La danza dei motivi

“Una volta ho staccato la coda ad una lucertola”, raccontò M.
“Davvero? Perché l’hai fatto?”, ribatté lui, con fare annoiato. Era il fratello maggiore, non gli piaceva dare troppo peso a quello che diceva la sorella, anche se ormai non erano più bambini.
“Non l’ho fatto apposta”, disse lei. “La stavo inseguendo, volevo acchiapparla per accompagnarla fuori. Avevo paura la prendesse Stregatto”. Nulla da dire. Avevano un grosso micio tigrato. “L’ho presa per la coda, proprio con la punta delle dita, appena prima che s’infilasse sotto la libreria. Non m’aspettavo si staccasse così facilmente!”
“E che t’aspettavi, di doverla tagliare?”
Beh no, non pensavo certo di potere sollevarla per la coda, ma almeno bloccarne la corsa, quello sì. Invece m’è rimasta in mano, la coda dico, e ha cominciato a dibattersi – che schifo! Sembrava un grosso verme verde che si contorceva, l’ho lasciata cadere d’istinto”
“E poi?”
“Poi lei ha fatto capolino da sotto la libreria. Mi ha guardato. Mi è parso rivolesse indietro la sua coda, che intanto si contorceva ancora lì per terra”
“E tu gliel’hai data?”, domandò D con fare distratto, attento a non sembrare troppo interessato al racconto, ma appropriatamente sarcastico.
“Io sì”, rispose. Lui scattò: “In che senso?”
“Nel senso che gliel’ho data. L’ho raccolta da terra e l’ho spinta sotto il mobile, accanto a lei, che si è ritratta. Dopo un po’, è ricomparsa con un compagno più grosso e se la sono portata via. Se l’è rimessa addosso”
“Ma che dici? Non è mica un cappello, o una maglia! Come può essersela rimessa?”
“E io che ne so, so solo che l’hanno presa fra i denti, un’estremità per ciascuno, mentre ancora si muoveva debolmente, e l’hanno fatta sparire. Il giorno dopo, la lucertolina aveva di nuovo la sua coda attaccata al culo”
“Buon Dio, se sei scema! Le sarà ricresciuta, lo sai che succede così”
“Scemo sarai tu. La coda non ricresce in un giorno. E poi quella che aveva il giorno dopo era proprio la stessa”
“Per me tu non stai bene. Come fai a dire che fosse la stessa coda? O la stessa lucertola del tutto, se è per questo! E poi io non ci credo neanche che è venuta con un altro lucertolone a recuperare la coda. Non ha nessun senso”
“Ce l’abbia oppure no, un senso, è successo. Io l’ho visto. Finché cerchi un senso in tutte le cose, tu non vedrai mai niente”

D la guardò, quasi umiliato. Prese allora a fissarla, per dimostrare che avrebbe visto, e c’avrebbe trovato pure un senso. Allora la parete dietro di lei cominciò a muoversi e le ombre si spostarono per non perdere l’equilibrio. Alcune andarono a nascondersi nell’angolo dietro il divano, altre rimasero in bilico al centro del muro, molleggiando come equilibristi a tempo col movimento della parete. Mentre si dondolavano, le ombre assunsero forme riconoscibili. Due lucertole afferrarono un oggetto conico e flessibile, che si muoveva pigramente torcendosi, e lo trasportarono in un anfratto, tipo una fessura nel muro. Poi la più piccola si accasciò a terra, puntando il posteriore verso l’alto, e quella più grossa prese ad armeggiare con il cono semovente, provando a tenerlo fermo e a farlo aderire al fondoschiena della compagna. Lo lasciò cadere in terra, apparentemente scoraggiato, e scomparve momentaneamente alla vista danzando lungo il muro fino alla finestra e dissolvendosi nel sole. In pochi secondi, tornò zampettando sulle posteriori come una lucertola del deserto, tenendo qualcosa fra le zampe anteriori. Si chinò, raccolse la coda e cominciò a torcerla contro il posteriore della lucertola più piccola, come avvitandola, armeggiando frattanto con la zampa anteriore destra, quella che era nascosta alla vista di D dalla grossa coda, ormai quasi ferma. Sembrava la stesse cucendo. Ad un tratto, diede una grossa pacca sul culo della compagna e si batté le zampe una contro l’altra con aria soddisfatta, come per scuoter via la polvere. L’altra si girò circospetta e fletté la coda lentamente, per fare una prova. Vide che funzionava e schizzò via gioiosa, scomparendo anche lei nel sole.

