Il senso dei fiori ovvero Dell’anonimato e dell’attesa

[Premessa: l’idea di questo racconto è nata da un fatto realmente accaduto, narrato da Ludmilla in un post, e dalla discussione che ne è nata. Tutto quanto ne deriva, però, è successo solo nella mia testa. È venuto come è venuto, che vi devo dire, non sono abituato a scrivere “su commissione” 😉
L’illustrazione in fondo, invece, è venuta benissimo, ed è di Leonetta Quadro.]

Spostarsi in autobus a Newborn era un’avventura quotidiana. Non che i tram fossero più rassicuranti, ma Lud li preferiva, perché trovava riposante il suono di rotolamento sulle rotaie. La fermata distava solo poche centinaia di metri da casa sua, ed era una fermata promiscua, cioè ci passavano sia autobus che tram. Quando la linea 55, che viaggiava su gomma, passava per prima, al mattino, Lud la lasciava andare, senza neanche alzare lo sguardo dal libro che stava leggendo. Sentiva il rumore del tram da lontano, invece, perché quelle vecchie rotaie sferragliavano come le catene di uno spettro in racconto del terrore d’altri tempi. Allora sfilava il segnalibro dall’ultima pagina, dove sempre lo lasciava riposare mentre leggeva, e gli assegnava il suo posto di guardia alla pagina corrente, chiudendo il volume con cura, come si fa quando si saluta un amico che scende alla fermata prima della tua: con urgenza e rammarico. Saliva sul tram e cercava con gli occhi un posto a sedere, ché se ne trovava uno, infilava di nuovo il naso nel libro. In assenza di un posto a sedere, la lettura era fuori discussione, perché il tram, a metà percorso, si riempiva come una scatola di sardine e le braccia servivano per sgomitare e rimanere vivi.
Alcuni dei passeggeri erano degli habitué, come Lud. C’era una ragazza che andava all’università, che si vedeva solo tre mattine a settimana, quando c’erano i corsi. Poi c’era il signore anziano. Dio solo sapeva dove andasse, tutti i giorni alla stessa ora, vestendo una vecchia giacca a quadroni quand’era freddo e un cappello marrone con ogni tempo. Non mancava mai il ragazzo col ciuffo. Quello lavorava dal fioraio sulla Undicesima, a due isolati soltando dall’ufficio di Lud. Lui era più tipo da cuffiette; se poi ascoltasse musica o audiolibri, questo non è dato sapere. Lud lo notava proprio perché lo conosceva di vista; a volte, quando scendeva al bar con i colleghi o si concedeva la tavola calda in pausa pranzo, lo vedeva in giro a fare le consegne, seppellito da enormi mazzi di fiori o da piante in vaso. Aveva lo sguardo perennemente rivolto all’esterno, uno sguardo che bucava i vetri del tram, ma che poi pareva non mettere a fuoco nulla, perennemente perso nel vuoto. Quello che Lud non sapeva era che, tutte le volte che infilava il naso nel libro e si estraniava dalla folla, lui si girava verso di lei e provava a captarne l’odore. Eppure lei non usava profumi, retaggio della sua vita sportiva da ragazzina, quando mettere il profumo significava mischiarlo al sudore, con risultati imprevedibili.
