A proposito di sperimentazione animale

Dopo lunghe riflessioni e anni di discussioni con colleghi ed amici, ho deciso di dire la mia sul tema della sperimentazione animale, che da qui in avanti chiamerò semplicemente SA. Qui urge una premessa: quelle che esprimerò sono le MIE PERSONALI OPINIONI in merito. Credo che uno dei drammi della cultura, non solo quella scientifica, sia che l’informazione imparziale, di fatto, non esiste. Questo è un altro dei temi sui quali mi batto, ma non sarò io, qui, oggi, a provare a sostituirmi all’informazione; questo è il mio blog personale, e sarà la sede delle mie riflessioni. Lo farò come credo che vada fatto: dopo aver studiato, dopo aver riflettuto, e con ragionevolezza. Questo post è aperto sia a chi ha sia a chi non ha una formazione scientifica, non tanto per stimolare una discussione (del tema si parla già tantissimo, forse troppo), quanto piuttosto per stimolare riflessioni, che invece spesso non ci si dà il tempo di fare, prima di impugnare le proprie bandiere.

Ma perché si parla tanto di sperimentazione animale? La risposta ovvia è: perché gli animali stanno a cuore a molti. Vero, eppure la SA fa tanti adepti anche fra i non-scienziati, fra le persone che si documentano cercando di dar voce al loro amore per gli animali e -ahiloro!- scoprono (o credono di scoprire) che la sperimentazione animale è indispensabile al progresso scientifico, che, per quanto dolorosa, è insostituibile e che, infine, è il classico male minore! Ecco, questo dimostra una sola cosa: la nostra è una visione inguaribilmente antropocentrica; in essa, per quanto amore possiamo proclamare nei confronti di altre specie animali, noi restiamo al di sopra di loro, la nostra vita continua a valere più della loro. Bene, io contesto questa visione.

Ma procediamo con ordine. Per me non vanno mischiati il discorso etico e il discorso della validità scientifica. La pretesa degli animalisti, cresciuta in anni recenti, di contrastare la SA con argomentazioni del tipo “non serve” o “è dannosa”, finisce col confondere i piani. L’argomento etico basta da solo e ha una sua dignità; impelagarsi in discussioni scientifiche con la comunità scientifica è impari e dà la sensazione che non si creda abbastanza nella questione di principio. Personalmente, preferisco affrontarli separatamente.

