Quand’ero piccolo, m’innamoravo di tutto (correvo dietro ai cani)

Non ricordo dove l’ho letto, non ricordo chi l’ha scritto, ma qualcuno ha sostenuto che il periodo di apertura di Moby Dick sia uno degli incipit più belli della storia della letteratura. Non so che pensare, è così scarno che potrebbe anche essere vero. “Chiamatemi Ismaele”. Ecco. Due sole parole, ed è tutto lì: chi è la voce narrante, chi deve essere per il lettore e cosa deve rappresentare.

Io però ho un’altra frase che mi frulla nella testa sin da quando l’ho sentita per la prima volta. “Quand’ero piccolo, m’innamoravo di tutto”. Avrei voluto scriverla io, quella frase, sarei stato il poeta che è stato de Andrè. L’avrei usata come incipit per un romanzo – un romanzo di formazione, probabilmente – e sarebbe stato, per distacco, il più bell’incipit della storia della letteratura.

In quella frase c’è il mondo, ci sono le storie di oggi, e di ogni tempo. In quella frase c’è l’essenza dell’amore e di quello che vorremmo che rappresentasse per noi, ma che non rappresenta, non più, e c’è una definizione di libertà, perfezionata nel verso successivo (“correvo dietro ai cani”).

Io oggi ripenso a quella frase, che risuona nelle stanze della mia testa sulle note della sua canzone, e rivivo il romanzo di formazione di cui rappresenta inizio e fine, la storia che racchiude.

È, o dovrebbe essere, la storia di ogni forma di vita senziente. Si comincia con lo stupore, ecco, questo è l’inizio di ogni cosa: lo stupore verso ciò che non si conosce, verso ciò che si impara. E tutte queste cose, in quanto stupefacenti, sono bellissime, e quindi da amare. È così che ci innamoriamo di tutto: siamo guidati dallo stupore alla bellezza del mondo, ne riconosciamo il fascino della complessità al primo sguardo, anche senza capirlo – perché non è importante capire, per amare – e ci leghiamo ad esso con un filo sentimentale come se ogni cosa fosse viva. Non so bene cosa accade, poi, quando l’abitudine cancella lo stupore e smettiamo di amare. Le cose che ci hanno affascinato sono sempre lì, le stesse, sono sempre quelle che abbiamo guardato e dalle quali siamo stati rapiti, sono quelle che non abbiamo saputo decifrare, e che proprio per quello abbiamo continuato a fissare – ipnotizzati dalla precisione del loro non avere senso ma funzionare a perfezione ugualmente. Ad un certo punto, vogliamo capire. Non siamo più capaci di farci guidare da una forma o da un flusso se non sappiamo come e perché funziona, cosa c’è dietro, soprattutto a che serve. Ci fa difetto lo stupore. Sono portato a credere che sia questo ciò che sta alla base della nostra felicità, della bellezza, dell’amore. Stupirsi vuol dire conservare la capacità di guardare un po’ più con gli occhi che con la mente, archiviare concetti pregressi per lasciare che le forme ne disegnino di nuovi. Mi resterà una scintilla di giovinezza, io credo, personalmente, un’ultima promessa di felicità, fin quando resterò capace di stupirmi, di incantarmi, di essere rapito. Cerco questi nuclei di realtà negli angoli più reconditi delle mie giornate. Nelle macchie del pavimento, nella schiuma del caffè, nell’unico pelo bianco nel manto nero del mio gatto, nell’asimmetria delle orecchie del mio cane, nelle lacrime negli occhi dell’altro mio cane, nelle scie lasciate dalle gocce di pioggia sui vetri, nel movimento incessante delle antenne di una vespa su un davanzale, nella forma delle macchie di ruggine, nelle fiamme di un camino, nel flusso di un corso d’acqua, nell’andare e venire delle onde del mare, nei sassi che trascina con sé, sulla battigia, nella buccia delle nespole, che viene via come una pellicola, come la pelle morta dopo una scottatura al sole, nelle pozzanghere, che nascondono segreti, nelle crepe dei muri, che sono gli scarabocchi del tempo, e della fragilità.

Si può continuare così quasi all’infinito. Purché tu conservi ancora la capacità di stupirti.

“Non mi stupisce più nulla, a questo mondo”, diciamo all’opposto, quando siamo particolarmente disillusi, e tristi. Bene, il mondo è crudele, in questo. Ma noi dobbiamo mantenere almeno la volontà di stupirci, di vedere il nuovo, e di crederci; dobbiamo conservare l’attitudine al bello che è nel nuovo. Perché siamo noi che spegniamo le candeline dei nostri anni e ci releghiamo nel buio, con le nostre stesse mani e il nostro stesso respiro, quando decidiamo che è tempo di smettere di usare i sensi e la mente come carte assorbenti, quando stabiliamo che il tempo delle favole è finito e cominciamo a dire parole come “pragmaticamente”, “realisticamente” e “operativamente”. Quando giustifichiamo l’accorciamento dei nostri orizzonti accostando la parola”possibile” alla parola “arte”, per formulare frasi come “l’arte del possibile” (dicono che la politica si definisca così).