Il martedì c’era anche la studentessa universitaria, sul tram. Quando pioveva, portava sempre lo stesso paio di stivaletti di gomma, anche a settembre, e settembre a Newborn è caldo, potete scommetterci. Nel martedì di settembre che dico io, gli stivaletti facevano un rumore liquido dentro e fuori, perché fuori c’era la pioggia e dentro il sudore. Lud era seduta al suo posto preferito, quello che dà la schiena al senso di marcia. Aveva notato che alcune persone erano disposte a rimanere in piedi, piuttosto che sedersi lì. Le veniva da pensare che avessero dei problemi irrisolti col proprio passato, ma lei non aveva alcuna difficoltà a guardarsi indietro. Quel giorno, però, non leggeva: aveva fatto male i suoi calcoli e aveva letto l’ultimo rigo dell’ultima pagina con la schiena appoggiata alla pensilina che la proteggeva dalla pioggia, mentre era in attesa. Aveva persino pensato di prendere l’autobus, il 55, quando era passato. Poi aveva visto arrivare la studentessa con gli stivaletti grigi di gomma e si era ricordata qual era il suo posto nel mondo. Si guardò intorno come se fosse la prima volta. L’uomo anziano non era lì e la cosa la preoccupò: non mancava mai. Il ragazzo col ciuffo, come sempre, guardava fuori dal finestrino, ma il suo sguardo schivava anche le gocce di pioggia che cadevano fitte, in strada. Lo vide arrossire, senza un motivo apparente. L’aveva fissato troppo a lungo? La cosa la imbarazzò e le fece distogliere lo sguardo. Allora prese il cellulare, aprì l’applicazione WordPress e scrisse poche frasi sul suo blog, un elenco per punti. Il terzo recitava: “La pioggia ti frega. Tu metti mantella e stivali per non bagnarti e ci sudi dentro come un maiale. Alla fine, sei fradicia uguale e per di più puzzi. La pioggia è come la vita in società: più cerchi di evitarla, più vince lei, più tu sembri sporca”. Al momento di scendere, tirò fuori l’ombrello. Ragazzo con ciuffo e ragazza con stivali erano già scesi.
Si fermò al bar a prendere un caffè, mettendoci più del dovuto. Aveva pensato che una giornata così meritava un inizio graduale. In ufficio la attendevano le solite scartoffie. I diversivi erano di là da venire, quando sarebbero partiti i progetti con le scuole e lei avrebbe lavorato direttamente con i bambini. Quando mise piede nell’androne del palazzo, trovò l’ascensore fermo proprio al piano a cui era diretta, il quindicesimo, e fu costretta ad aspettare la lenta discesa della cabina. Salì, rivolse un cenno di saluto ai colleghi che incrociò sul pianerottolo, entrò in ufficio. Sulla scrivania, un enorme mazzo di fiori. Si guardò attorno, un po’ stupidamente, come se il braccio di chi li reggeva e glieli porgeva potesse essere nascosto lì, nei paraggi.
“Lucy?”, chiese allora alla vicina di scrivania. “Chi l’ha portati, questi?”. Lucy fece spallucce. “Il fioraio. Ha chiesto qual era la tua scrivania e li ha lasciati lì. C’è un biglietto”. Lud lo vide, scoprendosi trepidante. Lo sfilò dal mazzo, l’aprì circospetta e lesse. A stampatello, tutto in lettere maiuscole, c’era scritto: “SPERO CHE QUESTI VALGANO PIÙ DI MILLE PAROLE”. Nient’altro. Nessuna firma. Lud girò il biglietto, niente neanche dietro, né sulla busta. Ma i fiori erano per lei: chi li aveva consegnati aveva chiesto di lei espressamente. Si fece scappare un oooooooooh di sorpresa, un po’ recitato e affettato, ma anche un po’ vero, poi fece un risolino, decisa a non farsi  ingannare. Se era uno scherzo, non ci sarebbe cascata. Se era l’inizio di un corteggiamento, avrebbe nicchiato. Se era una richiesta di scuse, le avrebbe accettate… dopo un po’. Non restava che aspettare. Ma intanto, al lavoro.