  1. Sulla questione etica, dico molto semplicemente e direttamente che il mio pensiero è semplice: la vita di un cane, di un gatto o di un topo ha dignità in quanto vita e quindi non è etico utilizzarla come un semplice mezzo per ottenere uno scopo. Nell’ambito del discorso “la vita dell’animale in cambio di quella dell’uomo”, la parola chiave è “equilibrio”: in natura la morte è sempre funzionale alla vita e i destini delle specie in ballo sono fortemente intrecciati. Esempio: nessun predatore stermina le proprie prede perché la specie alla lunga ne avrebbe uno svantaggio. In questo senso il consumo smodato di carne, gli allevamenti intensivi, l’utilizzo di pellame e pellicce hanno lo stesso significato della SA e vanno trattate nello stesso modo e con le stesse argomentazioni. È noto che il comportamento della specie umana sembra più simile a quello di un virus, che sfrutta le risorse dell’organismo ospite fino ad ucciderlo. Se non vogliamo essere il virus dell’organismo Gaia (la Terra), dobbiamo partire dal presupposto etico che le nostre esigenze NON giustificano da sole ogni comportamento, perciò l’argomentazione “la SA è giustificata perché il topolino muore per salvare una persona (che è più importante)”, semplicemente, non è valida. È una visione miope e antropocentrica e quindi in un’etica della vita non è ammissibile. Ci sono molte scelte non-etiche che siamo portati a fare nella vita, e le accettiamo come tali; tuttavia, se si accetta una scelta non-etica, mentre la si fa, non si può perdere il senso di quello che si sta facendo e il fatto che si sta facendo una cosa non-etica, che si sta sacrificando una vita per un fine, e quindi bisogna accettarne le conseguenze, anche emotive, ivi compreso il senso di colpa, che non dovremmo ricusare solo per sentirci un po’ meno peggio: è un prezzo da pagare, e dobbiamo pagarlo. In sintesi: la SA non è eticamente giustificata di per sé, per cui il suo eventuale utilizzo va considerato alla stessa stregua di quello della caccia, in natura: vita e morte di specie diverse che si intrecciano e si bilanciano sul filo di un equilibrio che in biologia si chiama “omeostasi” e sul quale si fonda la vita stessa. Non abbiamo ancora capito che se lo rompiamo, credendoci al di sopra di esso, moriamo insieme al resto del pianeta (e colpevoli e -peggio ancora- alla fine consapevoli della nostra colpa).
  2. Sulla questione scientifica. Non ci sono dubbi sul fatto che molti degli avanzamenti della scienza e della medicina siano stati compiuti attraverso l’utilizzo della SA. Non si discute: è storia. Del resto, poiché è stata sempre usata, sarebbe impossibile il contrario. Detto questo, certamente questa non è un’argomentazione che abbia valore nella discussione di oggi: il fatto che le piramidi, riconosciute come meraviglie del mondo, siano state costruite grazie allo schiavismo, non è una buona argomentazione né a favore della loro demolizione, né a favore dello schiavismo. La storia è storia. D’altro canto, la storia racconta anche di cure trovate senza SA (il padre dell’immunizzazione, Edward Jenner, sperimentò il vaccino del vaiolo direttamente su cavie umane), e non sapremo mai quante cure potenzialmente efficaci sull’uomo siano state scartate proprio a causa della SA, perché inefficaci o tossiche nelle cavie. Non ci sono neanche dubbi sul fatto che molte delle pratiche attuali – che sono state messe a punto non per sadismo, ma per ottenere uno scopo e dei risultati, ma pur sempre in spregio di altre vite – non siano sostituibili nell’immediato. Questo dovrebbe essere il punto di partenza di ogni animalista intelligente. Sulla scorta del punto 1, perciò, quello che si dovrebbe fare subito è limitare la SA solo a quelle pratiche insostituibili, e nel frattempo lavorare per renderle sostituibili. Questo punto richiederebbe da solo una discussione dedicata, e mi limiterò a dire che, a mio parere, questo non si fa. Viene condotta un sacco  di SA evitabile, a volte persino controproducente, perché nei laboratori che usano gli animali come modello di studio, si tende a fare tutto lì, per il semplice fatto che, appunto, quello è il sistema modello in uso, quindi ogni approccio è tentato in quel modello. Metterne a punto uno nuovo di volta in volta diventa troppo difficile, impegnativo o dispendioso in termini di tempo, per cui lo si evita anche quando sarebbe la cosa giusta da fare anche dal punto di vista del rigore scientifico. La volontà di sperimentare in vivo su cavie i meccanismi precedentemente studiati in vitro, poi, porta al paradosso che le osservazioni preliminari in vitro vengano condotte su cellule dello stesso animale invece che su cellule umane, riducendo la traducibilità nell’uomo anche della ricerca in vitro.
    Ma poi, qual è veramente la validità e l’affidabilità di queste pratiche per le quali ancora non conosciamo l’alternativa? Se ci limitiamo sempre e solo al discorso dello sviluppo di farmaci, i numeri della FDA (l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici) dicono che circa il 94% dei composti testati sugli animali falliscono le prove cliniche sugli esseri umani. Una statistica avvilente. Eppure, secondo il pensiero attuale, questo passaggio consente di eliminare a monte un 36% di sostanze che risulterebbero verosimilmente tossiche per i volontari umani e che, oltre ad essere scartare, causerebbero incidenti seri. Lo confermerebbe il fatto che gli incidenti ai volontari sottoposti a test clinici di farmaci in via di sviluppo sono estremamente rari. Insomma, per quanto inefficiente, questo metodo viene attualmente ritenuto quanto meno sicuro, conservativo, e quindi è da considerarsi il “male minore”. C’è da aggiungere, però, che, prima ancora di arrivare alla fase preclinica, sarà già stata effettuata tanta sperimentazione di laboratorio, principalmente su topi, che sono stati scelti come modello predominante per motivi quantomeno discutibili: i minori costi per il mantenimento degli animali, il loro breve ciclo vitale. Così, laddove la prima è una motivazione totalmente ascientifica, la seconda è quantomeno contestabile: se la durata del ciclo vitale da un lato favorisce i tempi di raccolta dei dati e la ripetibilità degli stessi, dall’altro costituisce un’importante differenza con la biologia umana, alla quale, evidentemente, si vorrebbe riportare quella del topo. Un recente articolo pubblicato su PNAS (una delle riviste scientifiche più prestigiose) rivela che le risposte infiammatorie dell’uomo e dei modelli murini utilizzati nella ricerca sono, dal punto di vista statistico, praticamente prive di correlazione. Questo non significa automaticamente che la ricerca di laboratorio sugli animali non sia in grado di apportare conoscenza, ma sicuramente che non è neanche la panacea. Per molti motivi, fra cui l’assenza di protocolli uniformi nell’ambito della ricerca di laboratorio, l’affidabilità degli studi sui topi è attualmente oggetto di discussione nella comunità scientifica (rimando a questo editoriale di Nature per chi volesse cominciare ad approfondire l’argomento), data l’emergente evidenza del fatto che i risultati ottenuti da tali modelli sono stati largamente sovrastimati, tanto da far concludere al neurologo Michael Benatar: “c’è una ricerca disperata di un modello conveniente per portare farmaci alla sperimentazione clinica. Ma la disperazione è una giustificazione inadeguata per continuare ad usare un modello inadatto. È come il proverbiale ubriaco che continua a cercare le chiavi che ha perso sotto il lampione, semplicemente perché lì c’è più luce”.
  3. C’è un terzo punto: quello dell’informazione e della discussione (sulla comunicazione mi sono già espresso, anche più d’una volta). Dicevo che l’informazione imparziale non esiste, ahimè, neanche in ambito scientifico, dove, per razionalismo, dovrebbe avvenire il contrario. Idealmente, chi volesse documentarsi sull’argomento, dovrebbe poter trovare qualcosa come “pro e contro della SA”, o “storia e funzioni della SA” o “tutta la verità sulla SA” (insomma ci siamo capiti), invece no. Sento dire: “io amo gli animali, ma poi mi sono documentato sul sito A favore della SA e ho scoperto che la SA è indispensabile, che anche gli scienziati sono tanto sensibili e vorrebbero farne a meno, ma non si può, moriremmo tutti domani”. Come se, per sapere se è il caso che tifi per la Roma, ne parlassi coi tifosi della Lazio. Ecco, aprire un sito e chiamarlo “a favore della sperimentazione animale” non significa affatto “spiegare le ragioni”, ma, come ormai di prammatica, semplicemente, schierarsi, in una diatriba, come in una partita di calcio, o una contesa fra contrade. Significa quindi commettere un errore simile a quello dell’animalista che, senza coscienza alcuna delle cose di cui parla, si “scaglia contro”. Ma, nel caso delle persone di scienza, secondo me, questa cosa assume maggiore gravità: significa fare l’opposto che sedersi e spiegare, divulgare, insegnare, far conoscere, accogliere visioni alternative e sottoporle al vaglio; in altre parole, significa fare l’opposto di tutto quello che uno scienziato e/o un giornalista scientifico dovrebbe voler fare. Un paio di esempi. Accanto agli innumerevoli casi storici in cui la SA ha portato alla messa a punto di cure -sempre accuratamente riportate ed enfatizzate- ci sono i casi, forse meno numerosi, in cui è vero l’opposto. Uno di questi casi, piuttosto clamoroso, è quello dell’aspirina, che risulta essere tossica e/o teratogena per molte specie animali comunemente utilizzate come cavie. Tale caso viene spesso portato come argomentazione anti-SA dagli animalisti. Bene, solerte, A favore della sperimentazione animale, in una pagina dedicata, vorrebbe demolire questa tesi, svelandoci “il trucco che utilizzano, perché è di una banalità elementare: le Dosi!” e adducendo una presunta prova schiacciante: “fra i farmaci utilizzati per il trattamento della leishmaniosi viscerale del cane, vi è proprio l’acido acetilsalicilico (il principio attivo dell’aspirina)”. OMG -dice a questo punto il povero lettore- gli animalisti mi hanno ingannato! Ma né gli uni, né gli altri sono stati così buoni e corretti da presentarvi i dati e lasciarvi la libertà di farvi un’idea personale. Perciò ve li presento io, con le parole di Thomas Hartung, che non è un attivista incazzato e violeto, bensì un tossicologo con un curriculum ben più che rispettabile: “I dati di sicurezza dell’aspirina sono piuttosto sorprendenti: “nocivo se ingerito”, con una LD50 (dose letale 50) = 150 a 200 mg/kg nei ratti; “irritante per gli occhi”; “irritante delle vie respiratorie”, “irritante per la pelle”, non carcinogeno, ma co-carcinogeno (promotore) con mutagenicità incerta; malformazioni embrionali in gatto, cane, scimmia, topo, coniglio e ratto. Non è molto probabile che qualsiasi sostanza con un tale profilo approdi ai test clinici o al mercato oggi”. Quindi il “trucco delle dosi” è un trucco quando lo usano gli animalisti per dimostrare la tossicità dell’aspirina nelle cavie, ma non è un trucco quando lo usa resistenzarazionalista per dimostrare che non è tossica nei cani, dove la si usa per curare la leishmaniosi… traete voi le conclusioni.
    Secondo esempio: recentemente, una nota ricercatrice ha fatto una sentita apologia dello sperimentatore. “Una mia collaboratrice – ha detto – è venuta l’altro giorno a dirmi: oggi è il giorno più brutto, devo sacrificare i topolini con cui ho passato tutti i giorni degli ultimi tre mesi, li conosco uno ad uno. Ecco, non è giusto chiamare queste persone vivisettori, sono persone che dedicano la loro vita ad una causa!”. Molto commovente. Peccato che solo pochi minuti dopo, ad una domanda sui principi genetici che sono alla base della malattia sulla quale la suddetta conduce le sue ricerche, ha risposto, con naturalezza: “Bella domanda! Potremmo fare un topolino transgenico con un gene più corto, sottoporlo ad un test comportamentale e vedere come si comporta”, alla faccia della retorica della causa più grande, del nobile sacrifico dell’animale per la sopravvivenza dell’uomo, della strenua ricerca di una cura per aiutare la povera gente sofferente anche a spregio del proprio amore per quei topolini che si è tanto appassionatamente accudito e nutrito, negli stabulari… Anche qui, traete voi le conclusioni e cominciate a riflettere quantomeno sulla differenza fra i test clinici e la ricerca sugli animali, a diffidare della retorica dei buoni sentimenti e dell’indispensabilità della ricerca “per il nostro bene, per il progresso della medicina”, a leggere dietro le parole delle persone (anche quelle cosiddette “autorevoli”) e a ricercare la verità, nuda e cruda, dietro le recite, dietro l’ipocrisia.
    Infine, se chi è a favore della SA parla solo dei test sui farmaci, sta facendo un’operazione subdola, portando avanti una battaglia che sa di vincere (nessuno vuole rinunciare alla sua medicina, se senza di quella teme di poter stare male) e mettendo in secondo piano tutte le altre sfaccettature del problema. I test farmacologici sono solo una piccola parte della sperimentazione che si fa sulle cavie da laboratorio. Per quanto mi riguarda, cominciamo ad eliminare l’uso degli animali da laboratorio per i test sui cosmetici, sui prodotti per animali e dalla ricerca di base, poi possiamo cominciare a parlare del resto.

