Io sono la nebbia

[È successo questo: la mia acquerellista preferita, Leonetta Quadro, sta dipingendo senza posa. Si è pensato che, poiché recentemente lei ha illustrato un mio racconto, stavolta dovessi essere io a scrivere su un suo acquerello. Mi ha mandato quello che vedete qui sotto, e io ho scritto. In realtà, avrei dovuto scriverci una storia, e non è proprio così, ma ho impugnato la penna, e con me comanda lei. Del resto, se avessi voluto e saputo imparare a domarla, magari adesso farei un altro mestiere, tipo il reporter del National Geographic, e scriverei della scienza e del mondo.
Basta, questo è “Io sono la nebbia”.]

nebbia

Io sono la nebbia. Lo so che ora mi odi. Ho scritto queste parole con l’acqua e già si confondono con le pozzanghere, ma non credere che le tue parole siano migliori, più giuste o più durature. Le parole sono così, confluiscono in discorsi che se ne stanno lì a fare fango, quando tu le avevi lanciate sospese nell’aria, leggere e pulite come un miracolo della chimica.
Rifletti bene: quanto è diversa la tua storia dalla mia? Non sei forse anche tu uno che appare e scompare, a seconda del tempo e delle stagioni? Non sei forse anche tu uno che si dissolve, quando il sole riscalda? Ti ho visto, sai, pedalare sotto il peso del tuo disprezzo per te stesso, dondolando le spalle come fanno i corridori al gancio, quando non ce la fanno più. Ti ho visto sollevare spruzzi d’acqua con le ruote, ma erano troppo pesanti per restare in aria con me e sono sicura che la cosa ti facesse sentire colpevole: le cose che sollevi ricadono, non credi di avere la forza e l’ingegno per tenerle su.
Io lo so che quando percorrevi quel viale alberato e guardavi dritto davanti a te, tu mi eri grato; eri felice che io accorciassi la tua visuale, perché i percorsi lunghi ti fanno paura, soprattutto se sono rettilinei che puoi vederne la fine, che sono senza tagli e senza scorciatoie, che la fine sembra un puntino lontano e ti ricorda di quei sogni in cui cammini e la strada ti scorre sotto i piedi e non riesci ad avanzare neanche di un passo. Io lo so che dici che mi odi perché offusco tutto, ricopro tutto e ti rendo miope. Ma so anche che mi odi perché in fondo lo sai, che siamo uguali, e di questo mi sei grato. Provi per me quello che provi per te: ti odi e ti ami, ma più passa il tempo e più odi il tuo amore per te stesso, e per me.
Io sono quello che sono, sai, viaggiatore. Io non so fare altro che restare sospesa, e aleggiare. Ma io, contrariamente a te, mi sono accettata. Io amo il mio abbraccio alle cime degli alberi e il modo in cui essi rispondono, coprendosi di me come un manto. Io amo la realtà che restituisco ai tuoi occhi: è un mondo da esplorare, in cui sai che è facile perdersi, ma la via che imbocchi è solo la tua, è lontana da occhi indiscreti, e anche i suoni arretrano e ti lasciano il passo.
Perché non ti accetti, viandante? Perché non posi il tuo zaino di pietre e non appoggi la bici al guardrail per abbandonarti a me? Smettila, ti prego, di fendere il mondo su quelle due ruote, pestando i pedali come se fossero i responsabili delle tue malefatte, come se fossero loro i compagni o i mandanti dei tuoi tradimenti, del tuo disimpegno.
Io ti leggo nel cuore, sai, pellegrino. Io so fare anche questo, io sono la nebbia, io penetro. Attraversi questa valle pietrosa perché pensi di essere solo, e sei solo perché vuoi essere solo. Allora fai come me: sii solo insieme a tutti gli esseri che ti circondano. Non sai com’è affollata, la vita, quando decidi di coricarti al mattino e alzarti la sera, quando provi a vincere la gravità e assorbire la luce, quando silenzi i rumori e assecondi i sussurri. Tutto entra a far parte di te.
Deponi le armi, guerriero. Sappi che è lunga, la strada. Non ti basterà vederne la fine, quando mi sarò sollevata. La tua pedalata si farà più pesante e il respiro affannoso. Fa’ come dico: ammetti di amarmi, rimani con me, vaga senza meta in questi boschi, ritroverai te stesso. Abbandonerai l’abbandono e riconoscerai la virtù della pace. Saprai che la vita senza colpe è impossibile e che il lavoro che fai su te stesso è come la prima martellata ad un blocco di marmo: non lo trasformerà in una statua, ma è inevitabile se vuoi cesellarla.
E quando il sole sarà alto nel cielo, io ti lascerò solo, solo in compagnia di tutto il resto. E se vorrai essere infelice, potrai, ma lontano da me.
Lo vedi? Non sono cattiva. Ma già te ne vai. Riposerò qui, questa notte, e fra qualche giorno sarò di nuovo sveglia, al mattino.
Esisterò finché esisterai tu, e poi verrà qualcun altro. È così quieta, la vita, per me. Vorrei che potessi capirlo, maledetto uomo. Vorrei che ti spogliassi e tornassi ad essere acqua. Allora sapresti anche tu.

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10 risposte a Io sono la nebbia

  1. ludmillarte ha detto:

    “Le parole sono così, confluiscono in discorsi che se ne stanno lì a fare fango, quando tu le avevi lanciate sospese nell’aria, leggere e pulite come un miracolo della chimica”. ecco non vorrei sembrare esagerata, ma le leggo proprio così queste tue parole, un miracolo della chimica. mi piace molto,anche l’acquerello…’spogliamoci e torniamo acqua’

  2. Pingback: Io NON sono la nebbia (risposta) | Il Bandolo del Matassa

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