Impressioni di viaggio #1 (Russia)

La prima impressione di Russia l’ho avuta sul volo da Monaco per San Pietroburgo. Sulla mia stessa fila, ma dall’altra parte del corridoio, una donna russa di mezza età si è fatta consegnare tutti i giornali che la hostess le offriva – almeno tre diversi quotidiani – che ha aggiunto alla collezione di riviste che già aveva con sé. Era vestita in modo peculiare: pantalone nero, maglia bianca e giacca verde acido. Le scarpe erano verdi a loro volta, in tinta, anche se di una tonalità un po’ più chiara (una grave mancanza, secondo le vaghe nozioni di fashion che sono riuscito ad apprendere dalle occasionali lezioni impartitemi dalle donne della mia vita – fidanzata, madre e sorella). Gli occhiali anche: verdi, di celluloide. Capello biondo artificiosamente gonfiato e sguardo di ghiaccio blu, tipicamente russo. Ebbene, al di fuori di un pasto consumato piuttosto voracemente e accompagnato con gusto da una coppa di vino, la signora è riuscita a riempiere per intero le 2 ore e 40 minuti del volo con un accurato studio di giornali e riviste. Ha iniziato da queste ultime – riviste di moda – segnando le pagine di suo interesse non già con un’orecchietta all’angolo (che è di per sé vagamente fastidiosa, ma ancora accettabile per una rivista) bensì rompendo la pagina in questione fra pollice e indice al centro di uno dei tre margini liberi, con deplorevole rumore di carta strappata. Mentre osservavo questa pratica inquietante con crescente disagio, d’improvviso, lei ha strappato un’intera pagina con decisione e se l’è infilata nella borsa posata accanto a sé, sul posto vuoto. Ha continuato così, alternando piccoli strappi sui bordi delle pagine alla rimozione completa delle stesse, talvolta piegandole e archiviandole in borsa, talaltre conservandole nel vano delle riviste davanti a sé. Quando ha finito le riviste, è passata ai quotidiani. La pratica dello strappo è continuata, ma a quel punto l’accumulo era consistente, per cui ha cominciato ad archiviare le pagine staccate sfruttando anche il vano con la retina a metà dello schienale e invadendo gli spazi disponibili davanti al sedile accanto al suo. Non ho potuto fare a meno di chiedermi, per tutta la durata del viaggio, quale fosse lo scopo di tanto accurata indagine e archiviazione. Mi sono figurato dipendenti di un’agenzia di moda chini su cartelline piene di quelle pagine strappate, a prendere spunto, che so, per nuovi disegni. Mentre mi baloccavo con questi pensieri e la russa andava avanti a strappare e separare facendo andare incessantemente avanti e indietro la lingua, come per una sorta di tic innescato da concentrazione estrema, l’equipaggio ha annunciato l’atterraggio. La russa col verde ha finito di sorseggiare il suo vino e ha continuato anche in fase di discesa a spulciare i suoi giornali. Quando abbiamo toccato terra, ha scavato nella borsa alla ricerca del biglietto, l’ha strappato in quattro parti e ne ha infilate due tra le pagine di giornale nel vano del sedile avanti al suo e altre due in quello del sedile accanto. Lì mi si è fatta chiara l’idea che non avrebbe portato con sé alcuna di quelle pagine strappate. Quando il segnale di cinture allacciate si è spento, si è alzata infilandosi le scarpe verdi, dalle quali aveva liberato i piedi poco dopo il decollo, e ha semplicemente preso la sua strada, continuando a far andare la lingua. Il motivo di tutto questo resterà probabilmente per sempre uno dei grandi misteri della mia vita, subito dietro la strage di Ustica e l’esistenza di Dio. Sono quelle cose che mi ricordano che siamo un po’ come uno schizzo di guano su un vetro. Cadiamo da chissà dove, non si sa minimamente perché, e facciamo vagamente schifo – anche se sappiamo avere un nostro fascino perverso.

La seconda impressione di Russia me l’ha data l’autista del pullmino/shuttle che doveva portarmi dall’aeroporto Pulkovo all’albergo designato. Il bagagliaio del pullmino era stracarico e io ho compiuto il viaggio con il trolley sulle gambe e lo zaino sotto i piedi, schiacciato contro un altro passeggero, un professore di Manchester. All’autista mancavano tre dita della mano destra, cosa che naturalmente non gli impediva di usare il cambio, e ha fatto il giro degli alberghi in cui erano sistemati gli iscritti al congresso con uno stile di guida a me ben noto, dato che sono di Napoli. Bontà sua, ha lasciato il mio per ultimo, forse non avendo neanche capito di dovere includerlo nel giro. Quando sono rimasto da solo nella navetta, ho pronunciato una sola parola: Azymut. Nessuna velleità filosofica: era il nome del mio albergo. Mi ha risposto con un fiume di parole in russo. Di fronte al mio sguardo a dir poco perplesso, ha fatto un gesto di stizza e ha ripetuto: “Azymut?”. Ho detto “yes” e mi ci ha portato, a oltre un’ora e mezza dalla partenza dall’aeroporto.

