Sull’esperienza del blogging, sulla rabbia, sulla disillusione

Ho aperto il blog 9 mesi fa. Il perché non lo so bene neanche io, sicuramente non c’è una ragione sola. Come sempre c’è senz’altro un insieme di motivazioni, ma la spinta finale me l’ha data il fatto che avevo bisogno di una “valvola di sfogo” per i miei pensieri e per le mie passioni. Io sono il tipico esemplare della “generazione perduta” di questi anni italiani, quella che altrove ho definito la generazione senza inizio. Non ho intenzione di ripercorrere qui le tappe della mia vita e della mia carriera lavorativa, dirò solo che ho visto chiudersi davanti ai miei occhi più porte di quante pensassi anche solo di potere tentare di attraversare. Non crediate che non sappia essere autocritico: so benissimo che, nelle folte schiere di coloro che oggi lamentano un futuro negato, sono molti quelli che se lo sono negato da soli, che non hanno (o non avrebbero) saputo meritarsene uno. Da qualcuno, potrei essere annoverato tra questi; qualcuno avrebbe anche ragione, perché ho commesso molti errori. Ma ogni volta che ho voluto rimediare, ogni volta che ho voluto provare nuove strade, ho trovato barriere. I numeri parlano chiaro, se non per me, per la massa dei miei coetanei. Le percentuali di occupazione, l’età media della classe dirigente, gli stipendi medi al primo impiego, la durata media dei contratti di lavoro e la tipologia di tali contratti sono tutti dati che non c’è bisogno di snocciolare, nessuno avrà il coraggio di sostenere che non siamo nati in un’epoca bastarda. Da lungo tempo, giudico il mio quotidiano insoddisfacente; per lungo tempo, giorno per giorno, ho visto scivolarmi fra le mani i miei sogni, le mie aspirazioni. È una brutta sensazione, ci sono persone che cadono in depressione, per cose così. Ci sono persone che si sono tolte la vita, per aver visto scorrere via i loro anni, per avere perso, nel retro dei loro occhi, la visione di un futuro possibile. Molti ne hanno conosciute, di queste persone, molti sapranno di cosa parlo. Io, dal canto mio, ho cominciato ad arrabbiarmi. Mi sono ritrovato un po’ alla volta incazzato con tutto, con tutti, forse anche facilitato, in questo, dal posto in cui vivo, che da sempre è fatto di eccessi. La rabbia è pericolosa quando non puoi convogliarla, può diventare qualunque cosa. La rabbia contro la vita è mortale, perché non ha un volto contro il quale sputare, non ha un culo da prendere a calci. Ma io non sono un tipo emotivo. Provavo a tenere a bada tutto, a fare quello che credevo di dover fare, a cercare lavoro, a rimanere aperto al mondo, perché il mondo non trovasse la mia porta sbarrata a sua volta, ovemai avesse finalmente deciso di venire a scovarmi. La sensazione del tempo che passa inutilmente diventa concreta, è come il fruscio della sabbia che scorre nella clessidra, ma nella testa diventa il fragore di una cascata, ti offusca i pensieri. Allora scrivevo. Scrivere mi è sempre servito, è come un salasso, mi svuota. Ho smesso di pormi barriere, ce n’erano troppe già all’esterno, ho accettato sconfitte, sono tornato sui miei passi anche nella vita privata e sentimentale, con la coda fra le gambe, piegando l’orgoglio come la stagnola di un cioccolatino già precedentemente appallottolata, spianandola, ritrovandone gli angoli, come se avesse importanza metterla in ordine, prima di buttarla via. Sono andato avanti a testa bassa. Penso ancora oggi che sia l’unica cosa da fare, quando non vedi la strada. Non torni indietro, non ti siedi a terra con la testa fra le mani, non chiedi aiuto; semplicemente, vai avanti a testa bassa, contro la bufera. Di solito, prima o poi, sbatti contro qualcosa, buono o cattivo che sia, e lo affronti, e ricominci da capo. Così ha funzionato per me. Però, nel frattempo, ero diventato intransigente. La rabbia che avevo in corpo se n’era tutt’altro che andata, la precarietà della mia situazione l’alimentava, l’alimenta ogni giorno. Alcuni s’aggrappano a quella speranza come a uno scoglio nel mare, sono così terrorizzati dall’idea di essere di nuovo trascinati al largo che accetterebbero qualunque compromesso, pur di rimanere aggrappati. Ma io ho buona memoria, non ho dimenticato il motivo per cui avevo intrapreso il viaggio. Piuttosto che rimanere attaccato allo scoglio, preferivo annegare. E allora ho affrontato la nuova avventura con inedito disincanto, deciso a continuare la mia inutile battaglia contro il mio tempo. Se non mi integro non mi rinnovano la borsa? Se non lecco culi, non pugnalo i competitori alle spalle, ridivento carne da macello? Beh, fanculo – mi sono detto. Avrò fatto un’esperienza di un anno, sia quello che sia. Avevo già rinunciato a così tante cose che mi pareva che me ne rimanesse una sola, fra le mani: i miei principi. Persi quelli, potevo conquistare un lavoro, uno stipendio, un indirizzo email istituzionale e tante belle cosette annesse, ma sarebbe stato come arredare una casa senza pareti. Così, mentre litigavo col capo e piantavo discussioni di principio con chiunque mi trovassi a parlare, mentre fraternizzavo ingenuamente con nemici finti-amici e pensavo solo a fare il meglio che mi riuscisse di fare nel tempo che mi era concesso, mi sono accorto che questo era l’unico modo in cui ero capace di affrontare il mondo: armato di idee. Mi sono reso conto che quella che stavo estemporaneamente adottando come condotta quotidiana era invece per me una sorta di principio ordinatore: l’intransigenza. Realismo, obiettività, praticità, sono tutte parole che, paradossalmente, ho cominciato a combattere, a provare ad eradicare dal mio vocabolario interiore. Il vero realismo, oggi, è l’utopia, il vero senso pratico è il senso morale, la vera obiettività è la ricerca dell’empatia, è la pluralità, la comprensione, l’ascolto. Qualcuno