Io non traggo conclusioni assolute e definitive, da queste riflessioni. Io voglio riflettere per continuare a riflettere, insieme a chi vuole farlo con me, e mentre rifletto voglio agire, fare quello che posso fare oggi mentre studio quello che potrò fare domani. Voglio uscire dalla logica del bianco e nero, del vorrei ma non posso e del pro oppure contro. Voglio portare avanti un’idea di obiettività, di determinazione nella persecuzione del giusto, di assunzione di responsabilità. Si fanno delle scelte, sicuro, ma questo non significa che si debba scegliere fra schieramenti. La vita non dovrebbe essere vissuta e combattuta come una guerra d’espansione, la vita dovrebbe essere ricerca di armonia. Se un baratro ci divide, non atterreremo dall’altra parte con un balzo domani, non sarà un decreto legge a consentirlo, una protesta per le strade, un insulto postato su un sito. Sarà un percorso che dobbiamo intraprendere ora, subito, con i nostri obiettivi ben saldi in mente, portandoci in spalla lungo l’intero tragitto tutta la fatica e la sofferenza del viaggio, tutta la pena per quello che ci dovesse capitare di schiacciare lungo la strada. Non c’è bisogno di rinunciare ai nostri sentimenti, per darci ragione, non dovremmo fare deroghe alla nostra coscienza, a quella che chiamiamo troppo spesso la nostra “umanità” e che invece è la nostra parte più bestiale, quella che ama. Penso ancora che la via sia la conoscenza, di cui la scienza è (solo) una parte. La mia parte. Dovremmo usarla come si deve, per questo scopo, ma davvero, non solo a parole, mentre inseguiamo risultati immediati, prestigio, denaro, mentre sfamiamo le nostre ambizioni.

