L’asma del mondo

Esco con il lettore mp3 nelle orecchie. Uso ancora gli auricolari, un tempo si diceva facessero male, ma le cuffie pantagrueliche che si usano adesso mi sembrano improponibili, e poi fanno troppo teenager. C’è un po’ tutta la musica che vuoi, nel mio mp3, 5-6 giga di roba senza un filo logico; così incappo in Society di Eddie Vedder e mi sento nervoso nei confronti delle strade che percorro e delle persone che incrocio lungo il cammino, vorrei ritirarmi in terre desolate ad ascoltare non un suono prodotto dall’uomo; oppure incappo in Save tonight di Eagle Eye Cherry e mi si allarga un sorriso sul viso, ché il sorriso è la reazione più profonda che ‘sto pezzo ti può suscitare, ma in fin dei conti, se c’è un po’ di sole e non fa troppo caldo, va bene così. Comincio a sentirmi bene, non c’è troppo traffico e così l’aria non puzza di gas di scarico tanto da rovinarmi la passeggiata, e benché io sia sceso solo per andare in banca, ormai sono abbastanza imborghesito da non sentirmi troppo depresso per questo. Ho già in animo di allungarmi fino a dove ci sono le bancarelle dei libri, e questo da solo nobiliterebbe l’uscita. Poi c’è un bar, sul percorso, che merita una sosta. Il mio passo si fa un po’ più baldanzoso, e sta passando Over the Love degli Skunk Anansie. No, non è una brutta giornata.

Poi attraverso la strada, al semaforo, ed è lì. Un gattino, non più di 4 o 5 settimane di vita, raggomitolato alla base di un albero, ma in una posa innaturale, il pelo sporco e arruffato. Mi fermo. Non che io possa o voglia fare qualcosa, ma continuare così, semplicemente a camminare, in presenza di una vita interrotta, beh no, ha il sapore del vino che va nell’aceto. Basta questo, basta una sosta, e tutto quello che c’è sotto il velo sottile con cui ricopriamo la nostra realtà quotidiana si strappa, senza un rumore, come un velo che non sia di stoffa o di carta, ma solo di fumo. Ecco, il palcoscenico della nostra commedia si dirada e sotto c’è del dolore. Un sacco di dolore. Dietro di me, al semaforo che ho appena passato, un uomo arabo, di cui mi risulta impossibile ipotizzare l’età, prova a pulire i vetri alle auto in colonna, ma con timidezza, sfoggiando un sorriso marcio di denti radi e marroni. Potrebbe avere i miei anni, chissà, pure con tutte le sue rughe, che magari gliele ha segnate la vita come tatuaggi, per ricordargli che deve soffrire.

Il mio mp3 sta ancora suonando, ma non lo sento più, o forse è la musica stessa ad essere un lamento: ne sento uno che mi attraversa le orecchie e arriva al cervello, cominciando a farmi pulsare le tempie al ritmo con il battito cardiaco, che però sta rallentando. Ho provato ad inspirare profondamente e l’odore della morte mi è risalito su per le narici, ha spento la luce e mi ha fatto smettere di sorridere. Save tonight non mi sembra più un motivetto allegro, mi sembra una cazzata. Adesso sto pensando a quello che accade, nelle pieghe della vita di tutti i giorni, mentre io salgo in sella alla moto e vado a fare un lavoro che, del resto, neanche esiste, mentre metto lo zaino in spalla programmando un allenamento aerobico, stasera, ma tranquillo, eh, che ho ancora un po’ d’infiammazione al ginocchio.

Penso a quelli a cui è andata male, ché non è che va male solo ai gattini che muoiono di fame o di traumi contusivi nelle nostre giungle d’asfalto, o a chi emigra, portandosi un secchio di speranze a cui poi rinunciare per far posto ad acqua e sapone, per lavare i vetri ai semafori. Va male a chiunque incappi nel piccolo errore che Dio sempre mette nell’equazione, forse per farci su due risate. Perché è così che succede: mentre cammini, metti un piede in fallo, e non c’è tribunale a cui fare causa, faresti causa a te stesso, come facciamo quando finiamo col piangerci addosso.

Posso pensare a qualunque forma di sofferenza, a questo punto, ché una vale l’altra – se guardo alla vita come a un respiro, quando s’interrompe o singhiozza non è forse il mondo stesso che affanna? Un solo dolore basta per tutti: ti ricorda che esiste. Del resto, la memoria è dolore.

Il lettore è in tasca, adesso, il filo degli auricolari accuratamente avvolto in spire ordinate. Non so quando l’ho fatto, se mentre fissavo il gattino, o l’arabo, o la barbona che arranca sul marciapiede opposto, trascinando il suo vecchio carrello su una ruota sola. Scatta il verde per le auto, l’aria si riempie di gas di scarico. Oh sì, adesso so che sono a casa.

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10 risposte a L’asma del mondo

  1. scatenolamente ha detto:

    bellissimo post ..

    * adoro Eddie Wedder e l’album che ha composto per il film “In to the wild” è straordinario .. Society è una delle mie preferite ..

  2. Cam ha detto:

    Ascoltavo anch’io musica per strada, poi ho smesso da quando un giorno un senzatetto mi pedinò per non so quanti minuti chiedendomi instancabilmente qualcosa da mangiare. Solo dopo mi resi conto che la persona che seguiva ero io, e provai un certo imbarazzo nello scuotere la testa, perché non avevo niente con me, a parte il lettore mp3.
    Ora lo trovo quasi un delitto. È un po’ come mettere la testa nella sabbia mentre tutto intorno il mondo crolla. Come hai scritto Un solo dolore basta per tutti: ti ricorda che esiste. Ascoltando la strada si imparano molte più cose, e capisci che quell’asma esterno è anche un po’ tuo.

  3. Un post che, da solo, ha il valore di un racconto per completezza e profondità.

  4. Topper ha detto:

    Eddie Vedder, anche da solo e solo chiaccherando, potrebbe fare da colonna sonora a qualsiasi contesto. Questo però non è un contesto qualsiasi, è un bellissimo racconto.

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