La parete smise di agitarsi, e prese ad agitarsi D.
“Che ti prende?”, gli chiese allora M, lievemente preoccupata.
“L’ho vista”, rispose sudando. “Ho visto tutta la scena, e lui gliel’ha cucita!”
“Ma di che parli?”, fece lei, già perdendo interesse.

E D iniziò a ballare, una strana danza che si arricciava sui muri, sulle note di una musica che risaliva dal pavimento, come se fosse stata suonata dalle pietre sbriciolate per fare mattonelle. Danzò e danzò una danza senza senso, come si confà alle cose che nascono da quelle che un senso ce l’hanno, e che un loro proprio senso l’acquisteranno più avanti, o mai più – non conta poi tanto.

Danzò come danza l’amore: su una musica che lui solo sentiva, per aver visto le ombre sparire nel sole, per aver visto accadere cose impossibili, per aver capito senza pensare. E sua sorella si unì a lui, perché non c’è bisogno di trovare un senso ad una danza per ballarla, ma se lo si fa in due un senso lo acquista da sola, lo stesso.

Ballarono fino al tramonto, e quando smisero loro, iniziarono le ombre.

Ci sono danze che non finiscono più: puoi fermarti tu, ma loro continuano.

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22 risposte a La danza dei motivi

  1. ludmillarte ha detto:

    spesso il senso è anche più di uno e, quello più importante, non ci è concesso. in alcuni casi sarebbe davvero meglio non cercarlo. una storia molto bella 🙂

  2. Dan ha detto:

    Beato te che fai sogni « danzanti » 🙂
    Bel racconto, davvero, pieno di poesia.
    Questa tua vena creativa ci sta dando tante belle sorprese 😉

  3. Dan ha detto:

    Ahahaha non sapevo che il blog fosse a pagamento…Ci penso e ti faccio sapere 😉

  4. ecoarcobaleno ha detto:

    Bel racconto fantasioso che col gesto di rimettere la coda di nuovo al suo posto fa dolcemente illudere che ci sono errori a cui si può porre rimedio e questo è un bel pensiero ottimista 🙂
    Tutto potenzialmente può danzare il vento, le parole, le emozioni…ma queste danze le riusciamo a vedere o meglio a sentire solo se siamo liberi di amare e di vivere senza riserve o come dici tu “Danzò come danza l’amore… per aver capito senza pensare” 🙂 buona danza a tutti

  5. Leonetta ha detto:

    Mamma che belloooooooooooooooooooo:))))))) e stavo ballando anche io:)))) io non cerchero’ significato in cio’ che hai scritto…. so solo che mi e’ piaciuto e mi si e’ stampato un bel sorriso in faccia:)))) che bei sogni che fai:))))

  6. shootanidea ha detto:

    Le lucertole sono ottime sarte, non lo sapevi ? 😉 Bel racconto non pensavo se ne potesse costruire uno sulla coda di una lucertola, ora so che lo si può fare con i tempi più disparati.

    • swannmatassa ha detto:

      Ma i racconti non si costruiscono, si scovano là dove si nascondono, non sei d’accordo? Poi ci sono persone che riescono a vedere le storie più belle e grandiose e chi, come me, deve accontentarsi delle code…
      Sui “tempi più disparati” non ti seguo (?)

      • shootanidea ha detto:

        Dovevo scrivere modi più disparati ed in un lapsus mi sarà uscito tempi. Io penso che un racconto sia come un muro che crei con le tue mani nel tuo cervello, cambiando i pezzi a te non congeniali. Ergi il tuo muro e sei libero di abbatterlo quando vuoi.

        • swannmatassa ha detto:

          Immagine interessante. Io però ho un’idea molto diversa, penso che tutte le storie possibili esistano al di fuori di noi. Quando ne raccontiamo una, non facciamo altro che svelarla agli occhi degli altri. Ecco cos’ è quella che si dice “la sensibilità dell’artista”: la capacità di “sentire” realtà (forme, storie, suoni, colori)

  7. bleachedgirl ha detto:

    Bellissimo.
    Giuro di averla vista anche io questa scena delle due lucertole che si portavano a spasso la coda di una disgraziata, giuro!

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