Fu il ragazzo col ciuffo a chiudere il negozio, quella sera. Non accadeva di rado: la titolare gli aveva fatto una copia delle chiavi e si fidava di lui, nonostante fosse al corrente del suo problema. Rob col ciuffo soffriva di una malattia degenerativa della retina, per cui vedeva poco in condizioni di luce scarsa e aveva il campo visivo ristretto. Ma era bravissimo a dissimularlo. Di giorno, all’aperto, gli bastava muoversi con attenzione, mentre nella penombra degli interni era un po’ più diffcile, ma lui aveva i suoi metodi. Quando doveva svolgere un compito preciso, concentrava lo sguardo su un punto, e lavorava solo quando era riuscito a metterlo a fuoco. La mattina, nel tram, amava guardare fuori dal finestrino, dove c’era più luce, ma lo scorrere rapido delle cose in strada lo confondeva, per cui aveva preso l’abitudine di fissare la cornice del finestrino, ripercorrendone il perimetro. C’era una sola cosa che attirava il suo sguardo verso l’interno del tram, di tanto in tanto. Era la ragazza con gli occhi chiari e i capelli sempre tagliati corti che saliva alla fermata in centro. La vedeva perennemente appoggiata alla pensilina con un libro in mano, mentre il tram era in avvicinamento, poi lo chiudeva segnando la pagina e saliva sul tram, sempre dalla porta di dietro. Se poteva, si sedeva con la schiena rivolta al posto di guida e ricominciava a leggere. Quando andava così, Rob staccava gli occhi dalla cornice del finestrino e si concentrava su di lei, che non lo vedeva. Percorreva con lo sguardo il profilo delle labbra sottili e la linea del naso. Si soffermava sui capelli spettinati dal vento del mattino, soprattutto, o sul trucco frettoloso con cui scuriva il contorno degli occhi per esaltarne l’azzurro delle iridi. Erano i difetti le parti che più gli piacevano, come la pelle non perfettamente liscia sul viso o le rughe che cominciavano a farsi strada sulla fronte. La trovava bellissima.
Qualche volta la seguiva. Aveva visto dove lavorava e le rivolgeva un pensiero ogni volta che passava di là per una consegna. Una mattina le era caduto il badge e Rob l’aveva raccolto, così aveva scoperto il suo nome e l’ufficio in cui lavorava. Aveva lasciato il cartellino in portineria perché le fosse restituito, senza identificarsi, ovviamente.
In quel piovoso martedì mattina, sul tram, Lud l’aveva guardato, a Rob sembrava non fosse mai accaduto prima. Scese alla sua fermata, la pioggia gli batteva in testa come un martello testardo di Lilliput. Prese una decisione repentina. Entrò in negozio, dove lavorava, rivolgendo un cenno di saluto distratto alla titolare. Lei era abituata alle sue stranezze e alle poche parole. Rob preparò in pochi secondi il mazzo di fiori più bello che riusciva a immaginare sotto quel cielo grigio, come sempre guidato più dagli odori che dai colori. Afferrò un biglietto e scrisse ordinatamente, in stampatello, “SPERO CHE QUESTI VALGANO PIÙ DI MILLE PAROLE”, poi uscì in strada. Era determinato a lasciare i fiori in portineria, così com’erano, in forma anonima, ma quando giunse a destinazione, con la coda dell’occhio, vide Lud nel bar di fronte, seduta vicino ad una finestra, portare una tazzina alla bocca. Allora chiese a che piano si trovasse l’ufficio in cui sapeva che lei lavorava, salì fino al quindicesimo piano con l’ascensore e depositò i fiori direttamente sulla sua scrivania. Scese lentamente le scale a piedi, in preda alle vertigini, per darsi il tempo di riprendere fiato da quello che aveva fatto, prima di tornare a lavoro. Il sangue gli pulsava nelle orecchie come un assolo di batteria, intrappolato dalle cuffie. Le stesse che nel tram, e per strada, lo facevano sentire al sicuro.
Le cuffie lo proteggevano dal mondo; grazie ad esse, difficilmente qualcuno gli si rivolgeva o provava a parlargli. Ma lui poteva invece ascoltare il mondo, perché, all’altro capo, le cuffie finivano nella tasca dei jeans, e non erano collegate a nulla. Rob le considerava allo stesso tempo il suo scudo e la sua finestra sull’esterno, perché gli permettevano di ascoltare più di quanto gli altri pensassero lui potesse sentire.
Provava una sensazione simile la sera, a casa, quando accendeva il pc e si loggava nel blog. Lì si chiamava Mr Flowers e postava solo foto dai colori brillanti. Seguiva molti altri blog e quando commentava qualche articolo usava sempre frasi come “ho visto” e “mi è balzato agli occhi”, perché si sapesse che lì, nel mondo dei bit, i suoi occhi erano più che perfetti.

