrò provare da qualche altra parte. Questo significa che se ho poca fiducia in me stesso, potrei anche finire col mandare il mio lavoro ad una rivista meno prestigiosa di quanto meriterebbe, ma questi sono cavoli miei. Viceversa, non di rado accade che una certa rivista rifiuti il lavoro e che, con alcune modifiche, si decida di provare a mandarlo ad una rivista di maggiore prestigio, e che questa lo accetti. Anche la sorte fa la sua parte, e il giudizio da parte dei referee è sempre soggetto alla fallibilità e alla variabilità umana, questo è pressoché ineliminabile.

Eppure, c’è qualcosa che non quadra in questo sistema di riviste: facilmente, può capitare che il mio lavoro sia rifiutato (o accettato) in ossequio a criteri che nulla hanno a che fare con la qualità e la scientificità del mio lavoro. Facciamo un altro esempio. Decido di mandare il mio lavoro non ad una rivista di settore, bensì ad una rivista multidisciplinare, perché penso che il mio lavoro possa avere dei punti di più ampio interesse. La rivista che scelgo pubblica tutti i settori delle scienze biologiche: dall’ecologia alla medicina molecolare, dalla biologia dello sviluppo alla biologia marina. Solo che gli articoli di oncologia, mediamente, vengono citati molto di più di quelli di botanica, per cui, se vuole mantenere alto il suo impact factor, quella rivista non può pubblicare troppi lavori di ecologia, per i quali si porrà un tetto annuale, ma deve privilegiare quelli di oncologia. Facilmente, perciò, mi può capitare che l’editore rifiuti di pubblicare il mio lavoro di ecologia, perché rischio di contribuire all’abbassamento dell’impact del suo giornale! Nel frattempo, passano i mesi, qualcuno può produrre dei risultati simili ai miei e battermi sul tempo e io rischio di avere speso gli ultimi due anni del mio lavoro a fare qualcosa che qualcuno avrà dimostrato prima di me…

Poi esce un concorso per ricercatore, e io ho bisogno di pubblicare. Poiché il tempo stringe, non posso permettermi di passare mesi in laboratorio a verificare i miei dati, a replicare gli esperimenti e a validare le mie interpretazioni con statistiche robuste, ma magari sarò indotto a mandare subito fuori il mio lavoro, inevitabilmente derogando alle mie ambizioni e scegliendo una rivista meno prestigiosa e più di bocca buona.

Ricapitolando, nel nostro meritocraticissimo sistema, non vengo più giudicato per le amicizie e le parentele che ho nell’accademia, ma per quello che produco. Ma quello che produco in quanto ricercatore, di fatto, non è “conoscenza” ma, più prosaicamente, pubblicazioni, che contengono i risultati delle mie ricerche, ma io ho maggiore interesse a produrne molte e in fretta, piuttosto che a produrne di buona qualità e significative per la scienza. Le riviste scientifiche che devono pubblicarmele, d’altro canto, hanno più interesse a pubblicarmi se le mie ricerche sono attraenti e hanno altro potenziale di citazione, più ancora che per la loro qualità e interesse scientifico. Insomma, comunque tu giri la frittata, la qualità gioca ovviamente un ruolo, ma mai quello predominante. È più importante vendere e vendersi, piuttosto che studiare e capire, anche nella scienza. Siamo tutti un prodotto commerciale.

Per alcuni dei motivi che ho elencato, e che trasformano la ricerca scientifica in un incrocio fra mercato e politica, recentemente Randy Schekman, che non è un umile manovale della ricerca come me, ma uno che ha vinto il premio Nobel, ha dichiarato che non pubblicherà mai più i suoi lavori sulle riviste di punta come Nature, Cell o Science, che lui ha definito di suo pugno “tiranni” da deporre.

Ci sarebbe molto altro di cui discutere, come il fatto che per leggere i lavori scientifici bisogna pagare – un tema affrontato qui da ammennicolidipensiero – e il fatto che, per pubblicare, gli autori stessi debbano pagare; cose che acuiscono il conflitto fra la libera scienza e gli interessi economici… ma non c’è spazio per tutto, qui. La discussione, comunque è aperta.