prima di me, molto più eloquentemente di me, ha detto “nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Sembra poca roba, molto meno di quanto sia sufficiente anche solo per un inizio, invece non lo è. Perché si deve ripartire da zero, dalle idee, dalle parole, dalla verità. Più o meno consciamente, ho cominciato a scrivere sul blog anche per questo, per dire quello che pensavo, per ribadire le mie idee, i miei principi, per metterli alla prova del commento degli altri, che non fossero solo le mie conoscenze quotidiane, o quelle di facebook. Che poi, per inciso, commentano ben poco, perché sarà colpa degli ambienti che frequento, o di come li frequento, del tempo che gli dedico, non so, ma il confronto dialettico fa parte delle cose che ho visto pian piano scivolare fuori dalla mia esistenza, e ho cominciato a ritrovarmi a caccia quasi spasmodica della possibilità di un confronto, perché mi sembrava di rimanere fermo sempre allo stesso punto, e quindi di perdere interesse per ogni cosa. A questo punto ho avuto un paio di sorprese. La prima è stata positiva. Ho trovato in rete più persone di quante mi aspettassi, lì a scrivere, ad esprimere concetti, idee, o anche solo a sciorinare parole che per me avesse un senso ascoltare o leggere. Ho scoperto che esiste una vera e propria “comunità” di blogger, che le piattaforme che li ospitano hanno molte delle caratteristiche che i più conoscono come caratteristiche dei social network, che spesso si instaura una sorta di “frequentazione” virtuale in cui vigono una serie di regole non scritte che s’impara, per lo più, a rispettare. Perciò ho vissuto una prima fase positiva, in cui ho avuto l’impressione che ci fosse più umanità da incontrare, là fuori, di quanto fossi stato indotto a pensare nelle mie giornate più nere, in cui, fatte salve poche individualità, avrei buttato a mare l’umanità intera, con me in testa. Frattanto, facebook mi aveva ormai già dimostrato in modo -mi pareva- inequivocabile che avevo sempre avuto ragione nel credere che la stragrande maggioranza degli uomini non è dotata che di briciole, rudimenti d’intelletto. Insomma, su WordPress ho visto sprazzi del fermento che in altri tempi mi ero aspettato di trovare, in ordine sparso, all’università, presso qualche circolo culturale o movimento politico, in gruppi di persone riunite sotto interessi comuni. Poi ho avuto la seconda sorpresa, quella negativa, che, se fossi stato meno ostinatamente fesso, non sarebbe stata nemmeno una sorpresa. Ho conosciuto i troll, ho letto commenti offensivi a post ragionevoli, ho visto blogger litigare furiosamente fra loro, arrivando –che te lo dico a fare- all’insulto personale. Insomma, ho scoperto quello che avrei già dovuto sapere: la stessa umanità che c’è fuori, c’è anche dentro. E poi ho avuto la terza sorpresa, quella che io definisco triste. Ho visto la rassegnazione. Sono venuto quassù per cercare più persone con cui dialogare, possibilmente anche con cui litigare, per dare sfogo alla mia insoddisfazione, e ho trovato la chiusura. Post chiusi ai commenti, commenti senza risposta, commenti lasciati in coda di moderazione (in attesa forse di controllare che non fossero molesti o critici?) e un infinito esercizio retorico per dire, alla fine, sempre e solo due cose: che siamo fottuti, che non c’è nulla che possiamo fare. A corollario di ciò, se sei un “tipo buono”, sputi un po’ di veleno sul mondo e ti fai figo con la tua disillusione, che del resto fa molto anima bella e dannata, e sfanculi gli ingenui, nonché quelli che la pensano diversamente, possibilmente con una punta di sado-masochismo, al grido di “questa è la cruda verità, fanculo tutti, chi se ne frega, io ho smesso di sognare quando ancora mi ciucciavo il pollice”. Ma io non ci sto. Mentre cerco di non ingoiare acqua, aggrappato allo scoglio, ricordo ancora perché sono salpato.
Nella mia città, sui muri, su adesivi, su magliette e persino su tatuaggi, potete trovare una frase, sormontata dal volto di Diego Armando Maradona: “chi ama non dimentica”. Ora, i suddetti professionisti del sarcasmo potranno esercitare le loro sottili doti nel dire che è il parto di un popolo rozzo, che venera un calciatore come un dio sceso in terra. Ma questo è un popolo rozzo che ama, ed è un popolo rozzo che non dimentica. E voi? Avete davvero smesso di amare l’aria che respirate, la terra che calpestate, le anime che hanno condiviso il viaggio finora con voi? Avete dimenticato, o ricordate?
Il mio avatar è il piccolo principe, non per un caso. Ogni volta che qualcuno o qualcosa mi ricorda che dovrei comportarmi e pensare da adulto, che dovrei essere pragmatico, io apro il blog, mi vedo nel mio avatar e ricordo a me stesso che “ho incontrato molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in mezzo ai grandi. Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino. Ma l’opinione che avevo di loro non è molto migliorata”. Questo luogo virtuale mi serve per ricordare a me stesso qual è, davvero, il mio posto. E non è, NON È dove mi hanno portato i compromessi. Il mio posto lo custodisce la memoria di quella parte di me che si faceva guidare dallo stupore, quand’ero piccolo, e m’innamoravo di tutto.
Non me ne frega un cazzo che perderemo, non me ne frega un cazzo che moriremo senza aver conquistato un posto nel mondo. Quello che mi interessa davvero è che viviamo secondo coscienza, che proviamo a stabilire dei valori, che ne discutiamo fra noi, che proviamo a seguirli, ad evolvere con essi, che facciamo la nostra parte, che tracciamo un cammino – che non condurrà in nessun posto, che sarà pieno di rovi, che sarà veramente una pena, ma che sia nostro, che sia sano.
Perché altrimenti nessuna delle cose che facciamo ha più senso, perché sennò siamo peggio che giovani vecchi. Siamo già morti.