Rob aveva i piedi disfatti e la faccia di un uomo che ha fame, quando rientrò a casa quel martedì sera, e non era fame di cibo. Il marito della titolare era passato anche quel giorno in negozio e gli aveva rivolto il solito sguardo, lo sguardo del disprezzo e della diffidenza. Dopo le occhiate di compassione, quello era lo sguardo che Rob odiava di più. Ma la signora si fidava di lui e il marito non metteva bocca nella gestione dell’attività.
Con un piatto di fagioli usciti direttamente dal barattolo e riscaldati nel forno a microonde, si sedette davanti al pc e guardò per un po’ il puntatore animato che cambiava colore, diventando arcobaleno. Poi aprì WordPress e scorse i nuovi post. Ce n’era uno – La Pioggia – pubblicato quella mattina da Artemisia, una blogger tutta sorrisi,nei commenti, ma che diceva cose pesanti. Gli piaceva. La Pioggia era un elenco per punti. Il punto tre recitava: “La pioggia ti frega. Tu metti mantella e stivali per non bagnarti e ci sudi dentro come un maiale. Alla fine, sei fradicia uguale e per di più puzzi. La pioggia è come la vita in società: più cerchi di evitarla, più vince lei, più tu sembri sporca”. Rob pensò di commentare e scrisse: “Oggi nella mia città pioveva. Ho visto le gocce di pioggia cadere, ma non ho messo l’impermeabile, e quando sono uscito sotto l’acqua, mi sono sentito forte. Ho avuto il coraggio di fare un gesto che meditavo da tempo”. Inviò il commento, ingoiò un paio di cucchiaiate di fagioli. Sapevano di umido, sapevano di solitudine. Ma la nuvoletta delle notifiche diventò subito gialla, sullo schermo, e lui capì che Artemisia era online e aveva già risposto al commento. Aveva scritto: “A me invece la pioggia mette solo tristezza. Anche nella mia città oggi pioveva, ma quando sono arrivata in ufficio è tornato a splendere il sole, perché mi aspettava una bella sorpresa”. Rob masticò rumorosamente il crostino che aveva immerso nei fagioli, poi Mr Flowers scrisse: “Amo le sorprese. Quando vedo qualcosa di inatteso sulla mia strada, ringrazio sempre chi ce l’ha messo, che l’abbia fatto di proposito oppure no, a fin di bene oppure no – non importa”. Rimase un attimo lì, a riflettere, cercando di respingere l’idea che gli graffiava i pensieri: nessuno mai ti sorprende, nessuno mai mette l’inatteso sul tuo cammino, e se lo facesse non lo vedresti, ci inciamperesti. Intanto, Artemisia era stata lesta. Aveva risposto: “Io non so chi mi ha fatto la sorpresa, ma questo fa parte della sorpresa. Se vorrà rivelarsi, lo farà. Io intanto sono qui, e aspetto. Sono brava ad aspettare, so anche aspettare senza aspettare. Trovo sia bello. La vita stessa è un’attesa”. Non ci aveva mai riflettuto, Rob, su cose così. Ma Mr Flowers era più scafato di lui, scriveva come scrivono i blogger, mettendo enfasi in ogni frase, sentendosi molto profondo. Replicò: “Questo tuo commento mi ha aperto gli occhi, non l’avevo mai vista in questa chiave. Adesso penso che sì, anch’io aspetterò senza aspettare. La vita avrà senso”.
Pensò al senso che aveva davvero la sua vita, in attesa che il cerchio che circondava il suo campo visivo si chiudesse come la schermata finale di un episodio dei Looney Tunes, strangolandogli le pupille, senza neanche un The End in sovraimpressione. Così decise che, in fondo, aspettare senza aspettare poteva essere un’idea buona, brillante. L’avrebbe fatto bene, con cura, giorno per giorno, e sarebbe stato senza preavviso che Lud, la donna che aspettava e per la quale aspettava, si sarebbe imbattuta in lui. Un giorno, prima o poi, gli avrebbe sfilato le cuffie e gli avrebbe sussurrato all’orecchio: “Sei tu”.

