Napoli #1: il paradiso abitato da diavoli

Ero in giro a piedi, parlo di parecchi anni fa. Se ben ricordo, ero sceso dalla metropolitana a piazza Cavour e stavo tornando a casa, attraversando piazza Carlo III. Chi conosce Napoli sa di cosa parlo. Non c’era il solito traffico congestionato, probabilmente era un vuoto di potere fra un orario di punta ed un altro. Notai un movimento sull’asfalto e lì lo vidi: un capitone che serpeggiava per strada neanche fosse una vipera fra le rocce, diretto con fare convinto verso l’apertura di una fogna. Come me, lo vide anche un signore anziano, con pochi capelli bianchi sulla testa e una giacca logora indosso. Si fermò lì dov’era, in piena carreggiata, e parve riflettere solo per un attimo. Con prontezza e presenza di spirito invidiabili, si guardò brevemente all’intorno, ficcò la mano nella tasca destra della giacca, ne tirò fuori un sacchetto di plastica bianco, lo scosse brevemente per dispiegarlo e, infilandoci la mano come in un guanto, lo usò per raccogliere da terra il capitone prima che sparisse nell’imboccatura fognaria. Fatto ciò, chiuse il sacchetto annodandolo e riprese la sua strada attraversando la piazza trasversalmente come se tutto fosse andato secondo programma.

Questa è una scena a cui ho assistito di persona, una di quelle in cui ci si può imbattere nella mia città. Non sto dicendo che altrove non possa verificarsi che qualcuno perda per strada un capitone e che un vecchietto di passaggio non possa avere, sempre per caso, un sacchetto di plastica in tasca e decidere di sfruttarlo per portarsi a casa il suddetto capitone, ma, insomma, come dire, si tratta pur sempre di una combinazione di eventi poco probabile, e tale resta anche a Napoli. E tuttavia, seppure questo specifico evento difficilmente potrà replicarsi in tempi prevedibili, tanti altri eventi simili, altrettanto imprevedibili ed improbabili, si saranno frattanto verificati a Napoli, perché questa è una città così, è una città senza senso. Questo è quello che penso, questo è l’unico modo che ho di descriverla, e l’unico modo che ho di spiegarlo e di raccontarlo è “per immagini”, attraverso gli episodi, perché trovo pressoché impossibile razionalizzare e mettere in ordine le caratteristiche di questo posto, per presentarlo ad altri. Ogni volta che provo a raccontare Napoli, fallisco.  A volte fallisco anche con me stesso, perché non riesco neanche a rispondere alla semplice domanda che mi pongo da sempre: se la odio o la amo. Il più delle volte, la risposta è catulliana: odi et amo. Ma bisogna pur sviscerare gli aspetti dell’uno e dell’altro sentimento, essendo la città non già una persona – che può essere amata incondizionatamente – né un semplice luogo – per il quale si può nutrire affetto, o appartenenza – ma uno scenario di vita quotidiano, sul quale pertanto vanno dispiegate, organizzate e modellate le proprie esigenze pratiche e le proprie abitudini.

Abitudini come quella di prendere il pullman. Quando mi iscrissi al primo anno di università, avevo programmato di recarmici così, in pullman, anche se oggi posso dire che sono state molto più numerose le volte in cui ho percorso a piedi i 3 km circa che separavano casa mia dall’università, che non in pullman. All’epoca, però, ritenni di avere bisogno di un abbonamento, tanto più che avevo diritto alla riduzione in qualità di studente universitario. Preparai diligentemente tutta la documentazione, la chiusi in una cartellina con l’elastico e m’incamminai verso la stazione centrale, dov’era ubicato l’ufficio preposto. Ironia della sorte, mi mancavano proprio i soldi per comprare il biglietto per il pullman, visto che avevo con me la cifra esatta per il pagamento dell’abbonamento – che non mi sarebbe stato consegnato prima di una settimana o giù di lì – e un solo biglietto della durata di 90 minuti in tasca. Non sapevo che tipo di fila avrei dovuto affrontare all’ufficio e pertanto non ero sicuro  che i 90 minuti bastassero ad andare, espletare le pratiche e tornare. Pensai, al solito, di andare a piedi, e m’incamminai. Ma sulla strada, come il serpente tentatore con la mela, mi raggiunse, giusto all’altezza di una fermata. proprio il pullman che faceva il tragitto per la stazione. Mi lasciai tentare e salii, ma pensai bene di fare il furbo. “Il biglietto lo marco al ritorno”, mi dissi. E, poiché Murphy ha sempre ragione, salirono i controllori. Fui preso dal panico, non dissi una parola. Quando il controllore mi chiese il biglietto, gli porsi quello che avevo in tasca, non obliterato. Mi guardò con lo sguardo di chi la sa lunga. Potevo mai spiegargli che la mia era stata una debolezza? Mentire dicendo che non l’avevo mai fatto, e che non l’avrei fatto mai più? Provare ad intenerirlo dicendo “guardi, sono così rispettoso che sto appunto andando a fare l’abbonamento, questo è il classico caso su cui chiudere un occhio”? No, non mi veniva proprio. Fui ancora più vigliacco: il pullman arrivò alla fermata e io sgattaiolai giù. Che cosa pensate che accadde? Il controllore si sporse e, brandendo il mio biglietto non marcato, mi disse: “e questo che fai, me lo lasci? Sali, su”. Me lo obliterò e me lo porse, scendendo dall’autobus. Così andai in stazione comodamente seduto nel C55, per espletare le pratiche per l’abbonamento anniale che avrei usato poco o nulla.

