Io NON sono la nebbia (risposta)

Io sono un ciclista che pedala nella nebbia, uno di molti. Nella pianura padana che è la mia vita, ne ho percorsi tanti di rettilinei ammantati da un velo, incrociando persone che non salutavo perché ombre indistinte, nascoste, grigie. Ma poi? L’avrei salutati se l’avessi visti arrivare da lontano, arrancando sui pedali come faccio io? Probabilmente no: la mia è una di quelle vite in cui non si dà confidenza, non ci si fida degli altri e, se s’incrocia uno sguardo, si gira la testa.
Io poi ho paura. L’altro giorno, mentre pedalavo nella nebbia come ogni mattina, in questa stagione, l’ho sentita parlarmi, davvero, mi sussurrava all’orecchio. Pareva volesse convincermi ad abbandonarmi a lei, a lasciare la mia bici, il mio mondo, le mie mezze verità, e credere a lei, che di verità non ne ha, non ne possiede. Voleva convincermi che l’unica via è non avere certezze e brancolare  e perdersi, e innamorarsi del proprio perdersi, come se vagare in cerca del nulla potesse essere paragonabile all’ascesa nel cielo di un palloncino ripieno di elio: senza meta, col destino segnato, ma in segno di libertà.
Io mi sono tappato le orecchie, ho stretto le spalle, nel freddo di quella mattina, e ho pedalato più forte. Mi sono sentito come Ulisse con le sirene, mi sono sentito forte, mi sono sentito vivo. Guardavo dritto davanti a me, pompando sui pedali come un corridore in fuga, ma ogni tanto sbirciavo con la coda dell’occhio i profili degli alberi, la loro triste bellezza. Io, sai, credevo di odiarla, la nebbia. Tutto, sotto di lei, mi sembra uguale e indistinto, tutto è ombra o profilo, tutto è in attesa. Eppure li guardavo, quegli alberi, con occhi diversi, l’altro giorno. Li vedevo sfilare dietro di me, veloci, il loro silenzio coperto dal bacio fra gomma ed asfalto, dalla carezza feroce delle mie ruote alla strada. E sì, insomma, mi sono sembrati evanescenti essi stessi. Mi capisci? Non era la nebbia, erano loro! Belli, restavano belli, ma la parte triste della loro bellezza non era nel grigiore che li avvolgeva, ma nella posizione delle loro foglie, nella piega dei loro rami, nella curvatura del loro tronco. Era nelle loro scelte. Era nell’abbandono che avevano accettato.
Avevo una piantina, una volta. L’avevo messa in vaso e annaffiata, l’avevo amata. Ma l’avevo amata come fanno gli amanti, alle volte: con la sola forza della mia contemplazione, con la sola voglia che avevo di guardarla, e di considerarla mia, perché bella, e bella, perché mia. Così non l’avevo curata come deve fare un innamorato, dandole quello di cui ha bisogno, mettendola in luce, tenendo da conto più l’esposizione a te che al mio sguardo. Ma la piantina non ne era morta, la piantina era stata caparbia. Aveva allungato delle dita sottili, e aveva raggiunto la luce. Mi aveva insegnato a volere la vita.
Ecco, era questo che non vedevo negli alberi della nebbia, era la volontà di vincerla. Io, anzi, oggi penso che la favoriscano, che lei viva grazie a loro. Siamo gli artefici delle nostre nebbie.
E così ho deciso, qui, ora, mentre ti scrivo, che sarò da te, presto. Che metterò in spalla il mio zaino più colorato e ci metterò dentro solo i semi che voglio piantare, una bottiglia d’acqua e del miele. Il miele è per me, per ricordarmi che sa essere dolce, la vita, che bisogna lavorare e sudare, volare, cercare, comunicare con gli altri, bottinare, ma alla fine ne viene fuori del miele, e si sfamano generazioni di noi. Alla fine si vince, si vive.
Così ho deciso, qui, ora, mentre ti penso, che voglio scottarmi di te, che voglio arrossarmi la pelle, che voglio rischiare di sciogliermi come le ali di Dedalo e cadere, ma solo per avere spiccato il volo.
E sarà lì, da te, grazie a te, che disperderò la mia nebbia. Sarai tu, sole, il motore delle mie dita e della mia mente, il polline per il mio miele.