P.S.: La primavera successiva, Lud fu trasferita. Impegnata col trasloco e col nuovo lavoro, trascurò il blog, poi, lentamente, lo lasciò morire. Artemisia non parlò mai più con Mr Flowers, e Lud non vide Rob mai più. I fiori, si sa, appassiscono.

senso dei fiori Leo

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54 risposte a Il senso dei fiori ovvero Dell’anonimato e dell’attesa

  1. ludmillarte ha detto:

    non ci posso credere Swann è fantastico! bellissimo il racconto, come l’hai scritto ed il tuo gesto di parole (mille o su per giù) che per me valgono molto più di quel mazzo di fiori. avrebbe potuto anche terminare al “sei tu”, ma il p.s. riporta alla realtà; come l’aspettare troppo a lungo fa appassire fiori e non.
    e così sarebbe stato il commesso fioraio eh?
    ho sorriso e mi sono anche commossa a leggere una me immaginata ed altro fra le righe. ti ringrazio di cuore, rimarrà indelebile. peraltro nella faccenda del leggere sembravo proprio io, però coi capelli lunghi e gli occhi castano-verdolino. (oh,ma davvero dico cose pesanti? pecco forse di sincerità? )
    certo che però il fioraio vicino a dove lavoro il ciuffo ce l’ha e l’ho anche visto in giro con le cuffiette…mmmmm… potrei quasi chiedergli di toglierle per domandargli ” sei tu?”.
    bella anche l’immagine di Leonetta Quadro.
    oh l’hai scritto davvero! non ci posso credere anche se l’ho gia detto!
    grazieeeeee 🙂 abbraccione! (tempo qualche giorno e, se ti va, lo porto anche da me)

    • swannmatassa ha detto:

      Mi fa piacere che ti sia piaciuto, anche se non è niente di che. In realtà, non è neanche un vero racconto (del resto, per scrivere un vero racconto ci vuole un vero scrittore), ma più un “gioco” provocato dai commenti al tuo post! Un gioco che mi sono divertito a giocare.
      Per rispondere alla domanda, non credo si possa peccare mai di troppa sincerità!

      • swannmatassa ha detto:

        Ah poi dimenticavo: se ti va di portarlo da te non può farmi che piacere! Buona serata, Lud!

      • ludmillarte ha detto:

        oooh, quante storie! evviva la modestia, però questo ‘niente di che’ mi pare un po’ inflazionato e poi non ci si sofferma su certe formalità (designate chissà da chi e con quale interesse).come ho già scritto più volte per me scrittore o poeta è chi provoca emozioni, riesce ad immergerti nelle sue parole e non ti fa staccare da lì, fino a che non hai finito di leggerle e, anche quando hai finito, torni su per rileggerle un’altra volta e magari ci ritorni anche dopo giorni. a me succede e son felice di incontrare questi “non” scrittori e “non” poeti, perchè mi arricchiscono la vita, mi nutrono l’anima spesso senza neanche sapere fino a che punto. mi fa piacere che tu ti sia divertito a giocare, mi sono divertita anch’io, anche se tu hai faticato decisamente di più mentre io mi sono comodamente goduta lo spettacolo.
        (riguardo alla sincerità credo di aver capito che posso risultare pesante. cerco sempre di dirlo nel miglior modo,quasi da sembrarmi falsa, sempre sperando che l’altro capisca il mio buon intento e non si offenda, ma noto che la maggior parte delle volte non è così. ci patisco, ma pazienza, non riesco proprio a raccontare quella dell’uva)

        • swannmatassa ha detto:

          Ahahahah e pure c’hai ragione, sono ripetitivo, a volte. È solo che mi infastidiscono le persone che si spacciano per quello che non sono, e cerco di non fare la stessa fine. Questo fermo restando che non essere professionisti non significa non valere nulla, solo non bisogna perdere il senso della propria dimensione (su wp come su fb è facile, ci si fa solo complimenti e siamo tutti braviiiiiiissimi!). Poi ficevo “niente di che” perché penso davvero di aver scritto cose più efficaci. Ma bando alle ciance. Sulla sincerità: io sono per la sostanza e non per l’apparenza. La sincerità è importante e non vedo ragioni per indorare la pillola. A volte è scomodo, ma tutte le cose “giuste” lo sono