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29 risposte a Meritocrazia e merito: il caso-studio del peer-review

  1. aliceebianconiglio ha detto:

    Il fatto è che c’è poco da discutere. L’analisi (razionalissima, tra l’altro) che hai fatto è inattaccabile. Non solo. Si inserisce in un contesto generale in cui è quanto è vendibile il tuo prodotto (e non di rado quanto sei vendibile tu) a fare la differenza tra il successo e il fallimento. Ma qui parliamo di scienza. Le cose dovrebbero essere differenti. Certo. Ma come? Dove troviamo benefattori che finanziano la ricerca in quanto tale? E che mettono insieme riviste scientifiche senza scopo di lucro?

    Potrei aggiungere che ho rinunciato alla ricerca un paio di anni fa. Quando ho capito che non era fatta per me. O, meglio, che questo sistema non era fatto per me. Questo modo utilitaristico di leggere ogni fenomeno. Dallo studio, al lavoro, alle relazioni umane. E il problema è che non se ne esce chiudendosi alle spalle le porte dell’università.

    • swann matassa ha detto:

      in realtà io penso che ci sarebbero molti modi per gestire in modo più sano la faccenda. intanto, l’impact factor non ha ragione di esistere. in secondo luogo, le università pagano gli abbonamenti alle riviste. io penso che quei soldi potrebbero essere investiti invece nel diventare esse stesse editori, considerato che, se si abolisce il cartaceo e si pubblica tutto in digitale, i costi per tener su una rivista scientifica sono abbordabili. tutte le pubblicazioni dovrebbero e potrebbero essere open-access, senza costi né per l’autore né per il lettore. ma qui non si parla solo di scienza. come dicevi giustamente, tutto è un prodotto, anche CHI produce il prodotto. se vuoi proporti nel catering, dovrai vendere te stessa e la tua immagine prima che i tuoi cibi, dovrai essere più brava a farti pubblicità che a cucinare.
      ma non vorrei scantonare. la verità è che io ho la sensazione sempre più schiacciante che il merito abbia veramente poco a che fare col successo, e che la sorte, insieme a tante altre cose peggiori, giochi un ruolo preponderante nelle nostre vite, a dispetto di tutto il sudore e il lavoro. il che lo si potrebbe pure accettare, esattamente come accettiamo il dato di fatto che ognuno di noi è dotato, per nascita, di capacità diverse, e che non c’è nulla di equilibrato in questo. ma che almeno tutto questo sia chiaro, sia fatto alla luce del sole, e che non vengano bombardate le nostre coscienze e alimentate le nostre illusioni con la retorica del lavoro e del merito, quando il mondo va in un’altra direzione.
      come dico spesso, la verità sta alla base di tutto, per quanto crudele, è tutto quello che ci serve, e ci è dovuta.

      • aliceebianconiglio ha detto:

        Vorrei dirti che no, che non è così, che è una questione di sbattersi e di crederci e, alla fine, quanto atteso arriva. Però nella mia esperienza è solo una piccola parte della verità. E non mi va neanche di rifilarti la cazzata che è tutta una questione di come guardi le cose, che se hai una prospettiva positiva poi blabla, perché mi sembra che non dobbiamo anche darci la colpa di non apprezzare quanto (poco) abbiamo perché vogliamo di più.

        Per cui mi limito a dire che capisco. E che non sei solo. Siamo tanti, in questa situazione.

  2. ro ha detto:

    Io al posto tuo il link o la citazione al lavoro pubblicato su Science non l’avrei messo. Al contrario avrei inserito una descrizione del mio lavoro o di colleghi che si meritano.spazio. Per il resto hai tutta la mia comprensione. É attività commerciale, per lo meno finché non ti fai un nome.