[P.S.: avevo scritto Io sono la nebbia “su commissione”. Ma l’immagine che doveva rappresentare l’ha ricusato: ha detto che voleva essere a colori. Ho provato ad aggiungercene.]

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24 risposte a Io NON sono la nebbia (risposta)

  1. ecoarcobaleno ha detto:

    Bella l’aggiunta di colore, bello leggerti…

  2. Leonetta ha detto:

    🙂 questo mi piace di piu’ 🙂 c’e’ un senso di fuga si’, ma per rinascere 🙂 questo e’ piu’ gravido rispetto alla nebbia altisonante…. nebbia come possibilita’ di scelta, dialogo silenzioso e scelta finale, come un voler dar senso alle cose anche quelle che ci sembrano ostacoli 🙂 come sempre scritto in modo magistrale secondo me 🙂 ma fai quasi pauraaaaaaaaaaaaa!!!!! :))))))

  3. newwhitebear ha detto:

    Difficile aggiungere colori alla nebbia, parola di chi è una vita che vede la nebbia (anch’io nella vale padana). Però se era in senso metaforico, non avendo letto il pezzo iniziale, non posso esprimermi.
    Al di là di questo senza dubbio è un pezzo gradevole e intrigaqnte da leggere e lascia un buon gusto in bocca.

    • swann matassa ha detto:

      ti dirò che – a parte quando sono alla guida – la nebbia vera non mi dispiace, mi dà un senso di attesa…
      certo come metafora di grigiore funziona, e allora la si usa, per iscritto o per immagini, e per darle colori non si può fa altro che squarciarla!
      grazie per i complimenti nwb!

  4. Silver Silvan ha detto:

    È bellissimo questo post, davvero intenso e corposo. Mi capita sempre più di rado di stupirmi per la profondità di quello che leggo. Complimenti, dunque, a chi mi ha stupito.

  5. ludmillarte ha detto:

    ho riletto “io sono la nebbia”. mi piacciono entrambi. molto.
    ciao Swann, buona serata 🙂

    • swann matassa ha detto:

      e no, Lud, troppo facile! Qua la questione si è ridotta a nebbia che avvolge la nostra vita, con cui venire a patti, da “disvelare”, contro volontà di squarciarla alla ricerca del sole. Accettazione (in cerca di un equilibrio), contro ribellione (e conseguente rischio di sconfitta). Che scegli?

  6. ludmillarte ha detto:

    mi ripeto: sul piacere mi piacciono entrambi molto, anzi moltissimo (ché più li rileggo e più scorgo nuove sfumature). se si tratta invece di scegliere tra accettazione al fine dell’equilibrio/pace o di ribellione col rischio di sconfitta, scelgo che ‘non sono la nebbia’, perché non “abbandono l’abbandono” e “mi innamoro del mio perdermi” pertanto molto raramente sto in pace forse anche mai. forse l’equilibrio più sano sarebbe deporre lo zainetto per qualcosa di effimero, per potersi ricaricare d’energia e zaino in spalla rischiando sconfitta per cose per le quali non si può fingere d’aver gli occhi annebbiati (realtà più che mai attuale e quotidiana, purtroppo).
    grazie Swann anche per lo stimolo, buona giornata 🙂
    p.s.: l’uno non elimina affatto l’altro, secondo me. li presenterei affiancati (in un’eventuale pubblicazione)

  7. stileminimo ha detto:

    Io ad essere nebbia non avrei proprio problemi, Swann… e nemmeno ad essere albero.

    • swann matassa ha detto:

      Oh io non lo so, a forza di scrivere “io sono la nebbia”, “io NON sono la nebbia”, mi sono confuso le idee.
      Tu però mi dai l’idea che non avresti problemi ad essere nebbia o albero, ma solo se messa nel posto giusto. Non si respira aria di nebbia di città o di albero di aiuola, nei tuoi post…

  8. A volte tante parole sono davvero inutili, come in questo caso, per cui posso solo dirti Grazie.

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