  2. ecoarcobaleno ha detto:

    Il racconto, le parole mi hanno rapito ero lì 🙂 per me se vieni rapito con descrizioni e parole si che è un racconto, belle descrizioni, bilanciato tenero e vero 🙂 ho anche imparato un nuovo termine il che non guasta mai, non conoscevo il verbo nicchiare…grazie
    Proprio oggi mi pare di aver letto qualcosa che diceva “la fantasia va esercitata” e quest’esercizio, questo “gioco” tira fuori belle cose 🙂

  3. Ettore Matassa ha detto:

    Swann!!!!
    se non farai come ti ho detto, ovvero: raccogliere le tue novelle in un e-book, farò come Paperon de’ Paperoni, TI DISEREDO!!!

    • swannmatassa ha detto:

      “novella”, che parola demodé 😀

    • ludmillarte ha detto:

      ahahaah, scusa se mi intrometto, ma è per dirti che approverei il tuo invito a Swann, se non fosse che ha fatto questa cosa così carina per me … che però dev’essere in un e-book e perciò Swann deve darsi da fareeee!!! (altrimenti tu hai detto che…).
      scusami di nuovo anche per aver usato il tu. buona serata. Lud

      • Ettore Matassa ha detto:

        Non scusarti di nulla Lud, tra voi sono io a sentirmi un intruso. L’accenno a letture d’antan era una inconscia ammissione di inadeguatezza!!

        • swannmatassa ha detto:

          tutti in vena di spiritosaggini, bravi 🙂

          • ludmillarte ha detto:

            ciao Swann, sono di nuovo qua perchè ho una curiosità che comunque ad una settimana circa dal tuo post non mi passa. tra varie cose che hai scritto mi incuriosisce molto la scelta del nome vero di Mister Flowers cioè Rob. Se puoi e ti va di farlo, mi illumini? Altrimenti non c’è alcun problema, fai conto che non te lo abbia chiesto e penserò che sia stata casuale come magari in realtà è avvenuto. grazie 🙂

          • swann matassa ha detto:

            mi spiace deluderti, ma di fatto è del tutto casuale: cercavo un nome che suonasse bene insieme a Lud, che fosse quindi breve (possibilmente di 3 lettere) e che non suonasse come un semplice diminutivo ma come un nome intero. Mi è venuto subito in mente Rob, che è uno dei protagonisti de “Le cronache del ghiaccio e del fuoco” (chi guarda più TV e legge meno libri, lo conoscerà come “Il trono di spade”) e che l’autore non indica mai con altro nome che Rob (non Robert, per intenderci). Tutto qui. Cos’è? Ci ho preso? Posso aggiungere la “veggenza” al mio curriculum? 😀

          • ludmillarte ha detto:

            certo che puoi aggiungerla, mi sa che voi Napoletani avete anche quella nel sangue 😉 ma tu guarda il caso…quante ne combina!
            ti mando un bacione
            p.s.: ma non è che se magari mi giocassi il 55 dell’autobus e il 15 del piano vinco pure al lotto?!!

          • swann matassa ha detto:

            a questo punto ci farei un pensierino. Ricorda: si gioca per tre volte di seguito! Insomma come si chiama il tuo mr.flowers: Roberto? 😉

          • ludmillarte ha detto:

            ma secondo te sono in ritardo? o mi devo giocare pure il 3? e poi se li ho detti mi pare che non valga più. ma mi fido di chi ne sa senz’altro più di me e poi è da una vita che non gioco al lotto!
            (non posso svelartelo per ora perchè newwhitebear, lo sai, sta scrivendo. ha pubblicato la prima parte, ma ce n’è ancora e allora… gli toglierei le castagne dal fuoco e proprio ora che siamo anche nella stagione giusta! 😉 ma prima o poi credo proprio che lo dirò chi è quest’anonimo che anonimo non è più solo solo per riguardo a chi ha seguito tutta questa lunga faccenda)