Voglio concludere con parole non mie: “La tua missione non è il mero sapere, ma agire secondo il tuo sapere”; “Non agiamo perché conosciamo, ma conosciamo perché siamo destinati ad agire”; “Il tuo agire, e soltanto il tuo agire, determina il tuo valore”. I miei cari colleghi uomini di scienza (e coloro che si professano tali) dovrebbero leggere un po’ di Fichte.

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29 risposte a A proposito di sperimentazione animale

  1. ecoarcobaleno ha detto:

    Apprezzo lo sforzo di delineare i diversi punti di vista, concordo sulla decisione di non trarre conclusioni, ma di aprire alla riflessione, di trasmettere il presupposto che non vi esiste sapere assoluto, ma la ricerca scientifica e non si basa proprio sul fatto che ogni idea di ricerca nasce da una visione del mendo e in futuro vi potrà essere qualcuno con una visione nuova che apporterà risultati nuovi. Mi hai ricordato un’affermazione di Popper oltre a farmi pensare ad un altro tema su cui m’interrogo da un po’ e cioè il nostro essere carnivori.
    ” Dobbiamo distinguere chiaramente tra verità e certezza. Aspiriamo alla verità, e spesso possiamo raggiungerla, anche se accade raramente, o mai, che possiamo essere del tutto certi di averla raggiunta […] La certezza non è un obiettivo degno di essere perseguito dalla scienza. La verità lo è”.
    (“Congetture e confutazioni”, Karl R. Popper, prefazione italiana,1985)
    Mi auguro davvero maggiore chiarezza, regolamentazione e dibattito più costruttivo tra le diverse fazioni pro e contro la vivisezione, anche se la vedo dura.