Dobbiamo aprire la mente a nuove possibilità, accettare di non sapere molte cose e di non poter prevedere tutto, tentare anche salti nel vuoto. Dobbiamo accettare di poter avere paura e di non avere certezze, imparare a ballare nel dubbio ed essere disposti a cadere e pronti a rialzarci. Io penso che questo sia amore. Non è diverso dal senso di smarrimento e sgomento che ci dà il viso della persona che amiamo, che in qualche punto della nostra storia è comparso dal nulla e di cui nulla sapevamo, che è senz’altro meno che perfetto e che muta nel tempo e purtroppo, a volte, scompare. Ci piace tanto parlare d’amore perché sembra che quella sola parola giustifichi tutto, anche se poi non sempre siamo disposti a pagare il prezzo che chiede.

Ecco, sarebbe ora di dimostrare il contrario. Ogni ora è l’ora buona. Buona per accettare l’ignoto, per farsi avanti in compagnia della paura. L’ora di tentare il nuovo e mettere tutto in gioco. L’ora di provare a lasciarsi ancora stupire, da se stessi e dal mondo. L’ora di amare, questa terra e la vita.

Ma per fare questo bisogna mettere il punto e svoltare. Perché se l’amore è l’alba, ora siamo al tramonto. Eppure, non è un problema di tempo. Possiamo ancora essere piccoli, e innamorarci di tutto. Correre dietro ai cani.

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11 risposte a Quand’ero piccolo, m’innamoravo di tutto (correvo dietro ai cani)

  1. Cristina Cavaliere ha detto:

    Splendido articolo sull’incipit, come attacco non solo di un romanzo, ma l’inizio di una vita. In fondo è proprio l’emozione che coglie ognuno di noi quando leggiamo un ottimo incipit, ovvero ci affacciamo alla vita. Siamo colmi di aspettative, abbiamo lo sguardo fresco e pulito dell’infanzia che poi perdiamo e non riusciamo più a recuperare.

  2. swannmatassa ha detto:

    Infatti, l’una cosa è specchio dell’altra. Bellissimo paragone 🙂

  3. Pingback: Sull’esperienza del blogging, sulla rabbia, sulla disillusione | Il Bandolo del Matassa

  4. ludmillarte ha detto:

    commento col sottofondo di “coda di lupo” in cui Faber ripete “e a un dio senza fiato non credere mai” sì, perché ci vuole anche fiato, resistenza per esempio all’abitudine in modo da poter scorgere sempre cose nuove e potersene meravigliare. difficile Swann, ma non impossibile. è una forma mentis da raggiungere (per chi non l’ ha) anche per conservare la bellezza degli occhi dei bimbi.
    (leggerti è abitudinariamente una meraviglia)

  5. Elio Riccardi ha detto:

    Ci sono giorni che si spulcia nella rete svogliatamente. Non sai se per riempire i ritagli di tempo o nella speranza fiduciosa di trovare qualche perla. Improvvisamente ti imbatti in articoli come questo che leggi e rileggi per la bellezza e profondità dei concetti, per la fluidità con cui vengono espressi, per la musicalità che le parole lette in mente sembrano accordare. Ti complimenti con te stesso per la pazienza avuta e come un cercatore di pepite, impolverato e bagnato, continui ad osservare con soddisfazione la tua pepita che risplenderà nei meandri della mente. Grazie

    • swann matassa ha detto:

      cavolo. come rispondere ad un commento così? un semplice “grazie a te” è banale, ma dovuto. se si scrive su un blog pubblico, piuttosto che su un diario privato, è anche per coinvolgere ed essere coinvolti. per quanto di rado possa accadere, questi sono i momenti che giustificano la scelta.

  6. labloggastorie ha detto:

    Mi piace molto questo post. E mi piace quando parli di mantenere la volontà dello stupore. Sembra quasi un controsenso. Contrapporre cioè qualcosa d’immediato e incontrollato che appartiene più all’età dell’infanzia a un atto di volontà che è più tipico alla coscienza di un adulto.
    Ma è così che dovremmo fare…come quando iniziamo a correre e le gambe “rifiutano” quasi il dolore dello sforzo allora è proprio la volontà di superare il limite, di non arrendersi che ci spinge a imporci fino a quando le gambe sembreranno andare da sole. Stupendoci.
    Bella la tua riglessione Swann…grazie!

    • swann matassa ha detto:

      hai ragione: lo stupore non si può imporre. ma possiamo imporci di abbattere tutte le barriere e le limitazioni che noi stessi ci imponiamo, per ricominciare a guardare con occhi “vergini” ogni qual volta ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo. e, credimi, quando smettiamo di credere di conoscere già tutto quello che abbiamo davanti agli occhi, troviamo cose nuove ogni giorno, in ogni dove

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