          • swann matassa ha detto:

            ti dirò che da questo punto di vista come napoletano faccio schifo: non sono scaramantico, non gioco al lotto e non ho dimestichezza con la cabala. però in un caso clamoroso come questo farei un tentativo 🙂

          • ludmillarte ha detto:

            ecco bravo mi sa proprio tanto anche a me (e credo che ci siamo capiti). gioca anche tu, va!

  4. Pingback: “Swann: detto – fatto e voilà!” | ludmillarte

  5. scatenolamente ha detto:

    bellissimo racconto mi piace moltissimo e anche se la fine è triste mi va bene perché non è prevedibile e scontata ;).. il disegno poi è stupendo!
    complimenti ad entrambi ..
    *(mi permetto di indicare un refuso [il suo scuo] presumo manchi una d, ti prego correggi è troppo bello quello che hai scritto e quella “d mancante” distoglie l’attenzione dalla lettura)(scusa ancora se mi sono permessa -.-, a me farebbe piacere se lo facessero con me 😉 )
    a presto!

  6. ombreflessuose ha detto:

    Premesso che non amo gli scritti lunghi (mi perdo tra le parole) ma piano piano ti ho letto. Ho gradito molto, e neanche mi sono persa
    Grazie mille, e bravo anche
    Sorriso serale
    Mistral

    ps : l’ immagine si addice bene al tuo racconto

    • swannmatassa ha detto:

      Mmmmm sì, ho notato che quasi nessuno ama i post lunghi. Del resto, questo non è un normale post, ma un racconto, e come tale è mediamente breve. Sono contento che nonostante tutto tu sia arrivata alla fine e non ti sia dispiaciuto!

  7. mtcava ha detto:

    bellissimo,mi è piaciuto tanto,bravo.

  8. newwhitebear ha detto:

    Direi che è un ottimo racconto piacevole e gradevole da leggere, leggero come una piuma ma intenso come non pochi. Da uno spunto tanto labile e fragile ha costruito una storia coi fiocchi. analisi accurate delle sensazioni dei due protagonisti, Lud e Rob, che vivono un loro mondo reale tanto distante da quello virtuale nel quale viaggiano spediti.
    Veramente in gamba Swann. Complimenti per questo racconto che mi ha preso la mente.

    • swannmatassa ha detto:

      Wow, resto sempre un po’ spiazzato da commenti così articolati e positivi. Incasso e porto a casa, sennò poi mi dicono che faccio il falso modesto. Comunque dici bene: la cosa che mi ha divertito di più è stato prendere il via da un’unica scena, da un’idea piccolissima, e ricamarci sopra tutto il resto. Una cosa che mi ha sempre stuzzicato: dare una stessa idea di base ad un numero di persone, e vedere ciascuno come la sviluppa, e quanto si allontana dagli altri. Tu come l’avresti scritto? Chi sarebbe stato l’anonimo donatore di fiori?

  9. ludmillarte ha detto:

    e no eh, che le mani avanti le ho già messe io nello scorso e non è stato un gran che gradito (e lo capisco).
    ma passando a cose belle se ho ben compreso Gianpaolo proverà con una sua versione. che bellooooo!!! raddoppio! 🙂 allora se ci fosse una reale risposta su chi fosse l’anonimo, non la posso ancora dare. no, no…no.

  10. ventisqueras ha detto:

    quel senso di mistero e di sospensione hanno avuto un seguito anche qui nel racconto, che ambientato in luogo lontano vaga sospettoso e profumato
    i miei complimenti alla cara Lud che l’ha ispirato e all’autore che ha saputo raccoglierne il seme fruttificandolo
    🙂

  11. gelsobianco ha detto:

    hai saputo fare del la di inizio di Lud qualcosa di veramente molto valido.
    i miei complimenti sinceri.
    🙂
    gb

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