Alle persone qualunque. A me.

La famosa forbice si sta allargando. Si dice così quando si vuole parlare di differenze che si inaspriscono, di divari che aumentano, no? La forbice fra i poveri e i ricchi. La forbice fra i vincenti e i perdenti. La forbice fra i belli e i brutti. È una realtà bipolare: o stai a destra o stai a sinistra e gli avversari sono tutti nemici, in una pretesa esasperazione dei ruoli in cui non ti viene insegnato ad essere bravo, ma “il numero uno”. Così c’è la forbice fra chi crede in sé e chi no, che è diventata la forbice fra numeri uno e numeri zero, le nullità. Io sono circondato da “eccellenze”: dai banchi di scuola al lavoro, ho incontrato sulla mia strada un sacco di gente che “quello è bravo”, “quello è forte”, “quello è un pezzo grosso” fino a “se non stai attento, quello ti fa un culo così”. Salvo poi, alla prova dei fatti…

Ma non è di questo che voglio parlare, oggi. Io voglio parlare dei numeri zero, delle nullità. Voglio parlare di chi ha smesso di credere in sé quando stava ancora nella culla e succhiava il ciucciotto o si tormentava il pollice.

Oggi mi sono seduto in un posto alto, con un po’ di visuale, e li ho guardati tutti: gli “special one”, da una parte, e i “tristi qualunque”, dall’altra. Mi sono chiesto cosa li separasse. A parte la forma, intendo, al netto delle maschere indossate, dei ruoli impersonati, dell’arte di apparire anche in completa assenza di essere. Non ho trovato nulla, aiutatemi voi.

Non sono riuscito a vedere un talento luminoso che rischiarasse gli astanti, né il buio dell’anima che risucchiasse chi lo porta come un buco nero. Ho visto solo due formicai, brulicanti, e un unico fuoco che li bruciava. Il fuoco della competizione.

Io vorrei dire a chi non crede in sé neanche un po’ che le qualità di una persona non la definiscono. Che non c’è merito nell’essere belli e, in certa misura, neanche nell’essere intelligenti, sicuramente non nell’essere ricchi. Che il successo non è un riconoscimento, ma una circostanza della vita, che, per quanto ostinatamente programmata e inseguita, resta governata dal caso, come il sole che splende nel giorno del matrimonio, fissato due anni prima.
Io vorrei dire che l’unica cosa che conta è l’impegno. Un atleta da medaglia d’oro vale quel riconoscimento per l’impegno che ha profuso, i sacrifici che ha fatto, la sofferenza che ha sopportato durante gli allenamenti, negli anni, non perché è nato veloce, o resistente, o elastico. È per questo che il doping è inaccettabile: si sostituisce all’impegno, toglie valore a quello che conquisti.
È per questo che le raccomandazioni sono inaccettabili, che le scorciatoie sono inaccettabili, che la cultura stessa del risultato è inaccettabile.

Non serve essere speciali, serve essere impegnati. Serve essere specialmente impegnati.
Serve mettere sempre tutte le proprie forze in quello che si fa, serve credere davvero in quello che si fa e non farlo perché ce lo ha detto qualcuno, perché “così si fa” o “così vuole papà”. Serve che ogni volta che c’è una decisione da prendere, chiudiate gli occhi, respiriate a fondo e sentiate qual è la vostra strada, che la imbocchiate, che la seguiate e che andiate fino in fondo, anche perché qualunque strada non porterà mai in nessun posto, non in un posto definitivo. Si può seguire la propria strada anche rimanendo fermi, in un certo senso, è solo una questione di simboli.

Si può smettere di inseguire risultati, di essere aggressivi e ingaggiare duelli con probabili o improbabili competitors. Si può vivere la propria vita secondo il proprio modo di essere, chi di corsa, chi al passo, c’è bisogno di tutti. Ma bisogna impegnarsi, bisogna avere coraggio, bisogna sudare. Niente lacrime, niente autocommiserazioni. Solo l’impegno.

Sono le nostre decisioni che ci definiscono, è la nostra paura che misura il nostro coraggio ed è il nostro coraggio che dà valore al nostro agire. Non sono i soldi, i lavori pubblicati, le gare vinte, i premi ricevuti. Solo la nostra forza. Non quella che ci ha dato in sorte il destino, ma quella che ci siamo costruiti da soli, con le nostre mani.