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44 risposte a Sull’esperienza del blogging, sulla rabbia, sulla disillusione

  1. bortocal ha detto:

    sono il primo?

    allora dico, da sessantacinquenne, che non avevo ancora letto un testo capace come questo di farmi capire che cosa passa per la testa di un ragazzo d’oggi (e scusa il “ragazzo”, ma dipende dal punto di osservazione…).

    anche io sono stato un giovane, un uomo e anche un uomo maturo intransigente: questo mi ha procurato un sacco di casini, alcuni davvero allucinanti, ma non mi ha impedito una vita professionale positiva e realizzata.

    così intransigente da rifiutare quarant’anni fa di provare a inserirmi in università, dato che non mi piaceva l’ambientino degli assistenti porta-borse.

    e con ciò? però credo che la differenza che non riuscirò mai a introiettare del tutto è che allora potevi SCEGLIERE che lavoro fare, e adesso questa libertà di scelta non c’è più, per cui l’intransigenza diventa veramente temeraria.

    chapeau a chi tiene la schiena diritta, dunque.

    • swann matassa ha detto:

      innanzitutto grazie per il “ragazzo” 🙂
      io non lo so qual è la soglia accettabile di compromesso e qual è la prova vera da affrontare per poter dire di aver tenuto “la schiena dritta”. il rischio, nel primo caso, è di spostare l’asticella sempre un po’ più in alto, e ritrovarsi nel tempo a non riconoscersi più nelle foto (interiori) di qualche anno prima… questa idea mi terrorizza, motivo per cui continuo a mettere la mia coscienza sotto la lente d’ingrandimento, e non è un bel vedere. ma va fatto. un’altra cosa che credo è che non bisogna avere paura delle emozioni negative, bisogna accettarle, affrontarle. avere paura è sano, soffrire è sano, fa parte della nostra natura, ci mantiene vivi. uno dei motivi per cui le nostre esistenze sembrano sempre più “di plastica” è perché, in qualche punto della nostra storia, ci siamo convinti di poter usare l’ingegno per bypassare la sofferenza. e qui veniamo al secondo punto, quello della “schiena dritta”. quanta sofferenza ci costano le rinunce, quanta invece ce ne costa il prezzo che paghiamo per evitare di dover fare rinunce? ecco, a questa domanda possiamo provare a rispondere solo se riteniamo ancora che l’etica abbia un senso, se conserviamo ancora una coscienza. per ora, io mi batto per questo, il resto verrà, torneremo a porci domande, proveremo a rispondere. intanto, il wwf dovrebbe salvaguardare l’etica, è in via di estinzione

      • bortocal ha detto:

        a questo punto sono andato a leggermi il tuo profilo, per conoscerti meglio.

        e mi sono detto: cavoli, che vita interessante.

        quindi vorrei provare a fare una polemica positiva: dai, smettetela di piangervi addosso, nuova o quasi nuova generazione.

        noi a vent’anni o giù di lì trovavamo il posto fisso, d’accordo: ma questo significava anche fossilizzarsi precocemente in un ruolo e precipitare in un mondo chiuso.

        voi avete il precariato, ma io ho cominciato a muovermi nel mondo molto tardi.

        alla fine chi dice che nella vostra precarietà non ci siano anche le premesse di una ricchezza di esperienze che noi non ci sognavamo nemmeno?

        e non è che forse proprio questa maggiore mobilità reale vostra diminuisce l’importanza di quella mentale che portava la nostra generazione a battersi invano collettivamente contro la conservazione?

        • swann matassa ha detto:

          vado contro me stesso: quanti profili poco interessanti hai letto? Non dico che mi sono disegnato ad hoc per sembrare figo, però dietro ci sono progetti, speranze, spesso vane. Faccio un esempio: una delle esperienze più significative che io abbia fatto è stato il volontariato di ricerca in Islanda. Ci sono andato perché era un’esperienza che volevo fare, ma anche perché speravo che potesse aprirmi delle porte. Per motivi economici, non ho potuto permettermi di rimanerci per più di 2 mesi, e, sebbene abbia parlato con ricercatori di lì e mi sia messo in contatto con un gruppo di ricerca norvegese, alla fine l’esperienza è tutto quello che mi è rimasto. Lo rifarei? Sì, certo. Ma quando l’esperienza è tutto quello che ti resta ad ogni giro di giostra e la giostra gira per anni, la faccenda si fa un po’ pesante.
          Ma io capisco benissimo quello che vuoi dirmi, e ti ringrazio. Solo che la serenità di “cogliere la rosa nella croce”, come diceva Hegel (spero di non dire fesserie), ci fa decisamente difetto. Anche in questo siamo rimasti incompiuti: come degli adolescenti, siamo incapaci di un equilibrio umorale. Per questo mi fa veramente incazzare quando poi invece vogliamo fare i “saggi”, i “pragmatici”, i filosofi del “meno peggio”, perché crediamo che la morale di questa favola sia che la realtà è crudele, perciò bisogna essere cinici.
          Vorrei che avessimo il coraggio di giocare e rischiare, per cambiare. Di perdere, anche, se ha ragione chi dice che non abbiamo chance di vincere. Ecco, io voglio perdere!
          Voi vi battevate invano, dici, ma vi battevate. Preferirei così, davvero.

          • bortocal ha detto:

            no, il tuo è davvero uno dei più interessanti: forse racconti soltato più cose di te, non so, comunque ho provato una punta di invidia; del resto anche i miei figli hanno una vita molto più movimentata della mia alla loro età: è vero che il precariato e l’improvvisazione sono un po’ la caratteristica con cui devono convivere, però che freschezza e ricchezza di esperienze!

            tornando a noi, anche se il tuo profilo non fosse niente di speciale, la gente che scrive nel blog è di per se stessa un po’ speciale, mica è l’italiano medio, e anche se tu non fossi speciale qui, resteresti sempre speciale nella realtà.

            e anche questa possibilità di crearsi un gruppo di relazioni virtuali con persone quasi sempre straordinarie a me pare una possibilità nuova che ci è stata data, di cui io ho imparato a usufruire solo dopo i cinquant’anni, ma voi ci siete vissuti dentro.

            certo, ci sono contropartite negative, i rapporti sono più effimeri; ma gli stimoli mentali e l’arricchimento personale lo trovo semplicemente eccezionale.

            come hai capito benissimo sto soltanto cercando di mettere in luce il buono che può esserci, non di criticare.

            certo, c’è la precarietà, e ci sono le limitazioni economiche: trovo più grave la prima che le seconde; forse mi aiuta avere vissuto i primi anni della mia vita nel mondo delle privazioni post-belliche e dunque avere avuto un imprinting per niente consumista; quando il denaro diminuisce, diminuisco i consumi; la cosa non mi pesa.

            forse un aspetto problematico della vostra generazione è invece di esservi abituati a non poter rinunciare a consumi che a me non appaiono per niente primari?

            non so; temo di avere assunto l’aria dell’uomo maturo che fa la predica, ma non è nelle mie intenzioni: sto solo cercando di capire meglio.

            sulla mia generazione, a differenza di te, io sono invece molto critico: la maggior parte delle nostre lotte erano sbagliate: la colpa è stata piuttosto della generazione precedente che nostra, perché abbiamo seguito chi ci sembrava più aperto al futuro, ma la maggior parte di noi si sono scelti dei maestri sbagliati.

            abbiamo lottato cambiando il mondo (per fortuna!) dove non era nei nostri obiettivi e però non abbiamo saputo impedire la deriva dagli anni Ottanta in poi: eravamo già stati emarginati per l’estremismo e lo spirito dottrinario.

            è stato effettivamente bellissimo soggettivamente quel movimento collettivo che ci ha portato a sfidare l’ordine costituito, a finire in Tribunale, a cercare di combattere contro i pregiudizi; ma i pregiudizi hanno vinto contro di noi, anche perché non avevamo davvero imparato a vincerli o forse perché un modo per vincerli non esiste neppure.

            non rimpiangere un collettivo di illusi che si sono riempiti la testa di idee astruse e hanno perso il contatto con la realtà, lasciandola nelle mani dei profittatori più cinici.

            siamo stati dei perdenti: le vostre pene di figli sono i nostri errori di padri.

            con questo non dico affatto che si debba essere cinici per essere saggi: dico che essere saggi significa non essere dogmatici né dottrinari: guardare al passato per rimettere insieme una voglia di gruppo di migliorare le cose, ma senza ripetere certi errori.