In altre città si sarebbe verificato lo stesso? Forse, ma la mia giornata non era finita lì. Giunto alla stazione, attraversando la piazza, incrociai un banchetto di quelli su cui si fa “il gioco delle tre carte”. Commisi l’errore di gettare un’occhiata. Un tipo grasso che stava giocando m’afferrò per il polso e mi disse: “vieni qua, tu, portami fortuna”. Non ricordo se dissi alcunché, di sicuro lo guardai senza capire. Lui aprì un portafogli rigonfio e mi chiese di estrarne una banconota da 50mila lire e di puntarla su una carta a mia scelta. Dissi che non avevo idea e scelse lui la carta, esortandomi a puntare. Pizzicai la banconota come se scottasse e la posai dove mi aveva indicato. L’uomo dietro al banchetto girò la carta e decretò che il signore grasso aveva vinto. “Hai visto che sei fortunato?”, mi disse quello. “Vuoi provare anche tu?”. Risposi che non avevo soldi, pensando alle 200mila lire e oltre che avevo nella cartellina, per pagare l’abbonamento. Quello mi guardò negli occhi un altro po’, sempre tenendomi per il polso, poi decise che non ero un pollo abbastanza grasso da spennare, evidentemente, e mi lasciò dicendo: “vabbuò, jà, vatténn”.

Sempre in stazione, mi è capitato uno di quelli che cercano di venderti telefonini o apparecchiature elettroniche a prezzi stracciati. Io lo so che ti “fanno il pacco” e che, quando lo apri, dentro ci trovi un mattone o una bottiglietta d’acqua. Lui insisteva. Per fargli capire che non c’era trippa per gatti, gli dissi chiaro e tondo, tirando dritto, “io non c’ho una lira”. E quello, da dietro, di rimando: “beato a te, io c’ho pure i debiti!”. Se ci ripenso, mi viene ancora da ridere.

Ecco cos’è Napoli, fra le altre cose. Un luogo in cui un delinquente può solidarizzare con te, e farti fare una risata. Finisce pure che ti faccia simpatia. Il che, però, non toglie il fatto che viva di truffe, alle spalle degli altri. Non uccide nessuno, probabilmente spilla pochi soldi a questo o quel pollo; insomma, è un “pesce piccolo”, e si limita a campare e a far campare la sua famiglia, ma resta un delinquente, e resta uno dei motivi per cui, in questa città, senti di dovere guardarti le spalle.

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6 risposte a Napoli #1: il paradiso abitato da diavoli

  1. franciswolves ha detto:

    D’ora in poi controllerò sempre per strada, nel caso un capitone abbia voglia di sgranchirsi le pinne (anche se vivo a 800 km d’auto da Napoli) 😀

  2. ecoarcobaleno ha detto:

    Grazie per aver condiviso questi racconti agrodolci, credo proprio ci dobbiamo rassegnare la vita è agrodolce così come Napoli ed i napoletani, ricordi…siamo tutti potenziali eroi e assassini 🙂
    E’ “normale” l’amore/odio sono sentimenti intrecciati una linea continua…
    Ti comprendo il tarlo della “furbizia” l’abbiamo nel DNA noi napoletani per cui è una di quelle cose da tenere a bada, da smussare negli anni, ma poi ci si riesce, attimi di debolezze capitano a tutti 
    Anch’io ho un episodio da raccontare, non capitato a me ma un ragazzo diciassettenne che conosco, che per una serie di vicissitudini si è trovato domenica sera senza un euro in tasca alla stazione di Napoli, doveva entrare in stazione per rincasare e c’erano i controllori e lì e difficile sfuggire. Per farla breve gli è capitato un gesto di solidarietà del tutto inaspettato di quelli che neanche se te li raccontano ci credi, ma se poi ci rifletti ti dici che, solo chi ha meno spesso riesce ad essere di una generosità vera, pura perché capisce profondamente il disagio altrui, ci è passato anche lui e forse anche lui ha trovato un’anima buona che l’ha aiutato tempo addietro.
    A questo ragazzo, vedendolo in difficoltà, ha comprato il biglietto un “marocchino” (così si chiamano a Napoli tutti quelli di pelle scura indistintamente di qualunque nazionalità siano).
    Questo gesto piccolo, semplice di solidarietà umana ha per me un significato grande di accoglienza, di empatia e mi fa ben sperare in un’integrazione sempre più permeante.
    Se anche in tv non si parlasse sempre e solo di cose negative, veniamo condizionati alla negatività, al pessimismo cosmico, alla paura, ci vorrebbe un tg dei piccoli gesti eroici e di cuore giornalieri 🙂
    a rileggerti presto

  3. Desy ha detto:

    “e questo che fai, me lo lasci? Sali, su”. Decisamente qualcosa che può accadere solo a Napoli e che ti riempie il cuore.

    • swannmatassa ha detto:

      non so se accade solo a Napoli. So però che quando stavo a Rimini i pullman, se erano “pieni” (notare virgolette), tiravano dritto alle fermate lasciando al palo le persone in attesa, anche se avevano le valigie e stavano evidentemente andando in stazione (una volta ho rischiato io stesso di perdere il treno, per questo)

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