    • swann matassa ha detto:

      Non sono sicuro di avere capito che cosa vuoi dire e quale sia la tua posizione. Però mi piace il tuo spunto sulla differenza fra verità e certezza. Quello che soffro più di tutto è questo continuo schierarsi e questo pensare che in queste battaglie fra schieramenti tutto sia lecito, che è per l’appunto figlio della presunzione di possedere tutte le verità, sotto forma di certezze assolute. Quando questo accade fra persone che operano nella scienza, che dovrebbero per definizione essere quelle dalla mente più aperta, lo accuso in modo particolare. Io opero nella scienza, ma non capisco il corporativismo che caratterizza le persone che fanno un mestiere e che ne difendono aprioristicamente le strutture e i meccanismi. Siamo sempre tutti bravissimi a lamentarci, ma quando si tratta di discutere la realtà e provare a cambiarla, finiscono sempre tutti (o quasi) per arroccarsi in difesa delle strutture esistenti. Il futuro fa paura, eh

  2. ecoarcobaleno ha detto:

    Dopo aver letto il tuo articolo, non ho più posizioni nel senso che sono aperta a nuovi sviluppi e mi auguro che in futuro ci siano maggiori regole sulla sperimentazione naturalmente auspico che non vi siano più animali chiusi in gabbia ne torturati, ma come tu hai ben spiegato al momento la cosa non è praticabile ma di certo se ne può parlare e si può migliorare, si deve fare di più per regolamentare l’uso delle cavie. scusa se dico sciocchezze che ne so ad es. si potrebbero istituire commissioni in grado di valutare se e quando siano utili e necessarie delle ricerche usando quelle determinate cavie, una sorta di nulla osta. Premetto che scrivo queste cose facendo davvero appello alla mia più alta e presunta obiettività perché visceralmente mi schiererei con gli animali.
    Facendo appello alle mie conoscenze di psicologia ti posso dire che noi esseri umani tendiamo alla generalizzazione perché ci semplifica la vita ed il cambiamento è davvero una sorta di tabù a cui purtroppo difficilmente ricorriamo, forse in questo davvero la biologia ci dovrebbe essere da insegnamento. A volte davvero noi esseri umani preferiamo la morte al cambiamento non so che termini usare per definirci se non limitatezza e forse “imbecillità”.

    • swann matassa ha detto:

      il mio pensiero, ripulito da tutte le sovrastrutture, è che l’obiettivo vero deve essere quello di un futuro in cui l’utilizzo degli animali nei laboratori sia del tutto abolito. ma è un percorso lungo, faticoso. non si può né pensare né sperare che possa avvenire domani, meno che mai per azione politica. deve essere la scienza a discuterne, studiare e trovare le alternative. è una forma di evoluzione della scienza che deve avvenire, e come tutte le evoluzioni richiederà tempo, e richiede pressione evolutiva.

  3. questa volta restituisco il complimento: bel post, swann, davvero. mi trovi d’accordo su molto, su tutto, anche nel non dover necessariamente tirare delle conclusioni assolute.
    mi è piaciuta molto la distinzione tra etica e aspetto scientifico, che ahimè viene troppo spesso trascurata: è basilare ed intellettualmente onesto.
    vorrei aggiungere un aspetto. mi sembra di capire che, nel post, discuti prevalentemente il concetto di SA legata al “sacrificio” (si potrebbe discutere molto, tra l’altro, su questa parola che è diventata d’uso comune) degli animali. sicuramente rappresenta la parte che provoca maggiori diatribe. c’è però tutta un’altra parte, che comunque riguarda la SA, che non prevede l’uccisione di animali ed è però a mio modo di vedere fondamentale per un certo tipo di ricerca: per fare un esempio, l’utilizzo dell’animale per la produzione di siero e anticorpi, oppure per test in vivo senza sacrificio. mi viene difficile separare in termini etici l’uccisione di un animale, che so di un topo, dall’utilizzo di una capra o di un coniglio per produrre un secondario; vedo invece un abisso per quel che riguarda la questione scientifica, perché al momento (va da sè che, come dici tu, è ncessario sottolineare la questione temporale: al momento, quindi, in corsivo) non vedo plausibili alternative.
    uh che logorroico, t’ho scritto un post anziché un commento. sorry. sarà colpa del fatto che oggi è lunedì. :O)

    • swann matassa ha detto:

      grazie adp, ci tenevo al tuo commento, mi fa piacere che trovi condivisibile l’impostazione.
      Ho dovuto giocoforza limitare la discussione solo ad alcuni aspetti, perché già così il post mi pare particolarmente lungo (e indigesto), considerati gli standard web, ma la questione che sollevi è particolarmente importante, soprattutto per me che non conduco sperimentazione animale ma, come tutti, utilizzo siero e anticorpi. In particolar modo, ho studiato la questione del siero, ma inutile dire che l’idea di tentare colture cellulari serum-free incontra enormi resistenze. Ti dirò che io penso che sarà, nel tempo, più difficile sostituire questi che i modelli animali, anche perché lì c’è minore pressione e minor impatto. Devo anche precisare che l’idea di concludere il post senza una “sentenza definitiva” non è dovuto ad incertezza o a volontà di lasciare una “zona grigia” di possibilità, anzi, dal punto di vista personale, io ho un’idea piuttosto precisa, penso che emerga da quello che scrivo. La mia idea, però, si fonda su un’etica poco condivisa e per di più si fonda su un concetto piuttosto sottile di equilibrio, che è difficile da esprimere, figurarsi da raggiungere. Proprio per questo, credo nel fatto che ci sia un (lungo) percorso da intraprendere verso un’etica nuova, che ovviamente non può che muovere da consapevolezza, conoscenza e volontà di cambiamento. Per sue proprietà intrinseche, quindi, la scienza dovrebbe essere il luogo adatto, il candidato naturale ad essere promotore di questo cambiamento. Invece io vedo prevalentemente immobilità e difesa dell’esistente. Questo mi fa molto incazzare, ed è il motivo per cui il modo in cui si discute della SA mi risulta indigesto almeno quanto la SA stessa. Non riesco a tollerare l’idea che si siano create due fazioni pro e contro SA, e che una delle due sia composta da persone di scienza, che dovrebbero essere super partes per definizione.
      E guarda che questo stesso discorso posso replicarlo praticamente per qualunque altro tema. Pensa anche solo a quello che tu stesso rilevavi sull’impegno richiesto a chi si affaccia al mondo della ricerca, al fatto che la prima cosa che ti si chiede, prima ancora delle tue competenze, è la disponibilità a rinunciare alla tua vita. Che etica del lavoro è questa? E come si deve trattare l’ipocrisia delle persone che predicano questi ragionamenti e razzolano in tutt’altro modo? Io dico che vanno smascherati. Se c’è una cosa che io non tollero più, nella vita, è la mistificazione. Ne ho fatto una missione. Menzogne, mai più!
      (come vedi i miei commenti vanno molto più alla deriva dei tuoi, quindi, niente scuse!)