            (scusa il predicozzo; dev’essere l’età che fa assumere, senza eppure volerlo, questo tono… 🙂 )

          • swann matassa ha detto:

            no no, altroché, mi piace molto questo dibattito. Sicuramente non c’è una generazione perfetta e molti dei miei coetanei sono fortemente critici verso la generazione dei loro padri perché li ritengono responsabili. Ma la cosa peggiore è che nel piangerci addosso noi non ci stiamo preoccupando affatto, invece, di quello di cui, a nostra volta, saremo responsabili nei confronti dei nostri figli. Non ci siamo mai detti: noi siamo fottuti, ma proviamo a porre delle basi per cui non debbano per forza essere fottuti anche i nostri figli. Come ho già avuto modo di dire altrove, ho già sentito qualcuno dire: alle prossime elezioni voto Renzi, sarà la stessa cosa degli altri, ma almeno è nuovo… Giuro, mi vengono i brividi, è veramente facile fregarci: basta mettere un volto nuovo davanti a una cosa vecchia, e noi ce la beviamo. Se Clark Kent si togliesse gli occhiali e s’infilasse una tuta, ci chiederemmo davvero, come nei film, “ma chi sarà mai?”
            Per tornare al mio caso specifico, devo darti ragione su un punto: la mia vita era molto più varia ed interessante prima che trovassi un minimo di continuità in uno stesso progetto lavorativo. Ma la cosa non avrebbe potuto funzionare all’infinito: finivo sempre col tornare sulle spalle dei miei genitori, e con gli anni molte opportunità mi sarebbero state comunque precluse (anche il volontariato in Islanda o i lavori estivi a Lampedusa, fino a che età li puoi fare?). Quindi sì, il precariato funziona, ma solo per un periodo limitato. Quando è condizione cronica, non c’è lato positivo che tenga

  2. aliceebianconiglio ha detto:

    Io non ho parole. Questo post potrei averlo scritto io. Parola per parola. Racconta la mia storia. O, forse, il pezzo di storia che abbiamo in comune in tanti, in molti, una generazione che sta pagando le conseguenze delle scelte egoiste o anche solo poco lungimiranti di chi l’ha preceduta. E che non ha trovato la forza, la voce, il modo di ribellarsi.

    A volte mi chiedo come mai. Perché non siamo riusciti a ribaltare tutto. A che punto ci siamo arresi. Non dico a livello individuale. Ma anche. Dico che manca proprio un piano collettivo. Tipo io alla fine, se considero il disastro socioeconomico in cui sono nata, nel mio piccolo un pochino mi sono elevata. Dopo un’adolescenza da manuale del disagio, ho lavorato e studiato per una vita, laurea con lode, dottorato, mille esperienze in contesti e ruoli diversi. Se non altro, mi porto a casa la cultura, l’apertura mentale, le competenze. Eppure ho un lavoro nuovo ogni sei mesi, non so mai come arrivare a fine mese e, ora che mi trovo a cambiare casa, come al solito ho un muro di “non ha garanzie”, “non è abbastanza stabile”, “non guadagna a sufficienza”. Io? No, signori, non sono io mancante di qualcosa. Siete voi. Io sono un prodigio, perché riesco ancora ad alzarmi la mattina e ad affrontare tutto questo ogni cazzo di giorno lottando per non vendermi e non buttarmi via.

    Ma non sono io il punto. Il problema è che siamo milioni. Milioni di persone che ok, una parte sta comoda a casa con mamma e papà a farsi mantenere, ma una bella fetta si è trovata le mie e le tue stesse porte chiuse, si è resa conto ogni giorno di più di non avere un futuro e neanche un presente, si è sentita rispondere di non sapere a sufficienza o di non aver fatto abbastanza, si è sorbita i vari “ma perché non vai all’estero” (che io al prossimo tiro un cazzotto in faccia) come se fosse una pretesa amorale in tempi non di guerra cercare lavoro a casa propria o se facesse schifo l’idea di voler dare qualcosa al proprio paese. Nessuno parla per noi, nessuno pensa per noi, nessuno difende le nostre posizioni, i nostri diritti. Ok, ma noi dove siamo? Perché non riusciamo a unire la rabbia e la forza e la voglia di altro in qualcosa di costruttivo?

    • swann matassa ha detto:

      Sai, temo che non ci sia un punto in cui ci siamo arresi, semplicemente perché non c’è mai stato un “ci”. La nostra è una generazione perduta non solo perché siamo nati in un periodo storico che ci ha condannato, ma perché non ci siamo mai riconosciuti come entità collettiva. Per tornare al discorso del lavoro: il precariato più estremo (io ho avuto un contratto di 30 giorni, una volta, ma ho perso per distacco una gara al ribasso, dove miei amici hanno cominciato a snocciolare contratti di pochi giorni o settimane) e lo sfruttamento funzionano perché la minaccia “se vai via tu, ne trovo altri 100mila che aspettano di prendere il tuo posto” funziona sempre. Perché, effettivamente, c’è sempre qualcuno disposto a farti le scarpe per un tozzo di pane. L’individualismo viene prima di questa fase di stasi sociale: con l’individualismo sono state gettate le basi per portare avanti le politiche sociali attuali. Ma quando ne abbiamo preso coscienza (per quelli che l’hanno fatto) era già troppo tardi. Ma non è mai troppo tardi per ricominciare ad avere una coscienza, è questo quello che volevo dire. La mia domanda è: riusciremo ad essere un po’ meno individualisti, non fosse altro che per riabilitarci almeno parzialmente nei confronti della storia?

      • aliceebianconiglio ha detto:

        Ho cercato di fare mente locale, per recuperare un momento in cui mi fossi sentita parte di un “noi” indietro nel tempo. Ho qualche ricordo sbiadito del liceo, dove essere-con più che altro era essere-contro-qualcosa, in modo anche poco consapevole.

        Poi il vuoto. Colleghi, amici, ma anche fidanzati (guarda caso siamo la generazione che continua a rimandare il per sempre e – il cielo ce ne scampi – i figli), tutte entità singole, ognuna a se stante, che condivide – forse – qualcosa per lassi di tempo (e di spazio emotivo e mentale soprattutto) infinitamente piccoli rispetto alla propria esistenza.

