[The Others] Dio è morto: da Bach a Mertens

Eccoci qua, finalmente qualcuno ha voluto farmi l’onore di dare un senso allo spazio “the others”. Cosa pensate di portarvi, da leggere, sotto l’ombrellone, Ken Follet o Marcel Proust? Cosa mettete nell’iPod, Bach o Wim Mertens (o Max Pezzali, Marco Mengoni, Bruno Mars)? Qualche riflessione in merito…

C’è una forma musicale basata sull’idea della variazione continua su uno stesso tema ricorrente. Questa forma si chiama “passacaglia” ed è stata praticata fin dal Rinascimento. Un esempio straordinario di questa forma è la passacaglia in do minore di Bach per organo.

È da capogiro la quantità e la qualità di variazioni che vengono realizzate su un piccolo frammento di poche battute. Ogni variazione ha un sua specificità; di volta in volta entrano in gioco nuovi elementi (ritmo, frammenti melodici, armonie, polifonia) su cui vengono costruite le variazioni, ma sempre mantenendo immutati gli elementi essenziali della semplicissima melodia iniziale. Senza entrare troppo nei dettagli tecnici, penso sia evidente la capacità spaventosa di variare all’infinito con una freschezza, una maestria tecnica e un senso delle proporzioni purtroppo inarrivabili per qualsiasi comune mortale. Per me Bach resta la dimostrazione che Dio si è fatto uomo almeno una volta nella storia.

Possiamo trovare facilmente dei brani contemporanei che si basano sullo stesso principio. A titolo di esempio, può essere presa in considerazione Struggle for pleasure, un brano divenuto così popolare da essere utilizzato come colonna sonora di pubblicità, film e trasmissioni radiofoniche in tutta Europa. L’impostazione di base è più o meno la stessa: c’è un tema (cioè una melodia) iniziale, che poi viene variato. Lo stile è quello della musica minimalista o ripetitiva. Ma le variazioni hanno più un carattere di improvvisazione sul tema che di una vera “esplorazione” di tutti gli elementi del tema. D’altra parte la musica minimalista per sua vocazione propone schemi compositivi estremamente elementari, “ingenui”, ricorrendo spesso alla ripetizione di una stessa formula più volte (come si può notare  anche nel brano in discussione) e a delle variazioni che somigliano più a delle improvvisazioni. In pratica ci si limita ad aggiungere degli elementi di “colore” al tema piuttosto che a svilupparne tutti gli aspetti. Riascoltando la passacaglia di Bach (ma ci sono tantissimi altri esempi), si nota per esempio che ci sono alcune variazioni in cui il tema iniziale viene ridotto allo ”scheletro”; c’è una metamorfosi continua, una volontà di esplorazione che si spinge talmente lontano da rendere a volte il tema quasi (e solo apparentemente) irriconoscibile. In pratica tutti gli aspetti, tutte le possibilità e tutte le caratteristiche del tema vengono “rivelate” attraverso le variazioni. Nella musica minimalista, invece, ci si limita spesso a poche e semplici varianti, sempre riconoscibilissime, e poco diversificate.

In definitiva si è capito che non sono un fan della musica minimalista. A mio parere, corrompe l’orecchio (soprattutto di chi non è un “addetto ai lavori”), abituando ad un ascolto destrutturato, superficiale e privo di eleganza; insomma è perfettamente in linea con la pseudo-cultura “lobotomizzante” e diseducativa che va tanto di moda e che porta il grande pubblico a prediligere Stefano Benni a Leopardi o Ken Follet a Proust.

Dan

Buon ascolto a tutti!