Se non puoi essere un pino in cima alla collina.
sii un arbusto nella valle, ma sii
il miglior, piccolo arbusto accanto al ruscello;
sii un cespuglio, se non puoi essere un albero.
E se non puoi essere un cespuglio, sii un filo d’erba,
e rendi più lieta la strada;
se non puoi essere un luccio , allora sii solo un pesce persico:
ma il persico più vivace del lago!
Non possiamo essere tutti capitani, dobbiamo essere anche equipaggio.
C’è qualcosa per tutti noi qui,
ci sono grandi compiti da svolgere e ce ne sono anche di più piccoli,
e quello che devi svolgere tu è li, vicino a te.
Se non puoi essere un’autostrada, sii solo un sentiero,
se non puoi essere il sole, sii una stella.
Non e grazie alle dimensioni che vincerai o perderai:
sii il meglio di qualunque cosa tu possa essere.

(Douglas Malloch)

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16 risposte a Alle persone qualunque. A me.

  1. ludmillarte ha detto:

    queste tue parole, unite alla citazione di Malloch, sono un meraviglioso inno all’essere per se stessi, conseguentemente per persone e realtà in cui viviamo. impegnarsi anche per dare un senso al nostro passaggio, per far sì che sia genuino ed utile privo di agghiacciante e disonesta competitività. ne abbiamo assoluto bisogno, secondo me, di queste tue parole/riflessioni visto che in molti (tra genitori, educatori,… lo stesso sistema scolastico italiano), puntano ad una competitività esagerata per ottenere un chissà chi che neanche sa cosa significhi la parola rispetto (e qui mi fermo, perchè so che quando nomino la parola rispetto poi non la finisco più!)
    ciao Swann, buon we

    • swann matassa ha detto:

      mi fa piacere questo tuo sostegno e pensiero, soprattutto visto che, da quanto capisco, ti occupi di educazione…
      buon fine settimana a te!

      • ludmillarte ha detto:

        mi sa che mi occupo di battaglie già perse in partenza, ma combatto comunque civilmente e pacificamente. è disarmante e frustrante vedere quanta disonestà intellettuale e con quanta gente menefreghista e incompetente si è costretti ad interagire, ma davvero non potrei fare altrimenti (o non mi amo o mi amo troppo)

  2. stileminimo ha detto:

    …ok, ma anche se sintomo di debolezza, ogni tanto un minimo di conferme son necessarie, se non altro perchè anche negli arbusti scorre linfa, e sono vivi.

    • swann matassa ha detto:

      E chi dice di no. Ma riportiamo un minimo di equilibrio in questa società, poi ne parliamo, e rivalutiamo semmai anche la competizione, quella “sana”…

      • stileminimo ha detto:

        …a me fa schifo la competizione così come hanno provato a inculcarmela e condivido pienamente il concetto. Penso si debba riconoscere l’impegno, il percorso, questo sì. Accade però che chi evita con tutte le proprie forze di mettersi in competizione nel modo peggiore per una questione, diciamo così di principio, in un mondo come quello che hai descritto e che è reale, non avrà mai un minimo di riconoscimenti, nemmeno se per non arrivare da nessuna parte, ma pur di mantenersi “pulito” sputa sangue ogni giorno. Ed è vero che il più delle volte può bastare la consapevolezza, ma altrettante volte si è talmente stanchi che una pacca di incoraggiamento sulla spalla non farebbe poi male. Ma è molto, molto difficile incontrare chi sa capire e riesce a non farsi fagocitare dal contesto. La sensazione che si ha è che se non impari a procedere a gomitate e a mordere non esisti, perchè vieni isolato, deriso, a volte senti addirittura la commiserazione attorno. E’ solo una sensazione, ma sarebbe bello potersela togliere di dosso, ogni tanto.