        Sì, qualcosa mi torna nel tuo discorso. Che poi va bene avere una propria identità, aborro la massa che non pensa e segue il cane pastore come un gregge *ma* essere-con gli altri può significare anche qualcosa di diverso, di costruttivo. O almeno, credo. In teoria. Perché mi sa che non l’ho vissuto mai.

        • swann matassa ha detto:

          L’individualità, la possibilità di avere una propria identità ha a che fare con la libertà, è un principio fondante, deve essere sempre garantita. Ma siamo animali sociali. Quello che facciamo, dobbiamo farlo in movimento con gli altri, che non significa fare tutti la stessa cosa nello stesso momento allo stesso modo, bensì trovare ciascuno il proprio posto in quel movimento comune, come le parti di un organismo.

  3. leonetta ha detto:

    Hahahahahah Swann! parli con una che ci va dalla specialista per imparare a fregarsene per vivere a questo mondo!….. con pochi risultati devo dire:( non riesco a scordarmi che sono una persona con una mia unica (come tutti) personalita’ che non vuole star zitta o quanto meno non vuole far parlare chi non ne ha diritto….. risultato? molte lacrime, crisi di autostima ma alla fine penso sempre che chi mi vuole bene, come dici tu, e’ fra i pochi capace di amare, chi mi comprende mi legge nel cuore e su di loro posso contare! Le tue energie sono sprecate….. il blog e’ solo uno sfogatoio e la maggior parte della gente non capisce un cavolo, sei fortunato se trovi delle belle persone con cui scambiare punti di vista, ma sono sempre convinta che il contatto reale e il poter scrutare dal vivo reazioni ed emozioni estraendo le antennine al massimo per sentirle le persone, sia il modo migliore per essere certi di non sbagliarsi! intransigenza? …. forse significa a volte anche prendersi troppo sul serio e me lo dico fin troppe volte….. alla fine la rivoluzione l’han fatta sempre quelli che si sporcavano le mani, sapevano anche prendersi in giro e rendersi conto che non si vive di solo pane ma soprattutto:/….. essere troppo intransigente a volte non paga e magari si sentono vicine le persone perche’ possono fare i tuoi stessi errori, ma le si ama perche’ sanno trovare sempre una soluzione:)….. bah! delirio post feste e pre anno nuovo…… beh ma puo’ anche essere che mi faccia la mia famosa risata al cielo quest’anno 😉

    • swann matassa ha detto:

      e qual è la specialista che ti aiuta ad imparare a fregartene? non le tolgono la licenza??
      ti dirò, essere intransigenti non paga, ma bisogna anche capire a quale moneta ci stiamo riferendo. sarebbe un gran bel ridere al cielo se facessimo tutti come il suonatore jones, “lui che offrì la faccia al vento, la gola al vino e mai un pensiero non al denaro, non all’amore, né al cielo”, vero?

  4. ecoarcobaleno ha detto:

    Grazie delle tue parole e riflessioni, credo che la rabbia sia molto meglio dell’apatia e della depressione, anche se dovrebbe essere non sterile, dovrebbe portare a reagire in qualche modo. Se si capisse o ricordasse cosa significa umanità, forse si sarebbe più forti, più pronti a reagire ai problemi invece di lasciarsi andare. L’essere umano è forte, ma anche profondamente fragile. Proprio in virtù di questa fragilità si fanno tanti errori, troppi si cerca di dimostrare la propria forza attaccando chiunque ci capiti a tiro è come se la rabbia che tutti noi abbiamo in corpo in qualcuno invece di essere canalizzata e minimamente rielaborata venisse letteralmente vomitata sul primo che capita a tiro con la prima scusa che gli attraversa le labbra quando va bene espletata attraverso parole digitate in qualche social.
    Mi verrebbe da fare un casino di altre riflessioni e citazioni, ma mi limito a questa:
    “Oggi conosciamo solo anime individuali, rese asfittiche dall’incapacità di correlare la loro
    sofferenza quotidiana con il dolore del mondo.” Umberto Galimberti dal libro, “L’Ospite Inquietante”
    Penso che a molti manchi un anello di congiunzione tra se stessi e il mondo esterno, quell’anello che rende forse un po’ meno cechi ed egoisti e più etici.

    • swann matassa ha detto:

      recentemente ho letto un’intervista ad umberto galimberti. Gli hanno chiesto: “Che prospettive ci sono per le future generazioni?”, lui ha risposto “Una generazione l’abbiamo già persa, quella che va dai 25 ai 40 anni”. Appunto. La sua ricetta per il futuro, la sua alternativa alla rivoluzione -che per lui è impossibile- per le nuove generazioni è diventare “poveri e solidali”, “decrescere con saggezza”. Io rifletterei a fondo su questo. Poveri e solidali.

  5. ecoarcobaleno ha detto:

    A qualcuno per non dire a molti potrebbero spaventare le parole “poveri e solidali” ma credo sia forse una soluzione più civile della rivoluzione. Staremo a vedere.
    L’Italia si è a lungo sorretta su un sistema solidale di mutuo soccorso come dire familiare, ci si aiutava tra famiglie e forse si tornerà a questo. Mi auguro che le persone abbiano sempre più sguardi lontani e non limitati ed egoistici.
    Ancora complimenti per questo bellissimo post, è uno di quelli che bisognerà assolutamente rileggere ogni tanto 🙂
    “Il vero realismo, oggi, è l’utopia, il vero senso pratico è il senso morale, la vera obiettività è la ricerca dell’empatia, è la pluralità, la comprensione, l’ascolto.”

  6. di una cosa son certo: disillusione non e’ piangersi addosso. e non e’ assolutamente detto che questa non sia motore di creativita’ e resistenza, anzi. io sto dalla tua, swann, in tutto, per i millemila motivi che puoi ben immaginare.

    • swann matassa ha detto:

      tu hai ragione, adp, ma è anche vero che dalla disillusione alla rassegnazione il passo è breve, bisogna fare molta attenzione a non compierlo. se mai c’è una funzione, in questo nostro parlarci e incontrarci, anche solo virtualmente, quella dovrebbe stare anche nel prevenire quel passo. quando ho elencato le 3 sorprese della blog-esperienza non volevo dire che la prima fase “positiva” è stata cancellata dalle successive, anzi. io faccio tesoro di cose che ho letto e persone che ho “conosciuto”. spero sia così per altri, per quanti più possibile. e con te, s’è deciso che alla prima occasione ci s’incontra di fuori (e non è una minaccia – o forse sì 😉 )

  7. aliceoalmenocredo ha detto:

    posso dirti grazie? grazie di cuore? Ti seguo da poco. Stamattina leggo il tuo post: più vado avanti, più ho voglia di tirare un sospiro di sollievo. Giuro.
    In questo periodo io lotto contro. Contro tutto. Contro tutti. Contro le logiche del servilismo, contro il menefreghismo, contro le lamentele sterili, contro le imposizioni aride. Lotto perché credo che solo parlando si possa far ascoltare la propria voce, perché credo che stare in silenzio ad osservare quello che non ci piace non ci porterà da nessuna parte, perché credo che bisogna assumersi dei rischi per avere diritto di replica. Io lotto e incito gli altri e cerco di smuovere l’animo di chi mi sta intorno per alzare la testa e respirare a pieni polmoni. Spero e credo e sudo per arrivare a sera e potermi guardare allo specchio, per mantenere la coerenza con me stessa. Ed è una gran fatica, davvero.
    Ora, so che tu non sai nemmeno chi io sia e che non puoi capire fino in fondo, ma ti prego di fidarti di questa emerita sconosciuta che si ritrova nelle tue parole e si sente, in questa mattinata in cui tira aria di neve, un po’ meno sola per averti letto.