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4 risposte a [The Others] Dio è morto: da Bach a Mertens

  1. swannmatassa ha detto:

    Bene, grazie a Dan per il contributo, innanzitutto.
    Io non sono un esperto né un cultore di musica, men che meno di “musica classica”. Perciò quello che posso esprimere è proprio il parere di chi è abituato ad un ascolto “destrutturato” (privo di eleganza?). Mi sono trovato spesso di fronte a questo tipo di riflessione: nel tempo, l’arte tende alla semplificazione. Lo stile degli scrittori attuali, ad esempio, è più “piano” di quello di un secolo fa, i periodi tendono ad essere più brevi, le frasi più incisive, l’uso degli aggettivi è più parco. La pittura non rappresenta più scene complesse, ricche di particolari, e spesso non “ritrae” più, ma rappresenta (quel tipo di pittura è probabilmente stato rimpiazzato dalla fotografia). E così via. La musica minimalista mi sembra si inserisca bene in questo contesto: semplicità e ripetizione, punta a smuovere qualcosa dentro l’ascoltatore, a suscitare una piccola emozione, e a reiterarla finché può, con poca ambizione ma discreta efficacia. Io non so se questa tendenza sia dovuta ad un fatto esclusivamente socio-culturale, o abbia delle spiegazioni più profonde, ma devo dire che l’idea di dover “educare” l’orecchio per poter ascoltare un tipo di musica, così come apprezzare un tipo di pittura, mi sembra contrario al principio dell’istintività del riconoscimento del bello. La necessità di sovrastrutture, in un certo senso, fa da contrappeso all’assenza totale di riflessione e di elaborazione che vediamo in altri tipi di musica, che mi sembra persino arduo riuscire a considerare tale, secondo la sua definizione originale (penso alla musica da discoteca, alla house). Creste e ventri del movimento ondulatorio della storia (?)

  2. Dan ha detto:

    Grazie Swann per il commento innanzitutto 🙂
    Voglio solo commentare due delle tue osservazioni.
    In primo luogo certo la musica minimalista é funzionale al contesto in cui é nata e vive, quindi ne fa parte a pieno titolo; su questo c’é poco da discutere; d’altra parte non miravo a “delegittimarne” l’esistenza. Ho espresso una mia opinione in merito che non va assolutamente presa per una verità assoluta.
    Punto due: non sono d’accordo quando dici che “l’idea di dover “educare” l’orecchio per poter ascoltare un tipo di musica, così come apprezzare un tipo di pittura, mi sembra contrario al principio dell’istintività del riconoscimento del bello”.
    Io parto dall’idea che l’educazione può e deve rafforzare il “principio dell’istintività del riconoscimento del bello”; nutrendolo di consapevolezza e della capacità di “approcciare” il bello da una moltitudine di angolature; in altre parole l’educazione dovrebbe renderci capaci di arricchire la nostra “fruizione” del bello e non impoverirla.
    Un biologo, uno a caso 😉 , potrebbe dirti che la conoscenza del meccanismo di determinati processi naturali non ti impedisce di ammirare “istintivamente” e di meravigliarti di fronte all’ingegnosità e al fascino della natura; anzi il fatto di capire nutre ulteriormente il tuo entusiasmo, immagino.

    In altre parole la passacaglia di Bach continuo a trovarla “istintivamente” meravigliosa; l’ascolto “strutturato” ed educato ti permette di riconoscerne ed apprezzarne una grandissima moltitudine di elementi. È un po’ come un circuito che si autoalimenta nei due sensi: l’orecchio ascolta, la testa riconosce e decodifica (ce l’abbiamo per questo), il cuore é libero di sobbalzare e di commuoversi, and the other way round… 😉

  3. swannmatassa ha detto:

    Messa così, sono pienamente d’accordo. Citando: “l’educazione può e deve rafforzare il principio dell’istintività del riconoscimento del bello”. Il problema, semmai, nasce nel momento in cui per apprezzare qualcosa dobbiamo prima esservi educati; se la passacaglia di Bach non ti piacesse d’istinto, ma dovessi prima studiarla per potere apprezzarla. Da questo punto di vista, mi incuriosirebbe molto un esperimento: mettere bambini che non hanno mai ascoltato musica di fronte alla passacaglia di Bach e a Struggle for Pleasure, e studiarne le reazioni. Beh, lo so, è un ragionamento da biologo…

  4. Pingback: [The Others]/2 Gusto e disgusto (alla ricerca del capolavoro assoluto) | Il Bandolo del Matassa

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