  4. ludmillarte ha detto:

    “…la vita dovrebbe essere ricerca di armonia…” concordo nel limitare al massimo la SA per le pratiche insostituibili e far in modo di renderle quanto prima sostituibili. lo pensavo prima di leggere questo tuo post e ancor più con convinzione lo penso ora. ti ringrazio per aver trattato in modo così approfondito un argomento molto delicato, fornendo anche collegamenti che presto andrò a leggere. (riguardo all’etica, una visione non antropocentrica è assai difficile forse quasi impossibile…quale mente aperta e quale vero più che mai profondo rispetto deve avere l’ uomo per riuscire a concepire che la vita di un topo ha lo stesso valore di quella di un uomo? non lo pensiamo neanche tra simili, figurati…)
    Natale si avvicina, regaliamo Fichte! 😉 ti abbraccio

    • swann matassa ha detto:

      sono io che ringrazio te dell’interesse e della lettura, so che era lunga e pesante.
      Lo so che una visione non antropocentrica della vita è molto difficile da raggiungere, eppure la verità è che è l’unica strada. Quando i cosiddetti razionalisti contestano quest’idea ribattendo che la natura è crudele e che le altre specie animali non si amano affatto tra loro, dimenticano il fatto che in natura c’è un equilibrio naturale che regola le interazioni fra gli organismi e che noi questo equilibrio lo abbiamo spezzato da tempo. Siamo una variabile impazzita, quindi adesso ci sono due possibilità: o recuperiamo il naturale equilibrio perduto con un’azione consapevole, razionale -cosa di cui di solito andiamo tanto orgogliosi e che ci dà un grande senso di superiorità- oppure ci avviamo ad un lento declino, trascinando chissà cos’altro con noi.
      Il primo passo, quindi, è la consapevolezza, la conoscenza, e io credo perciò che il ruolo della scienza dovrebbe essere proprio quello, dovrebbe essere una sorta di faro che illumina il sentiero dell’umanità, e la conoscenza dovrebbe essere tutt’altro che fine a se stessa. Da qui, Fichte. Io quelle frasi con cui ho concluso il post le scriverei a caratteri cubitali all’ingresso di tutti gli atenei del mondo…

  5. ecoarcobaleno ha detto:

    Scusa se mi permetto Swann, ma devo dire una cosa sugli animali anche se non ha a che vedere col post. Gli animali sono migliori di noi sotto tantissimi aspetti non sprecano il loro cibo, non ricordo dove ho letto che hanno l’intelligenza di non sterminare le loro prede, e poi cosa davvero meravigliosa è stato osservato che hanno doti empatiche non solo rispetto ai cuccioli della propria specie, ma anche tra specie diverse…
    Dovremmo imparare davvero tanto dalla natura, tornassi indietro farei l’etologa 🙂

    • swann matassa ha detto:

      Ha moltissimo a che vedere col post e ti ringrazio del contributo. Io personalmente ho una opinione molto bassa della specie umana, penso sul serio che stia all’ecosistema come un agente patogeno ad un organismo. Ma bisogna anche stare attenti a idealizzare gli animali e a dire che sono migliori di noi. Intanto questo, paradossalmente, significa fare la stessa operazione che fanno quelli che sostengono la superiorità della specie umana sulle altre forme di vita: scavare un solco fra le due. La verità è che l’uomo è una specie animale a sua volta e che le differenze fra noi e le altre specie sono più probabilmente di grado che non di genere. Non abbiamo inventato nulla, probabilmente,neanche la crudeltà e la guerra. Solo che siamo un pericoloso coacervo di capacità e di difetti, il che fa di noi un’arma potenzialmente letale

      • ecoarcobaleno ha detto:

        Certo gli animali sono migliori di noi sotto molti aspetti ed è su quelli che ci dovremmo soffermare, ti ringrazio per le tue precisazioni. Chissà l’evoluzione della nostra specie dove ci porterà.

