Il semaforo

Vedo l’uomo che lava i vetri all’incrocio. Arriva ogni mattina, ha uno zaino capiente in spalla, la spugna e un secchio blu con dell’acqua. Ci mette un po’ di sapone, poi tira fuori i pacchi di fazzoletti dallo zaino e immerge la spugna nel secchio. È pronto per la giornata di lavoro. Il sole che batte è fastidioso, io lo soffrirei, ma lui detesta di più la pioggia: gli toglie il lavoro, le spazzole dei tergicristalli vanno su e giù e l’unica speranza che gli rimane sono i fazzoletti, ma con la pioggia anche i finestrini sono chiusi ed è più difficile infilarli nell’abitacolo per convincere a prenderli.
L’uomo mi guarda, ogni tanto, anche se ormai mi conosce a memoria e potrebbe darmi lui il tempo per cambiare colore, come un direttore d’orchestra. Rosso-verde-giallo-rosso. E così di seguito.
Di notte comincio a lampeggiare, non servo più. A volte lui si trattiene fino a quell’ora, poi mi guarda con gli occhi spenti, come se l’avessi tradito. Le macchine non si fermano più, neanche più una moneta di solidarietà. Lo osservo mentre mette via le sue cose, mentre ripone i fazzoletti nello zaino e svuota il secchio nel tombino. È ordinato, a suo modo, è come se, ripetendo gli stessi gesti, assegnando un posto e una sequenza a quelle poche cose, lui fosse in grado di mettere ordine nella propria esistenza. Io di ordine me ne intendo, sono qui per questo, e le cose le so fare solo in sequenza. Verde-giallo-rosso-verde-giallolampeggiante (di notte). Non è molto eccitante, la mia vita, non è varia, questo no, i momenti di massima emozione sono i tamponamenti, ogni tanto ne accadono, c’è sempre qualcuno che frena in ritardo, perché non ha visto il rosso o perché ha accelerato sperando di riuscire a passare. Eppure, la vita del lavavetri mi sembra monotona. Mi chiedo cosa possa mai fare, per alleviare le proprie giornate, quando rientra nel posto che lui chiama casa, col suo zaino in spalla e la spugna che va seccandosi nel secchio. Io non faccio altro che cambiare colore, eppure arrossirei se facessi parte di una società che ha portato un uomo a lavare vetri che non vogliono essere lavati e a vendere fazzoletti che non dovrebbero essere prodotti. Non in cambio di un prezzo, ma di un aiuto, non per un servizio ricevuto e neanche per solidarietà, ma solo per pena e per senso di colpa. Io credo che mi spegnerei, se fossi un uomo invece che un semaforo. Io lo so che, alla guida di una qualunque di quelle macchine, mi bloccherei al centro della carreggiata, incontrerei lo sguardo dell’uomo che lava i vetri all’incrocio e mi fermerei lì, come in cortocircuito. Mi è capitato, una volta, il cortocircuito, so di che parlo. Mi fermerei nel sole o nella pioggia e, se alla fine fossi in grado di ripartire, direi all’uomo: vieni con me, io e te siamo uguali, se io vado, tu vieni.
Io, credo, andrei, e lui, credo, verrebbe con me.

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35 risposte a Il semaforo

  1. dupont651 ha detto:

    Si, lo so, è triste vedere queste persone, ma noi cosa possiamo fare se non comprare i loro fazzoletti o dare qualcosa in più per la pulizia del vetro? In Italia diventa sempre più duro trovare lavoro e riuscire a sopravvivere. Finché poi avremo le attuali persone al governo non vedo vie d’uscita per nessuno! È triste.
    Ciao
    Marta

    • swann matassa ha detto:

      come singoli sembra sempre che non possiamo fare nulla. ma quello che possiamo/dobbiamo fare è vivere secondo precetti di giustizia (sui quali poi dovremmo metterci d’accordo)… all’improvviso cambierebbe tutto, come nelle “proprietà emergenti” dei sistemi complessi: aggiungi un grado di complessità, ed ecco che come d’incanto compare una proprietà dell’insieme che le singole parti, da sole, non hanno: questa dovrebbe essere una società

  2. bleachedgirl ha detto:

    (Se solo fossimo uomini, sì. E io non sono neppure più cortocircuitabile)

    • swann matassa ha detto:

      perché?
      Le uniche persone non cortocircuitabili a cui riesco a pensare sono quelle che hanno tutte le verità pronte all’uso, e tu al massimo mi puoi sembrare l’esatto contrario

      • bleachedgirl ha detto:

        Non lo so, non è per le verità (che non ho), è per la soglia della cortocircuitabilità che si sposta un po’ più in alto ogni giorno, per quella storia della desensibilizzazione.

