La comunicazione

Gli amici del social blog discutibili.com, bontà loro, mi hanno invitato a postare come ospite un articolo sul loro sito. Ho scritto questo, sulla polemica nata sul caso Stamina e su quello che rappresenta per me, che sono biologo ma che mi trovo spesso in disaccordo con la “comunità scientifica”. E che cazzo me ne frega? – direte. Non so, rispondetevi pure “niente”, ma la verità è che questa cosa ci riguarda tutti. Parlo della comunicazione. Parlo del fatto che adesso, nella rete, tutti abbiamo potenzialmente una voce, e tutti possono conoscere tutti. Leggo più cose su internet che sui libri, ultimamente. E un’immagine mi si è formata nella mente, a rappresentare questa realtà. È un omino di latta al contrario. Ve lo ricordate? Nel mago di Oz, l’uomo di latta era un essere di una gentilezza d’animo ideale, che però si sentiva menomato perché non aveva un cuore. Gli bastò un cuore di stoffa, un simulacro sufficiente a dargli quel pizzico di fiducia in se stesso che gli faceva difetto, per completarlo, pur non aggiungendo niente al suo modo di essere. La comunità virtuale che vedo in rete, invece, è composta in larga parte da uomini di latta al contrario: grandi cuori di stoffa e, qualche volta, persino di carne, ma molto poca nobiltà d’animo di fatto. Più apparenza e meno sostanza, insomma. Non fatico a credere che qualcuno di passaggio possa applicare questa stessa definizione a questo blog, e in certi casi potrei perfino convenire con lui. Proprio per questo mi chiedo con insistenza: cosa ci spinge a comunicare in modo così compulsivo? Cosa ci spinge a voler dire continuamente la nostra, a voler esprimere un’opinione sempre e comunque? Perché quando posiamo il cellulare apriamo facebook, retweettiamo una frase, scriviamo un post sul blog e commentiamo un articolo, spesso su argomenti di cui non conosciamo una cippa? L’esistenza di uno spazio per i commenti sotto a qualunque contributo – articolo o brano musicale che sia – non vuol dire che quello spazio debba essere per forza riempito, eppure sembra che farlo sia una tentazione irresistibile. Ne risulta che, grazie alla rete, si vengono a sapere cose che non si sarebbero mai conosciute, si leggono parole e accolgono visioni di cui non si avrebbe mai avuto idea, si scopre un’umanità inattesa al di fuori della propria cerchia di conoscenze, ma si trova anche l’insulto gratuito, la stolidità ostentata, l’arroganza in mostra. In fatto di numeri, queste ultime categorie sopravanzano le prime di gran lunga. A questo proposito, Bortocal, uno dei discutibili, scrive: Noi scriviamo dei blog e cerchiamo di renderci responsabili di quel che scriviamo e di scrivere cose che abbiano una sostanza critica, ma non serve a nulla, perché siamo delle élites che da tempo sono state private di ogni ruolo che hanno avuto le élites nel passato, e il grosso corpo di internet è invece Facebook o altri fenomeni simili assolutamente incontrollabili ed espressione di un irrazionalismo di massa di cui anche la cultura New Age appare solo un timido preannuncio. Rimedi? Assolutamente nessuno.

Ma quello che mi sembra ancora più preoccupante è l’omologazione dell’informazione professionistica a quella non professionistica. Il trasferimento poteva avvenire dalla seconda alla prima, e invece è stato il contrario. Mi riferisco al fatto che alcune testate giornalistiche non sembrano diverse da un blog: gli autori, che presumibilmente sono giornalisti professionisti, scrivono sul giornale nello stesso modo in cui io posso scrivere sul mio blog, perseguendo visioni personalistiche, utilizzando toni battaglieri, ingaggiando scontri personali con altre testate o soggetti pubblici. Ne ho fatto un esempio in riferimento al caso Stamina, parlando del braccio di ferro ingaggiato da Tempi.it con Le Iene. Ma uno vale per tutti: l’articolo (sic!) di Camillo Langone su Il Foglio in occasione del rogo a Città della Scienza a Napoli. Titolo: “Dovevano bruciarla prima”. Un ignorante che non sa di cosa parla – come ha avuto modo di dire su di lui Odifreddi – orgoglioso autore del libro “Manifesto della destra divina. Difendi, conserva, prega!”, un demente del tipo più moderno: quelli che si spacciano pure per intellettuali. Eppure quest’uomo è un professionista dell’informazione.

Di fronte a questa constatazione, mi viene da pensare che questa voce che abbiamo, questi spazi che ci ritagliamo in rete, vanno riempiti con il meglio che possiamo dare. Bisogna fare almeno un tentativo di essere il contraltare di queste realtà, provare a controbilanciare un po’ lo squilibrio della libertà di espressione, che non dovrebbe significare poter smerciare falsità senza colpo ferire.

Non sono necessarie delle regole. Le regole non hanno mai migliorato le cose, semmai le hanno messe in ordine all’inizio, per ingarbugliarle più avanti. Tutte le cose che funzionano lo fanno in assenza di regole predeterminate, quando il sistema si assetta su un suo naturale equilibrio. Per equilibrare l’informazione dovremmo far passare il flusso di voci che ci arrivano dalla rete attraverso l’imbuto delle nostre capacità critiche. Aiuterebbe una coscienza etica, aiuterebbe una pausa di riflessione, prima di dire la propria, e schiacciare “pubblica” sotto il nostro box dei commenti mentale.

Per questo motivo, io spero che tutti i discutibili di questo mondo continuino a fare quello che fanno, e che continuino ad essere e sentirsi discutibili. Spero che tutte le voci che hanno davvero qualcosa da dire si alzino sopra il rumore di fondo e siano come l’uomo di latta: non solo involucro, ma anche contenuto, senza bisogno di rivolgersi a Oz per rimediare significati di stoffa. Spero che nessuno di noi si rassegni, che possiamo essere implacabili, che possiamo essere indomabili.

“E il mio signore non sa
una sola volta non basterà
che l’avvoltoio divori il mio corpo
per far tacere per sempre il mio cuore”

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