  6. verbasequentur ha detto:

    L’ho letto tre volte, e sono lenta, porta pazienza.
    Allora, io sono d’accordo su quasi tutta la linea, lo sono ovviamente fidandomi (in senso positivo eh, zero polemica) di quello che tu dici riguardo al fatto che in molti casi la SA non viene sostituita con una valida alternativa per “pigrizia mentale”, per abitudine, lo sono particolarmente per quanto riguarda l’approccio olistico alla diminuzione/eliminazione di morti inutili, dall’industria alimentare al manifatturiero eccetera.
    Una sola cosa non riesco ancora a sentire “mia”: l’antispecismo. Seppure tu ne abbia dato un’interpretazione vicina alle mie corde (non tanto “anti” qualcosa, quando accoglienza della vita), non riesco ad avere ancora un’opinione chiara, neppure con me stessa. Perché se da una parte più passa il tempo più mi accorgo di rivolgere più attenzione anche ad esseri viventi che considero sgradevoli (tipo, accompagnare gentilmente alla porta la cimice o il ragno, invece di correre a prendere l’insetticida), o di pensare ad una dieta se non completamente vegetariana, certamente con meno carne, insomma passi piccoli, normali, da essere umano qualunque, dall’altra non riesco a farne “un paradigma”.
    Alcune settimane fa, una conoscente di quelle “sperimentate sui vostri figli blablablabla” ha scritto su fb “voi che adorate e coccolate le vostre bestioline domestiche, ipocriti di merda perché non le donate alla scienza, che sperimentino su loro?”. Ed io ci ho pensato, perché in tutta onestà “sulla carta” io non mi sento di dire che la vita del mio gatto per il mondo ha più importanza di quella di un topo da laboratorio. E sono arrivata alla conclusione che se dovessi barattare la vita del mio (dei miei) gatto – che io amo profondamente, e soprattutto che si fida di me – per il famoso topo, col cazzo che lo farei, in compenso se dovessi barattarla con quella di un bambino (un uomo, una donna, per non buttarla sempre sul povero-bambino-tanto-malato), allora cazzo sì. E vorrei dire “”No dai perché? E’ sempre una vita!”, e magari sulla bilancia del pianeta è davvero sempre UNA vita, ma io non riesco a considerarla equivalente. Non ho una base teorica, filosofica, scientifica per la mia affermazione, sia chiaro. E’ il modo in cui sento, che poi è quasi sempre quello secondo cui cerco di vivere, perché predicare alfa e poi fare beta mi fa imbestialire.
    Comunque hai scritto un post stupendo, credo sia la miglior cosa letta sull’argomento fino ad ora.

    • swann matassa ha detto:

      Beh sai la cosa è più curiosa di quanto sembri, perché spesso si dice che è innaturale dal punto di vista biologico amare un rappresentante di un’altra specie tanto quanto uno della propria, adducendo la storia del famoso “gene egoista”. In realtà, se ci attenessimo al solo ragionamento evolutivo basato su sopravvivenza/adattamento, dovremmo amare solo i nostri consanguinei e i membri della nostra comunità. Gli altri, per quanto nostri simili, sono solo una minaccia, sono anzi i nemici più temibili perché sfruttano la nostra stessa nicchia ecologica. In verità, non vedo una vera motivazione, né emotiva né biologica, per cui dovrei preferire la vita di un altro essere umano, magari sconosciuto, a quella di uno dei miei cani o del mio gatto. La verità è che io trovo che anche qui si faccia tanta retorica: tu quanto amore gli uni per gli altri vedi, quando ti guardi attorno? Quante probabilità ci sono che la donna malata per cui daresti la vita del tuo gatto sia la stessa che l’anno scorso avresti ucciso con le tue mani perché ti aveva scavalcato nella fila al supermercato? Ma, a parte gli esempi paradossali, quanto odio fra gli uomini c’è che dimostra che la tesi “l’uomo è l’uomo, è la mia specie” è priva di significato? Non credi che il senso di pietà, l’empatia, l’amore per la vita in quanto tale sarebbero delle grandi conquiste per l’umanità in primis, che l’idea stessa di ripudiare la sofferenza e il sacrificio salverebbero tanti uomini prima che gli animali di cui si parla nel post? Quanto odio, guerra e morte in meno ci sarebbero fra gli uomini se sapessimo rispettare la vita, se sapessimo che un uomo non è diverso da un topo e quindi un nero non è diverso da un bianco e un gay non è diverso da un etero? Quanto potremmo guadagnare noi e il nostro pianeta se sapessimo dirottare le energie nella costruzione piuttosto che nella distruzione? Guarda che non sono discorsi separati. Fa tutto parte dello stesso problema. Noi come parte del tutto o contro tutto. Bisogna decidere, prima o poi.
      Scusa per il pippone… e grazie per i complimenti!