    • swann matassa ha detto:

      ma sai, a noi i click non contano, e io non voglio che il mio lavoro sia un prodotto commerciale, perciò, anche se so che per molti versi finisce per esserlo, che questo è un mercato, non voglio comportarmi di conseguenza. voglio continuare a fare il mio lavoro solo perché altri possano avvalersene, di modo che la conoscenza progredisca attraverso la condivisione del sapere. lo scrivo qui perché lo sappia anche chi non è del settore, e anche un po’ perché si smetta di credere alla scienza come ad una religione e agli “scienziati” mediatici come a dei santoni…

      • ro ha detto:

        Ok, mi piace. Ma perché comunque citare cose o persone che non lo meritano? Credo che noi tutti abbiamo un grande potere nel creare il nostro futuro.
        “Bisogna citare il coraggio, non la disperazione”.

        • swann matassa ha detto:

          perché il cambiamento si fa con la conoscenza, con la consapevolezza. amo presentare i fatti e metterli insieme. io dico la mia, ma chi mi legge deve potersi fare la propria opinione. di ogni notizia bisogna risalire alla fonte originale. nella scienza si fa così, penso di dover fare lo stesso anche sul blog. è un po’ altisonante da dire in un posto così insignificante, con poche decine di lettori, ma si fa quello che si può, in base a quello che si ritiene giusto, no?
          non è che non mi piaccia la tua citazione, non so chi l’abbia detto, ma è una di quelle frasi che incitano al positivismo. tuttavia resto dell’idea che la realtà è una sola, e che ne fanno parte tanto il coraggio quanto la disperazione. la speranza nel futuro non dev’essere dettata solo dal fatto che conosciamo il coraggio ma non la disperazione, ma dal fatto che conosciamo entrambi, e scegliamo il primo.
          (forse adesso esagero con la filosofia, eh, ma mi hai provocato 😉 di questo ti ringrazio!)

  3. franciswolves ha detto:

    Secondo questa logica, per sperare di essere pubblicati, dovrebbero tutti fare ricerca solo nei campi più “appetibili”… è paradossale!

  4. e tu che questo post non volevi scriverlo, figurati.
    non necessita di una virgola in più.
    (p.s. ah, per la cronaca, 54. giusto per dire e continuare a girare il coltello nella piaga)

  5. ludmillarte ha detto:

    ciao Swann, ho letto rapidamente ma torno con calma (riunione chiama!). buon pomeriggio

  6. newwhitebear ha detto:

    Letto e ho seguito il filo logico del tuo post. Io sono un uomo di numeri, mi hanno sempre affascinato, e dico che i numeri vanno letti e non sommati. Leggere vuol dire sistemarli ognuno nella casella giusta in modo che siano facilmente interpretabili. Da quello che leggo assomigliano tanto a quelli statistici, dove le medie appiattiscono tutto.
    Stranamente quelle riviste prestigiose(!?) sembrano la bella (o brutta dipende dalla visuale di esame) delle agenzie di rating, che sono autorefenziate.
    Torniamo al punto di partenza del tuo scritto: come valutare l’opera di un ricercatore? Bella domanda con difficile risposta, perché stranamente trovo che ha un punto di contatto con le agenzie di rating. Cosa, secondo me, si dovrebbe fare? Trovare arbitri imparziali che giudichino i lavori. Ma è fattibile? No. Teoricamente sì, particamente no Perché? Prima difficoltà: trovare l’arbitro imparziale. Seconda difficoltà quanti ne servono per giudicare tutti ilavori in tempi ragionevoli? Troppi per essere tutti imparziali. Terza difficltà con quale criterio si scelgono gli arbitri? Non saprei, visto che è talmente complicato definire le regole per esprimere un giudizio, che non oso immaginare fissare criteri e paletti con oggettività.
    Considerate tutte queste difficoltà, e ne ho citate solo alcune, usiamo, come per misurare la bontà dei bond finanziari, degli strumenti poco affidabili ma semplici, legati alla soggettività di chi detiene il coltello per il manico.

    • swann matassa ha detto:

      non che sia contento di sapere che in altri ambiti, che sembrano tanto lontani dal mio, vigono le stesse leggi, anzi. però ricevere conferme mi aiuta a capire la realtà e a provare a prendere le contromisure.
      per fare il parallelo tra le tue agenzie di rating e le riviste scientifiche più prestigiose, hai usato un termine praticamente perfetto: autoreferenziate.
      mi permetto solo di aggiungere un concetto finale, che ho espresso già mille e più volte, perché lo ritengo un principio fondante: conoscere e far conoscere le cose è il primo passo del miglioramento. l’informazione, la conoscenza e il confronto sono i motori del mondo. non sottovalutiamolo mai. anche se parlare qui è come parlare in una salotto con pochi amici, non è mai fiato sprecato.