Non intendo continuare un elenco di impressioni, né scrivere un diario. Voglio solo riportare uno scorcio di mondo, come si fa quando si descrive una cosa qualunque. Col tempo, sto perdendo sempre più interesse e fiducia nella ricerca organica del cosiddetto “quadro complessivo” e trovando sempre più soddisfazione nella mera aggiunta di tasselli al puzzle, convinto come sono che se li si mette giù con cautela e con intelligenza, un giorno basterà uno sguardo per capirne la composizione. Bene, San Pietroburgo è un altro piccolo grande tassello. Coi suoi abitanti che non parlano inglese, con i suoi caratteri cirillici, qualcuno decifrabile dal greco, qualcun altro ancora adesso a me rimasto incomprensibile, con le sue donne sempre in abiti succinti e i suoi uomini troppo spesso trasudanti alcol, con la sua metropolitana fittissima ed efficientissima, con le sue bellezze architettoniche, con le visioni mozzafiato dei suoi palazzi illuminati raccolte dai canali nelle poche ore di buio, con il numero incalcolabile di tessere di mosaico usate per decorare la chiesa del sangue versato, con il luccichio dorato della fortezza di Pietro e Paolo, con l’imponente bellezza dell’Ermitage. Ecco, l’ho fatto di nuovo, ho messo giù un elenco di cose separate da virgole, come una galleria fotografica, e ho detto tutto senza dire niente. Che ci posso fare? Sono più per la sintesi che per l’analisi. Mi piacciono più le sensazioni che le descrizioni. Sono gli episodi quelli che te le danno, parlano più della lonely planet.

E allora eccomi arrivato in albergo. Chiedo alla reception come arrivare al congresso, la tipa non parla bene inglese, mi chiama una collega. Questa raccoglie le informazioni che le posso fornire e sparisce in un gabbiotto. Rispunta con un foglio stampato da google maps, con il percorso da seguire per raggiungere il LenExpo… ma è scritto in cirillico! Gentilissima e disponibilissima, comunque, mi spiega a voce il percorso, e mi scrive a penna tutte le linee di autobus che mi possono portare a destinazione. Apprenderò poi che le indicazioni non erano inesatte, ma che il percorso che mi aveva consigliato non era né il più breve, né il più conveniente, né il più economico.

Superata questa fase critica, eccomi al congresso. I volontari, in maglia gialla come Armstrong per essere più visibili, non parlano inglese, o meglio non lo fa una buona metà di loro. Alcuni stand sono in cirillico, come dire che Applichem in Russia non vuole conquistarsi nessun cliente nel resto d’Europa, perché nessun italiano, inglese o spagnolo (tanto per dire) s’avvicinerà al suo stand. Volete che continui? No, a nessuno interessa un resoconto di viaggio. Ma le impressioni contano, quelle sì. Come quella fornita dalla bigliettaia della metro, che non s’accorge delle monete nella vaschetta e sbraita in russo indicando una cifra sulla calcolatrice per farmi capire che non le ho dato abbastanza soldi. Ma anche come quella fornita dalla guida all’Ermitage, che quasi si fa venire un colpo apoplettico per far girare il museo al solito gruppetto di italiani casinari che hanno fatto ritardo sull’orario previsto per la visita guidata e che per di più hanno un imbucato senza biglietto (io). Lei, la nostra eroina senza nome, dall’inglese fluido e dolcemente accentato, piccola e rugosa ma arzilla come il pupazzetto della pubblicità Duracell, ci fa attraversare l’Ermitage in un’ora e mezza, e poi si commuove alla richiesta di una foto di gruppo (ah, gli italiani all’estero).

Impressioni. Come quelle date dalle sgommate e dalle derapate dei giovani russi nelle vie del centro, dalle impennate in frenata sulla ruota anteriore dei motociclisti ai semafori, dagli short indossati dalla giovani russe, che stanno ai pantaloncini come i tanga ai mutandoni della nonna. Le impressioni di Russia sono un misto di disagio sociale, di freddezza e di aggressività, di storia messa da parte, di grandiosità, di efficienza e disorganizzazione (sono in contraddizione? Sì, San Pietroburgo stessa sembra esserlo).

Le impressioni di Russia sono un casino. Sono indeciso se stamparmi nel ricordo il tramonto all’una di notte sui canali, con i ponti che si alzano e i turisti assiepati sulle rive o sui battelli a guardarli, o la faccia da poker delle donne in metro mentre il maniaco di turno mette loro le mani addosso. Tentenno fra lo spettacolo mozzafiato dei pavimenti di parquet intagliato in sedici legni diversi del palazzo d’inverno, e la faccia dura dell’addetto ai raggi X in aeroporto, che ti urla contro perché non hai coricato sul lato il bagaglio quando l’hai posato sul nastro.

Le impressioni di Russia sono troppo confuse per esprimere un giudizio, mentre tornare a viaggiare dopo un po’ risveglia antiche sensazioni sugli italiani all’estero, quelle sì.

Ma questa è un’altra storia. Di questo, magari, parlerò un’altra volta.

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2 risposte a Impressioni di viaggio #1 (Russia)

  1. leo ha detto:

    Io ti adoro quando scrivi lo sai???? Hai una naturale spocchia a volte che puo’ dare un tantino fastidio, ma come la foglia mossa dal vento sul collo mentre si ammira un un bellissimo tramonto:)…. giuro!… mi sembrava di stare li’ con te:) e
    saro’ la tua piu’ grande fan quando ti deciderai a scriver libri:)))))))

    • swannmatassa ha detto:

      🙂 proverò a limare la spocchia, ma non so se è eliminabile del tutto … Per il resto ti ringrazio sempre, i complimenti fanno piacere, anche se entrare a far parte della grande comunità blogger mi ha insegnato (semmai ce ne fosse stato il dubbio) che – professionisti della scrittura a parte, ovviamente – c’è tanta ma tanta gente che scrive come e meglio di me. Dovessi mai decidere di scrivere un libro (tanto ormai si può auto-produrre qualunque cosa, basta avere un po’ di faccia tosta), tu mi curi le illustrazioni?

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