      • verbasequentur ha detto:

        Lì per lì mi viene da dirti che allora bisognerebbe “salvare” quello che a) consuma meno risorse b) a fronte di un’aspettativa di vita più lunga; una specie di economia della vita. Lo so che non c’è una teoria sotto, e sono d’accordo con tutto quello che dici dopo. Ma spiegare a qualcuno che suo figlio è equivalente ad una cimice, quello lo vedo difficile, e giuro che lo dico seriamente. Ad un certo punto prevale il sentire. Almeno credo 🙂 un abbraccio, buonanotte! 🙂

        • swann matassa ha detto:

          E chi ha detto mai che una cimice è uguale a tuo figlio? Non potrebbe mai… peraltro ho premesso che la consanguineità di per sé biologicamente giustifica il trattamento “di favore” rispetto ad alti esseri, siano essi umani o no. Io per mia sorella, mia madre, la mia fidanzata sono sicuro perderei il rispetto per moltissime vite… ma varrebbe anche se fossero umane. Lo dimostra il dibattito sulla pena di morte. Io sono contro la pena di morte, ma se qualcuno facesse del male ai miei cari probabilmente vorrei vederlo morto. È per questo che le questioni etiche si decidono sui principi, e non sulle emozioni. E anche se in Italia abbiamo una grande tradizione di leggi ad personam, le regole dovrebbero essere super partes, e la cosa giusta verrà fatta a dispetto delle esigenze/passioni del singolo.
          Basta così. Buonanotte a te.

          • verbasequentur ha detto:

            Sì, le questioni etiche si decidono sui principi, e contemporaneamente siamo tutti – o quasi tutti – biologicamente legati a qualcuno. E quindi? Ha senso fare delle regole super partes che vadano contro un principio istintivo che regola la vita e la maggior parte delle scelte di tutti noi? Come si fa ad essere super partes al riguardo?
            Secondo me bisogna, più o meno come dicevi nel post, partire dal basso e dalla coerenza, i risultati onestamente non riesco ad immaginarli.
            Posso condividere il tuo post o vuoi stare un poco lontano dal ginepraio? 🙂

          • swann matassa ha detto:

            è un po’ più complicato di così. Non è che istintivo=regolato biologicamente e viceversa. Però adesso ci addentriamo troppo nello specifico e io potrei partire per una tangente che ci porterebbe lontani anni luce dal tema del post.
            Partire dal basso e dalla coerenza, comunque, è sempre una buona idea.
            Del mio post puoi fare quello che vuoi, del resto l’ho pubblicato in rete, quindi è di tutti. Non temo gineprai, e in ogni caso non sono affatto sicuro che condividere significhi infilarcisi – mi difende la lunghezza e l’osticità del post stesso, secondo me 😉

  7. ladykhorakhane ha detto:

    Questo è sicuramente il post migliore che ho letto su questo argomento. Mi è piaciuto come hai impostato il discorso e la delicatezza e la competenza con cui lo hai affrontato. Mi ha dai molti spunti di riflessione.
    Tanti complimenti.
    P.s. Sono curiosa di sapere l’identità della “nota ricercatrice”. Indaghero’ 😉

    • swann matassa ha detto:

      grazie. è un tema estremamente delicato e complesso, nel quale non esistono esperti che tengano. è uno dei casi più lampanti in cui la cosiddetta “autorità” ha smesso di essere tale, almeno per me. altresì, penso che, qualunque cosa facciamo, non dobbiamo mai perdere di vista il senso morale. ma, in un commento, rischio solo di fare più confusione.

      p.s.: è facile. ce l’hai sul tuo blog…

      • ladykhorakhane ha detto:

        Azz, lo temevo. E dove l’hai trovata questa sua dichiarazione? Non te lo chiedo perché non mi fido di quello che dici, ma ammiro molto quella persona, il percorso che ha fatto (soprattutto in quanto donna) e questa cosa mi ha un po’ scombussolata,

        • swann matassa ha detto:

          non l’ho “trovata”. ero presente ad un suo “seminario”. udita con le mie orecchie

          • ladykhorakhane ha detto:

            Ah, bene.
            Ti ringrazio molto per questa informazione.
            Devo imparare ad informarmi meglio.

          • swann matassa ha detto:

            informarsi può essere un lavoro a tempo pieno. i professionisti dell’informazione dovrebbero servire a questo, ma al momento sono un arto in cancrena.
            io detesto la retorica, e quella sera, da quella bocca, ne ho sentita uscire moltissima. questo, naturalmente, non toglie nulla ai suoi meriti scientifici. per questo dicevo che “autorità” è una parola vuota. il pensiero critico è quantomai importante, in questo medioevo culturale.
            spero avremo modo di parlarne ancora.

          • ladykhorakhane ha detto:

            Sono d’accordo con te. Io poi a volte tendo troppo ad “affezionarmi” ad un’idea/concetto/persona e fatico ad andare oltre, invece la visione critica è fondamentale.

            Eh si, avremo sicuramente modo di parlane ancora 🙂

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