  7. ludmillarte ha detto:

    rieccomi. premetto tutta la mia stima a chi lavora secondo il principio fondante della scienza (forse anche tu? ;)) e questo dovrebbe diventare l’impact factor, perché qui sta il merito, non altrove. poi: “io posso ricevere milioni di citazioni sia per aver detto una cazzata storica che per aver cambiato in meglio la scienza, perciò la bontà del mio operato non può essere giudicata solo dal numero di citazioni”; basta questa verità per sentire il campanello d’allarme e cambiare tutto, cambiare direzione, cambiare il senso, ma non c’è la volontà. credo che il merito non solo sia mal valutato, ma venga volutamente (ed io aggiungo incoscientemente) ignorato. troppo drastica? forse, anche se preferirei definirmi realistica con speranza comunque, sempre perché c’è chi resiste e fa quel che può per cambiarla quella direzione e per dare un senso.
    buona notte. Lud

    • swann matassa ha detto:

      ecco, io lo so che quando scrivo questi post posso essere malinteso, e che può sembrare che voglio gratuitamente lamentarmi. del resto, qua nessuno sa se io, personalmente, ho dei meriti da rivendicare oppure no. potrei essere l’ultimo dei fessi (magari lo sono). ma il punto qui è un altro: “divulgare” quali sono i meccanismi che governano il mondo attuale, giusto per non vivere nell’ignoranza, che io reputo comunque peggiore anche della (eventuale) consapevolezza di non poter cambiare nulla. quindi, questo è il mio intento.
      grazie come sempre dell’attenzione con cui (mi) leggi.

  8. ettore matassa ha detto:

    Noto, dall’ “alto” della mia vecchiaia, nella maggior parte di voi, nel momento stesso nel quale usate la vostra capacità critica, dono della minoranza delle menti, non certo per motivi biologici ma per scelta più o meno consapevole, noto – dicevo – una vena di pessimismo. Il pessimismo è, uso un’espressione di E. Fromm, l’alienazione della speranza. E’ senso di sconfitta, è perdita di speranza e la speranza è legata al futuro. Perdere la speranza è sempre cosa negativa, lo è in modo particolare per chi è giovane e ha davanti a sé un futuro da costruire. Tu Swann scrivi: ““divulgare” quali sono i meccanismi che governano il mondo attuale, giusto per non vivere nell’ignoranza, che io reputo comunque peggiore anche della (eventuale) consapevolezza di non poter cambiare nulla. quindi, questo è il mio intento.” Più che evitare di vivere nell’ignoranza, “divulgare” serve, serve comunque: perchè quell’imponderabile, di cui anche tu parli in quanto presente nella vita di tutti, può far si di sollecitare qualcuno che ha i mezzi e la volontà di darti una mano, ma in ogni caso INCIDERA’ nella realtà se non subito, nel tempo. Magari i frutti dei pensieri e delle parole universali li godranno altri, ma di sicuro lasciano una traccia. Questo è, io credo, il motivo per cui vale la pena lottare, di indicare, di divulgare. E’ così che il mondo progredisce, nonostante la resistenza opposta da coloro e/o dagli apparati che hanno la forza oltre che l’interesse, di mantenere lo statu quo. In bocca al lupo.

    • swann matassa ha detto:

      se io non credessi punto per punto in quello che hai scritto, non starei qui a spandere e sprecare fiumi di parole. e, di fatto, questo vale anche per i “coraggiosi” che se li sorbiscono e li commentano. resta il fatto che la mediocrità (chiamiamola così) della realtà, in molti spegne la speranza. ma la speranza è un’arma subdola, a volte non averla è meglio, a volte è un puntello per la debolezza. speranza o non speranza, io credo più che quello che conta sia continuare a camminare. come disse qualcuno, “in direzione ostinata e contraria”…

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