Letto #1: contraddizione inconoscibilità, bellezza e morte in EMMAUS (di A. Baricco)

Ho letto Emmaus. Non è il più recente fra i lavori di Baricco, ma segna un cambiamento rispetto ai precedenti, è diverso dagli altri suoi romanzi. Non ha l’andatura saltellante di Questa storia, né la surrealtà sognante di Castelli di rabbia, Oceano Mare e City. È solo una storia, un po’ come Seta, ma è una storia più vera, concreta. È una storia che racconta di fatti mai accaduti, e li racconta con intensità. È una storia che racconta di eventi che non accadono, e non perché sono inventati, ma perché nulla cambia davvero. Lo si percepisce già dal tono della narrazione, sempre lo stesso, dal primo all’ultimo rigo, forse condizionato dal fatto che la narrazione inizia quando il narratore è già compromesso. Compromesso da ciò che non è successo; non è mai successo niente – dice Il Santo alla fine del libro. È questo che ci racconta Baricco, la compromissione e la fine di vite, la contraddizione e il dolore che invadono le esistenze senza che accada nulla, senza che ci sia una ragione, o quantomeno senza che una ragione sia conoscibile. Ci dice che “non abbiamo nessuna possibilità di capire nulla, di niente, in nessun momento” e che tutto è immobile mentre tutto scorre. Emmaus è un ossimoro. Sono le contraddizioni che lo pervadono, sono loro le ossessioni di Baricco. Come l’infelicità delle vite dei ricchi, come la peccaminosità degli uomini di fede, come il sesso del travestito Sylvie, come il martirio della Passione, che il resto del mondo confonde col desiderio, come la verginità di Maria. Emmaus è l’inno alla nascosta unità degli estremi. Questo siamo: una natura molteplice che cerca una via maestra quando già si trova a percorrere una ragnatela di sentieri. Siamo predicatori della vita eterna che escono a comprare la lacca per i capelli, per poter tracciare una riga netta sopra l’orecchio e fissare un riporto impeccabile. Siamo realtà sospese fra la ricerca della spiritualità, la convinzione di essere speciali, di essere edificatori di un Regno, e la naturalità dei corpi, l’essenza biologica delle nostre vite e l’ineluttabilità della fine. È il dolore straziante di chi intuisce tutto questo, di chi sa senza sapere, di chi percorre la vita con la superficialità di colui che cerca la retta via, ma sente di essere in bilico su un filo, che è solo uno dei tanti che compongono la ragnatela di sentieri della nostra esistenza. Basta mettere un piede in fallo, e si cade di sotto, con gli occhi ancora fissi alle forme familiari ed esatte della nostra cucina, in cui si sono consumati i nostri giorni. E non c’è una ragione. Non c’è modo di ripercorrere gli eventi, di fare il cammino del contadino e capire perché. L’inconoscibilità è l’altra realtà della nostra vita. Emmaus percorre un breve tratto di sentiero di vite come un viandante distratto. Baricco ci mostra dei volti, e dei fatti, come avvolti nel fumo, come un pittore dal tocco leggero, o un narratore svogliato. Ma solo perché non c’è altro da dire. Non c’è niente di più da sapere. Quello che c’è da capire è solo che non ci è dato sapere.

Del resto, il bello non può essere spiegato. La bellezza è nel vero, e ben di rado la verità ha uno scopo. Bobby lo sa, ed è il primo a perdersi, a smarrirsi nella ragnatela dei sentieri. La bellezza è un altro degli ossimori del libro. Dapprima negata, ritenuta necessaria solo in dosi minime, ma in realtà filo conduttore di tutto il romanzo. Come la bellezza di Andre, che è la chiave che dischiude tutti i sentieri, e dà il via allo smarrimento – perdizione direbbero altri.

La bellezza, dal canto suo, la cerca nelle parole, Baricco. La sua narrazione, come sempre, è un monumento alla parola, è musica, è ricerca di armonia. E tuttavia è meno efficace che altrove. È come un quadro a due dimensioni, è come una stanza in cui mancano gli odori. Possiamo vedere un semaforo lampeggiare inutilmente nel sole, ma non possiamo sentire la puzza del piscio delle “larve”, possiamo vedere Luca con la schiena appoggiata alla ringhiera del suo balcone, ma non possiamo sentire gli odori della sua cucina. Sono lontani  i tempi in cui riuscivamo a sentire le note dell’orchestra umana, o a dire con Novecento “e in culo anche il jazz”.

I personaggi di emmaus non sono veri. Non solo perché non sorseggiano il loro caffè e parlano senza aprire le virgolette, ma anche perché sono entità di vita solo pensata, sono il parto di un’esistenza di riflessioni sulla natura umana e sul suo valore che non può appartenere che ad uno scrittore, o a un personaggio di carta. Neanche Gould era vero, ma nella sua surrealtà reinterpretavamo la vita attraverso forme di sogno.

Oggi c’è solo dolore. Laddove contraddizione e inconoscibilità sono i temi che dominano, nulla può la bellezza. In emmaus domina la morte.

È un libro molto intenso, da leggere tutto in una volta. A leggerlo così, non si riesce a concepire che possa essere stato scritto in altro modo che tutto d’un fiato, come il lettore lo legge. È intenso e doloroso. Ti pianta uno spillo nel cuore. Ma non è lo stesso che dire che è bello. Dovrai deciderlo tu, caro lettore.

E c’è dell’altro. In emmaus c’è un cellulare che squilla. In city c’era una roulotte. Baricco ci aveva promesso che un giorno o l’altro in un suo romanzo sarebbe comparso anche un computer. Dovremo aspettare ancora. Perché in emmaus ci sono semafori, auto sportive e cellulari, ma la storia è una storia senza tempo, o fuori dal tempo. Luca, Bobby e Il Santo sarebbero potuti nascere in qualsiasi anno dell’era cristiana, sono solo figli della contraddizione e dello strazio spirituale dell’uomo dotato di anima. È solo una storia da riportare a casa, come la lupa di Cormac Mc Carthy. Una storia di cui non conosci né fine né inizio, come un animale selvaggio che accompagni in un viaggio, e che ha una vita selvatica prima e dopo di te, lontano da te.

Stavolta non c’è un mondo magico in cui rifugiarti, non una spiaggia lambita da un oceano mare o un campo da calcio di periferia in cui inseguire un’azione perduta, perfetta, come in city. C’è solo una realtà triste che ti viene mostrata. Non sarà facile guardarla. Non sarà divertente. Ma nel complesso può valerne la pena.

Stavolta, in Baricco, tutto è nell’intensità, invece che nel sogno.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in letto-visto-ascoltato e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...