    • swann matassa ha detto:

      Finisce che devo essere io a ringraziare te. Primo, per aver testimoniato che c’è qualcuno che ha i miei stessi anni (così leggo sul tuo blog) che condivide le mie posizioni, e poi, soprattutto, per alzare la voce contro servilismo, menefreghismo, autoritarismo. Questi sono alcuni degli -ismi che più ci incatenano, che ci impediscono anche solo di abbozzare una reazione collettiva. Perché a fronte di uno che non si piega alle logiche che ci hanno condotto dove siamo, ce ne sono tanti che si fanno avanti per prenderne il posto, contenti di potersi avvantaggiare del sistema (senza capire che quando il terreno cede, la valanga non risparmia nessuno).
      Perciò, oggi, non mi serve sapere veramente chi sei, ma mi serve sapere che ci sei.

  8. panph ha detto:

    la cosa che più mi disturba è che le persone, vista la situazione infelice in cui ci troviamo, sentono il diritto di potersi lasciare andare alle cose peggiori, come se tutto fosse giustificato e permesso tanto è colpa della generazione precedente che ci ha messo con le spalle al muro e che ci ha lasciato solo le briciole. Mi comporto male perchè ho avuto questo esempio non è che mi comporto bene o cerco di fare cose diverse perchè ho visto che le cose fatte in certo modo possano portare ad un futuro triste avido e infelice.

    Odio vedere i miei coetanei sputare nel piatto in cui mangiano, odio vedere così tanto disfattismo, odio vederci senza principi morali e sono un pò spaventata all’idea che in futuro saranno proprio queste persone, pronte a svendersi per un tozzo di pane, a gestire certi aspetti della mia vitaò……
    Andrebbe condivisa l’idea di bortocal, che questa precarietà debba essere vista come una spinta per smuoverci dalle nostre case e cose che sia una cosa positiva perchè ci porta a vivere nuove esperienze, l’unico problema è che queste devono essere compiute ed affrotate non con la forza della disperazione ma con l’idea che possano portare a qualcosa di buono e di duraturo.

    • swann matassa ha detto:

      Sottoscrivo. Io però ci aggiungo una cosa che ho già citato: l’assenza di confronto. E’ attraverso l’individualismo sfrenato che questo stato di cose si alimenta, perché non si riescono a mettere insieme non dico le persone, ma neanche le idee. Per quanto beceri, io continuo ad usare tutti i canali di comunicazione a mia disposizione, pur non essendo un grande comunicatore, proprio per questo, alla ricerca di un possibile scambio. Come vedo qui, qualcuno con cui dialogare, in giro, ancora c’è!

      • panph ha detto:

        Swann ma non hai mai trovato associazioni o comitati interessanti a Napoli ? perchè c’è davvero tanta gente fuori dai blog con cui vale la pena discutere e confrontarsi. Io quest anno vorrei riuscire a sconfiggere la timidezza e la pigrizia e trovare un posto dove passare le ore invece che stare incollata al pc o con le persone di sempre a parlare e fare le solite ridondanti e rieptitive cose… 😛

        • swann matassa ha detto:

          veramente sono un po’ più pessimista di te sul numero di persone con cui vale la pena confrontarsi, soprattutto senza secondi fini (quando mi capita di incontrare persone “che si impegnano”, finisce che viene sempre fuori che lo fanno per un secondo fine)

  9. ludmillarte ha detto:

    caro Swann, avessi scritto una sola cosa, una sola, che non condivido o non penso… ma non ce n’è. ci sono inoltre passaggi davvero profondi e belli, come spesso accade quando ti leggo. Il seguente poi è per me sublime:
    “Il vero realismo, oggi, è l’utopia, il vero senso pratico è il senso morale, la vera obiettività è la ricerca dell’empatia, è la pluralità, la comprensione, l’ascolto. Qualcuno prima di me, molto più eloquentemente di me, ha detto “nel tempo dell’inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”. Sembra poca roba, molto meno di quanto sia sufficiente anche solo per un inizio, invece non lo è. Perché si deve ripartire da zero, dalle idee, dalle parole, dalla verità. …”
    queste sono le mie vitamine e glucidi per stare meglio e per sentirmi un po’ meno ‘strana’.
    un sorriso

    • swann matassa ha detto:

      cara lud, se tutti leggessero nelle mie parole quello che ci leggi tu, la mia vita sarebbe più facile, davvero. il sorriso lo strappi tu a me 🙂
      però mi fa bene sapermi “condiviso” da persone che stimo.
      almeno so che c’è qualcuno da cui si potrebbe ripartire.

  10. verbasequentur ha detto:

    Tra le cose che odio c’è “imparare a fregarsene”. Perchè quando chiudi, chiudi, giocoforza entra meno, ma anche esce meno. Ovviamente dall’età in cui il nonno veglia sulle correnti di buoi a quella “della ragione” qualche chiusura arriva – interna intendo, fisiologica oserei dire – ma mi sembra e mi è sempre sembrato che di fronte al bivio “chiudo, vivo meglio” e “resto aperto, piglio più mazzate” quella preferibile sia la seconda, posto di conoscersi abbastanza e di sapersi abbastanza equilibrati da potersela permettere. Lo dico senza “arroganza”, ci sono persone che sono più fragili, magari in certi momenti della loro vita, e debbono chiudersi per forza.
    Io non ti conosco abbastanza da sapere se questo sia o meno uno di quei momenti per te.
    Ma… mi piaci immensamente. E spero che non TI chiuderai. Perché al netto delle mazzate, le cose che tiri fuori sono fantastiche. In mia umilissima opinione.