        • swann matassa ha detto:

          Uh, va a finire che sei più pessimista di me.
          Seguo bene il tuo discorso, ma io lo mitigherei con due concetti:
          1) la cultura del risultato ha un bug, perché per definizione, in quel tipo di cultura, il fine giustifica i mezzi, e questa è una visione miope, perché alla lunga porta alla perdita delle conoscenze, delle competenze, di tutti quei mezzi più faticosi attraverso cui il risultato si raggiunge con maggiore fatica e lentezza, ma anche con maggiore stabilità e qualità.
          2) chi profonde tutte le proprie forze in qualcosa, alla fine ottiene sempre un risultato, a dispetto di tutti, ed è quello il riconoscimento. Le posizioni più alte gli resteranno precluse – per quelle non serve né l’impegno né il talento, ma ben altro – ma questo non deve fare male a chi sa cosa si è lasciato alle spalle. Il solo rifiuto di questi meccanismi è la mia pacca sulla spalla…

  3. Leonetta ha detto:

    :)…. sto tutti giorni a dover subire questo nuovo corso della vita: l’essere contro l’apparire:/ Io proprio con l’apparire non c’entro nulla e non la vivo per niente bene… quindi mi sono messa nel mio cantuccio, forse sbaglio, ma penso sia naturale visto che ti ritrovi in un mondo che non e’ piu’ il tuo…. le decisioni ci definiscono e’ vero, come e’ vero che ho sempre odiato le etichette e i condizionamenti. Purtroppo la vita a volte ti costringe a sopportare dei condizionamenti ma resta a te decidere quali… quali puoi sostenere e quali non potrai mai! Svendersi non si puo’ per qualsiasi bandiera o per qualsiasi vetta sia…… mangiare pane e pane, ma potersi guardare negli occhi sempre! Non fa niente se poi ti senti solo/a… evidentemente sono gli altri che non capiscono e se vogliono correre che corrano pure tanto le nostre strade non si incontreranno mai! Meglio un po’ di sana tristezza e vere lacrime agli occhi che il nulla de “La storia infinita”:) Ciao grande Swannnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnn!!!!!

    • swann matassa ha detto:

      Il nulla della storia infinita, proprio quello! (non ci avevo pensato).
      Io credo davvero che si possa fare qualcosa in più che lamentarsi. Ci sono ancora molti no che possiamo dire e che invece troppo facilmente crediamo ci siano negati. Non vinceremo la guerra per il cambiamento in questa vita, e forse neanche una battaglia, ma l’idea di combatterla mi fa già stare meglio…
      Ciao a te grande Leoooooooooooooooooooo

  4. Ettore Matassa ha detto:

    Agli sciagurati, ai noncompetitiviperchèselafannosottodallapaura, ai parenti strettissimi e stretti, agli amici virtuali. Vi voglio bene. Perché la solitudine è compagna onnipresente di tutti quelli che, essendo non competitivi per scelta, sono in numero scarso, scarsissimo. Il numero è QUANTITA’. Noi scegliamo la QUALITA’ UMANA. Grazie a voi perché mi sento meno solo.

    • swann matassa ha detto:

      Se non c’avessi messo i noncompetitiviperchèselafannosottodallapaura, questo commento sarebbe stato un bellissimo inno alla “qualità umana”. Così però mi sa che mi occorre una precisazione.
      Io non sono in principio contrario alla competizione (la biologia m’insegna che la vita è competizione), io sono contrario a quella che ho chiamato “cultura del risultato”, dove il risultato è quello a breve termine, e la competizione si basa sul successo immediato, misurato per titoli e cazzi vari e non sul “risultato vero”, cioè sul fine ultimo delle proprie fatiche. E’ una competizione che non premia né le capacità, né gli sforzi (il famoso “impegno” che nominavo nel post) e paradossalmente neanche la fortuna, ma solo la ferocia nella persecuzione di un traguardo dietro l’altro, che sarà inevitabilmente vuoto ed effimero.
      Detto ciò, la competizione ha la sua ragione di esistere, anche se, come tutte le fasi di una evoluzione, esaurisce la sua funzione e viene superata dalla cooperazione. Ogni vero risultato stabile è dato dalla cooperazione. Ma questo, semmai, può essere tema per un altro post

  5. bleachedgirl ha detto:

    Ecco, questa poesia (una traduzione appena differente) me l’hanno fatta imparare a memoria alle medie. Ma perché ero convinta fosse di Martin Luther King? Boh.

  6. ecoarcobaleno ha detto:

    Grazie degli spunti di riflessione caro Swann…
    W la cooperazione e la condivisione, la sana e leale competizione, lo scambio d’informazioni e la comunicazione…le uniche strade percorribili per un miglioramento stabile dei rapporti umani e uno sviluppo sociale o forse è meglio dire evoluzione sociale.
    A rileggerti presto

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