        • swann matassa ha detto:

          Gesù, ma tu hai proprio deciso di bruciare le tappe! Uno pensa che quanto più una persona è giovane e sensibile, tanto più le si può affidare il ruolo di “nucleo di condensazione” della “resistenza anti-disumanizzazione” di cui c’è un disperato bisogno, secondo me. E tu già vuoi tirartene fuori? E no!

          • bleachedgirl ha detto:

            La prima volta che ho visto un uomo al semaforo avrò avuto tipo sette anni. “Metti la sicura e chiudi il finestrino” diceva la voce adulta nell’abitacolo. E io mi vergognavo, così abbassavo lo sguardo.
            Come si diventa adulti senza diventare disumani? Come si diventa adulti in grado di sostenere lo sguardo dell’uomo al semaforo, in questo mondo qui?

          • swann matassa ha detto:

            Non proverò a rispondere perché a me vanno benissimo le domande inevase, stimolano la ricerca della risposta, che per me conta più della risposta stessa. Però ti dirò che a Napoli per molti motivi c’è tanta gente che regge lo sguardo dell’uomo al semaforo, e che io non chiudo le portiere né il finestrino.
            (Fino a 7 anni non hai visto un uomo al semaforo? Io non ricordo di NON averne visti!)

          • bleachedgirl ha detto:

            Non so, io ho in mente spaccato questo ricordo di me che andavo al mare e di quest’uomo che c’era sempre, al ritorno. Nel posto in cui vivo i semafori non servivano, semplicemente (e non mi muovevo praticamente mai). (:

          • swann matassa ha detto:

            Io vado a lavorare in motocicletta. C’è un tipo che chiede l’elemosina sulla rampa di uscita della tangenziale, tutte le mattine. È zoppo. Quando passo con la moto, superando le macchine in coda, lui, pur zoppicando, si fa da parte per farmi passare, e mi saluta. Io gli dico buongiono. Un paio di volte l’ho beccato dentro al policlinico, ero a piedi, e gli ho dato qualcosa (lui non m’ha riconosciuto, credo, senza casco). Perché ho raccontato sta cosa? Boh, non so, comunque m’ha sempre colpito. A volte mi pare che tutto sia per caso, e che con un solo soffio di vento le nostre parti avrebbero potuto essere invertite…

          • bleachedgirl ha detto:

            Hai capito a swann che va a lavorare in motocicletta!

            (lo sapevo già, ma urgeva dire una scemenza, tanto per riequilibrare i miei standard prestazionali nelle discussioni)

          • swann matassa ha detto:

            Non sfottere la mia moto che ha da poco sfiorato l’eutanasia. Devo stare molto attento quando parlo di lei, è suscettibile!

          • bleachedgirl ha detto:

            Aha. Non è che ha pure la fase premestruale?

          • swann matassa ha detto:

            Io la volevo una moto maschio, ma avendo già due cani e un gatto, tutti maschi, almeno la moto m’è toccata femmina. Sarà per questo che mi fa penare

          • bleachedgirl ha detto:

            E’ molto più facile diventare adulti che a fine serata si sentono supereroi per aver dato un euro al lavavetri (o che sbraitano perché l’hanno già dato all’uomo al semaforo prima echediamineinquestacittàc’èunsemaforoognitrecento metri)
            E non ci pensano, non ci pensano più.

          • swann matassa ha detto:

            Questo è tutto vero. Ma se ci pensi è proprio facile non diventare così. Nessun eroismo: è proprio facile! Basta solo saperlo, cone lo sai tu, come me lo stai dicendo adesso!

          • bleachedgirl ha detto:

            Non so se basti saperlo, però okay. Okay, facciamo che per una volta mi fido. (:

          • swann matassa ha detto:

            Oh sì fidati, ho un sacco di difetti, ma sono affidabile 😀

  3. Erre ha detto:

    Mi ha commosso leggerlo. Più per la tua umanità che per tutto il resto. Ma anche per il resto.

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