    • swann matassa ha detto:

      Io non so rispondere ai complimenti, non so se s’è capito. Poi nel caso di persone come te, vorrei dire “ma no, questo lo dio IO a TE!”
      Io di momenti-no ne ho avuti e ne ho, come tutti, e ciascuno sviluppa un suo proprio meccanismo di difesa. Nel mio caso, tutti i sentimenti negativi diventano, in qualche modo, rabbia. Questo, naturalmente, lo vedo come un difetto, una limitazione. Ma fino a che non riuscirò a limarlo, sarà difficile che io mi chiuda al mondo, è più probabile che io ceda alla tentazione di sputare fuoco come un drago nel tentativo disperato di dare tutto alle fiamme 🙂
      E comunque sono pienamente d’accordo con te, nella vita sono zemaniano: preferisco giocare all’attacco e prendere un sacco di gol. Non vincerò mai lo scudetto, ma avrò giocato davvero…

      • ecoarcobaleno ha detto:

        Giusto per andare platealmente fuori tema, ti dico che ho il tuo stesso “difetto” i complimenti mi “paralizzano”, m’imbarazzano fatti dal vivo non ne parliamo, ma ci sto lavorando sopra perché mi hanno fatto capire che chi non sa accogliere i complimenti a volte crea muri e inconsapevolmente fa stare male chi l’ha tatto. Io spesso reagisco con ironia, mi sa che anche quella è una sorta di difesa e il “problema” di fondo non so se sia il fatto che in famiglia non sono stata abituata a complimenti anzi venivano fuori per lo più solo le critiche o è una cosa mia e basta…
        scusate le divagazioni, mi pare un buono spunto per scrivere un post 🙂
        Buona Epifania a tutti ricordando il reale significato del termine.
        http://www.treccani.it/enciclopedia/epifania/

        • swann matassa ha detto:

          bene, allora aspetto un posto con un titolo tipo: “piccola guida per accettare i complimenti, vista da ecoarcobaleno” 😉

          • ecoarcobaleno ha detto:

            Ecco un es. di quando le richieste possono ritorcersi contro 🙂
            mi hai fatto ridere grazie 🙂
            Se e quando finirò i miei lavori in corso, sarai il primo a saperlo. Ecco forse il titolo del post potrebbe essere questo: “Lavori in Corso” 😉

  11. Pingback: il precariato, visto dalla parte di Swann. | bortocommentando

  12. bortocal ha detto:

    ritorno su questo post dopo un paio di giorni, a riprendere la discussione interrotta, sia perché la misura che ha sul tuo blog la lunghezza della coda dei commenti era esaurita, sia perché mi andava di leggere altri interventi, e direi che ne valeva la pena, perché il tuo post è stato giustamente apprezzato.

    riprendo dicendo che Galimberti spara cavolate, e non mi meraviglia, direi perfino che è il suo mestiere: altro che generazione perduta, come si permette di spargere fango su di voi? lo trovo un modo subdolo di demotivare chi deve sostituirci, invece.

    ho tre figli dai 25 ai 40 (anzi, dai 27 ai 35) e sono tre splendide persone che hanno vissuto anni nel precariato, soffrendo la condizione con giusta misura, poi, almeno i primi due, ne sono usciti, a condizioni che giudico profondamente ingiuste economicamente; però direi anche che fa parte della struttura sociale di questo paese conservatore e bigotto che gli anziani abbiano troppo potere, anche nella vita comune; e dunque, facendo una analisi sociologica della situazione italiana, direi che occorre farsene una ragione e non un complesso psicologico: non c’è niente di male ad essere aiutati dai genitori (se ovviamente possono): per me è un piacere, del resto, rendermi utile ai miei figli, e mi aiuta a sentirmi vivo.

    condivido con te che il precariato non può durare una vita intera; però a me pare che almeno fino ai 30-35 anni possa essere un modo di vita perfino positivo ed eccitante: essere i clerici vagantes della nuova conoscenza.

    e poi? poi, se non si trova in Italia, e si sanno fare delle cose, non avere paura di andarsene, direi: il mondo offre molto, lasciandosi questo paese alle spalle,

    – su Renzi, come condivido quello che hai scritto!: ora che il Partito Democratico si è identificato con questo nuovo omino televisivo di plastica, non ci dovrebbe restare che scegliere, secondo loro, fra tre personaggi equivalenti: Berlusconi, Grillo e Renzi.

    mi rifiuto, come te! 🙂

    • swann matassa ha detto:

      un sacco di spunti ancora!
      su galimberti: vedo che c’è chi lo ama e chi lo odia. nessuna intenzione di difenderlo, ma in quell’intervista non mi pare denigrasse in alcun modo la mia generazione. parlava di “generazione perduta” nel senso che non avremo mai nulla di solido costruito, che, per esempio, in linea di massima, non percepiremo mai una pensione. http://wisesociety.it/incontri/umberto-galimberti-ecco-perche-non-possiamo-fare-la-rivoluzione/#capitolo1

      dal punto di vista del genitore, non c’è niente di male ad aiutare i figli, ma i figli vogliono camminare con le loro gambe. così come ai genitori, quando alla fine capita che non siano più indipendenti, non piace gravare sui figli…
      il peso vero è dato dalla mancanza dell’alternativa. ora che lavoro e ho una casa, non mi vergogno a “fare provviste” a casa di mammà la domenica, da bravo figlio del sud, mentre quando non potevo riempire un piatto da me, e anzi non avevo un piatto da riempire, la cosa mi frustrava.

      sugli aspetti positivi del precariato: è una condizione che in qualche modo ci ha obbligato a invertire la tendenza italiana a rimanere eccessivamente legati alle proprie origini, a non integrare la propria formazione con esperienze esterne. ma il modo con cui è avvenuta questa inversione è sbagliato: sarebbe come se un uomo grasso dimagrisse per malattia, piuttosto che per aver capito che deve mangiare meglio e fare esercizio fisico; il dimagrimento non sarebbe “sano”. infatti, non essendo avvenuto il fenomeno attraverso un’evoluzione culturale, non esiste un sistema di rientro delle forze andate a migliorarsi all’estero, né uno scambio dinamico con forze venute a lavorare in italia dall’estero. anche economicamente, questo significa che il nostro paese investe per la nostra formazione, e poi regala questo investimento a qualcun altro…

      fino ai 30-35 anni questa condizione può essere addirittura funzionale, sì. poi? io ho appena compiuto 34 anni, in effetti ogni contratto che firmo potrebbe essere l’ultimo, e se questa cosa avverrà fra due anni, nell’ambiente potrò tranquillamente definirmi “vecchio”. e, a proposito dei clerici vagantes, bada che questa condizione di incertezza scoraggia anche un bel po’ il pensiero libero, che aggiunge rischio al rischio…

      sulla politica italiana, per aggiungere qualcosa, dovrei prima prendere un antiacido. perciò prendo tempo

      grazie ancora per la riflessione, eh, e anche per aver aggiunto qualche nota di positività, che non deve mai mancare, comunque

      • bortocal ha detto:

        rischiamo di divagare, anche perché sul punto essenziale, grazie alla tua sintesi efficace, mi pare che si sia trovato un punto di convergenza molto ampio; qualche accentuazione in positivo da parte mia fa parte del ruolo del saggio che viene spontaneo provare ad assumere ad una certa età.

        osservo piuttosto che ai miei tempi i saggi e inascoltati uomini maturi consigliavano a noi di moderare la foga; oggi ci tocca chiedervi di moderare il pessimismo. 🙂

        chiudo quindi con qualche nota non del tutto pertinente su Galimberti, prima in generale, poi ritornando al tema.

        lo leggevo tanti anni con interesse, che è via via calato, notando una sua ripetitività abbastanza inconcludente; oggi risulta discutibile nei comportamenti professionali per il cattivo vezzo del plagio; a lui è andato molto meglio che al prof. Corradini Broussard, universitario condannato in tribunale per questo.

        nel mondo tedesco, a cui resto collegato, questo segnerebbe la fine di ogni credibilità pubblica del personaggio: tre ministri sono stati fatti dimettere da una associazione specializzata nella ricerca dei plagi nelle tesi di laurea; in Italia si alza le spalle e via.

        Galimberti qui parla del Sessantotto, a cui si guardò bene dal partecipare, rappresentandolo come un “aspro confronto fra grandi industriali e operai”: trovo la frase sfuocata, opportunista ed irritante: il Sessantotto fu molto più di questo.

        sostenere che “ci è venuta a mancare la controparte”, perché c’è “il sistema della finanza di cui nessuno capisce niente” è un’altra stupidaggine: ci si metta a studiare la finanza, se non ci si capisce (anche se non è poi così difficile… – come si faceva nel Sessantotto, dove nei gruppi di militanza politica ci si faceva due palle così a studiare l’economia).

        voi siete una “generazione perduta e senza identità” – quasi quasi sta per scappargli “bamboccioni”, perché non potete “comprare casa, accendere un mutuo, sposarsi e fare dei figli?”: oh esaltazione del modello di vita borghese! – e che, occorre comperare una casa e fare un mutuo per sposarsi?

        su un punto ci si ritrova: dove dice che è la famiglia che sostiene questa generazione, ed è vero.

        ma poi come la descrive, questa situazione!: “i genitori mantengono i figli e i figli erodono la ricchezza accumulata da nonni e genitori”.

        squallido e falso – lo dice uno che a marzo ha donato tutte le sue proprietà immobiliari ai figli: dovrei concepirlo come una loro erosione della ricchezza accumulata dalle precedenti generazioni? ma dai, tocca a lro adesso impegnarsi a far fruttificare quello che hanno, come a suo tempo è riuscito ai miei nonni (in realtà ad uno solo, l’altro…), a mio padre e a me: la vita continua, per diamine.

        secondo Galimberti, “È sufficiente che indiani o cinesi mangino una ciotola di riso in più perché noi si debba diminuire i consumi e il tenore di vita”.

        ma dai, e perché?

        Galimberti dice una cosa giusta, astrattamente, quando parla del passaggio ad un modello di vita non più centrato sui consumi materiali; ma come lo dice!

        snatura il concetto: “dobbiamo regredire, spendere meno, consumare meno, abituarci a un basso tenore di vita”.

        questo grande progresso nei comportamenti lui lo chiama “regredire”.

        già, perchè secondo questo seminatore di interessato scoraggiamento, “qualsiasi atto rivoluzionario compiuto in piazza o nel segreto della cabina elettorale non potrà cambiare le cose”.

        e chi lo dice?

        “La rivoluzione è impossibile (…) perché manca un nemico da combattere”.

        il nemico non manca, se sappiamo riconoscerlo: uno, minore, è Galöimberti e chi la pensa come lui, seminatore di sfiducia professionale.

        ops – ecco un mio post contro Galimberti, nato dallo sdegno…

        grazie dia vermelo suggerito.

        ma, come vedi, siamo rientrati in argomento.

        • swann matassa ha detto:

          non ho seguito così da vicino galimberti da farmi un’opinione su di lui e sul suo percorso. devo però ammettere che ho preso a prestito una sua frase tratta da un’intervista che non condivido del tutto. su molti dei punti che hai sottolineato mi trovo più d’accordo con te. l’idea che “non possiamo fare la rivoluzione” è un’idea che io trovo triste, non perché auspico spargimenti di sangue, ovviamente, ma perché è un pensiero borderline con la rassegnazione. però che la decrescita sia una necessità, io penso ci siano pochi dubbi, se non nessuno (anche se la decrescita non si identifica necessariamente con la “povertà”).
          spero si torni a discutere in modo altrettanto stimolante, in futuro!

          • ecoarcobaleno ha detto:

            Anch’io non sono qui per difendere il galimbertipensiero, ma per quel poco che ho letto di lui mi piacciono come concetti 1) il fatto che lui non da soluzioni, quindi non ha certezze, ma consiglia che ad es. anche per i problemi psicologici non va “curato” il singolo, ma l’intera società perché è quella la reale causa dei problemi e 2) “L’identità non si costruisce per il semplice fatto che ci siamo e che ogni volta che parliamo diciamo “io”. L’identità si costruisce a partire dal riconoscimento dell’altro” p.33. “L’ospite inquietante”Galimberti.
            Ho tentato una misera sintesi ma su questi argomenti complessi davvero non amo generalizzazioni e ciò che purtroppo capita quando uno studioso deve parlare di una generazione o di un altra che come ben sappiamo è fatta di singoli individui con ognuno la propria storia. Sono ottimista e non nel senso della speranza cattolico di un al di là pregno di bellezza e meraviglia. La speranza non deve essere una culla dove perdersi senza fare nulla per cambiare ciò che non ci fa stare bene nel presente, ma la speranza per me è la spinta verso il futuro che ci fa vivere con entusiasmo già il presente che ci aiuta a costruire anche un futuro migliore, senza aspettare chissà quale manna dal cielo. Grazie a tutti del confronto e buona Epifania.

          • bortocal ha detto:

            solo una piccola ultima precisazione, caro Swann: quando dici che la decrescita è una necessità e che non si identifica necessariamente con la “povertà”, sono assolutamente d’accordo, anzi penso che sia questa la sfida del futuro, se ne avremo uno).

  13. Silver Silvan ha detto:

    Macchietta virtuale, ti faccio notare che censuri i commenti né più né meno come quelli di cui ti lamenti. Da che pulpito, quindi, sei proprio della stessa pasta.

  14. Pingback: Di premi e altre amenità | Il Bandolo del Matassa

  15. Pingback: La più grande pena possibile. | Il Bandolo del Matassa

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