La sete

Una folata di vento caldo, caldissimo, di quelle che non alleviano il malessere per l’alta temperatura, ma semmai la peggiorano, perché ti premono addosso la sensazione di calore come impedendoti di scrollartela di dosso. La sabbia si alzò vorticando, in risposta, rendendo l’aria se possibile ancora più secca. Il viandante si guardò intorno, come se la provenienza di quel soffio di vento potesse dargli delle indicazioni geografiche, ma continuò a vedere attorno a sé lo stesso paesaggio che gli aveva riempito lo sguardo nelle ultime ore. Solo dune di sabbia.

Si sedette, le gambe incrociate. Il sole era al tramonto, per cui non picchiava più sulla testa come un martello arroventato e i capelli non erano più in fiamme, ma la sabbia scottava. Non aveva molta scelta: le gambe non lo reggevano più in piedi e un posto all’ombra, in quella distesa piatta, non esisteva. Osservò la grana sottile della sabbia tutto intorno a lui, il colore rossastro che assumeva sempre più in quelle ore. La relatività dei colori – si disse – e il fatto che io la stia notando solo ora, a 50 anni, grazie a un granello di sabbia, dovrebbe dirmi qualcosa sul perché sono qui. Fece schioccare la lingua contro il palato. Fu un riflesso involontario, in parte dovuto al fatto che ci si era attaccata, neanche avesse ingoiato un cucchiaio di colla. La bocca era piena di sabbia, ogni volta che muoveva i denti la sentiva gracchiare come la ghiaia del suo vialetto d’ingresso sotto le ruote dell’auto. Questo pensiero gli procurò nostalgia, ma non aveva abbastanza saliva per liberarsene. Era abituato a scacciare i pensieri come le mosche, contrapponendo un atto fisico e pratico ad un flusso della mente, come ad esempio far schioccare le dita o tamburellare con le mani sul volante, per riportare la sua attenzione alle cose materiali. In spiaggia, raccogliere un po’ di saliva per sputar via la sabbia sarebbe stato il suo modo di liberarsi di quel pensiero. In mezzo al deserto, non poteva. Fu costretto a soccombere alla nostalgia di casa, al suono immaginario della ghiaia del vialetto d’ingresso, che pure aveva sempre odiato perché s’infilava nelle scanalature dei battistrada. Benché fosse un uomo quasi del tutto privo d’immaginazione, arrivò ad udire quasi distintamente il cigolio della porta del garage, dopo aver parcheggiato la macchina. Stava per incamminarsi verso l’ingresso di casa e salire i pochi gradini, quando s’accorse che stava immaginando tutto, e che era tutto così vivido, nel falso, da poter essere facilmente definibile come delirio. Lo riportò alla realtà la sete. Non ci fu bisogno di schiocchi di dita o tamburellare di mani, il suo corpo lo ricondusse alla realtà con la semplicità e l’immediatezza di uno schiaffo. Fu forse perché, inavvertitamente, aveva aperto la bocca e respirato l’aria secca del deserto insieme a qualche altro etto di sabbia; sta di fatto che ebbe la sensazione improvvisa e intollerabile che qualcuno gli avesse ficcato uno straccio in bocca e lo avesse spinto giù in fondo alla gola, in un moto violento e privo di pietà. Si guardò incoerentemente le unghie delle mani. Erano secche e raggrinzite come la sua anima, gli fecero pena. Quel breve momento di introspezione lo portò a chiedersi per l’ennesima volta, in quelle lunga e insensata giornata, perché si trovasse lì e chi ce l’avesse portato. La domanda aveva smesso di essere un’ossessione diverse ore prima, quando la sete aveva preso il sopravvento sulla rabbia e sull’angoscia, e lui si era limitato ad andare avanti camminando in quella che gli sembrava potesse essere una linea retta, nella speranza, sin dall’inizio un po’ debole, per la verità, che potesse arrivare in qualche posto prima di perdere i sensi (e la vita). Tuttavia, bisogna dargli atto che, pur nella paura iniziale, non si era mai abbandonato ad atti plateali, e la sua domanda aveva continuato a porla a se stesso a bassa voce, senza levare al cielo urla di disperazione e senza cedere al panico. Lo scoramento, quello sì, lo aveva preso a metà giornata, quando per la prima volta era caduto a faccia in giù e aveva letteralmente ingoiato la sabbia. Quando s’era reso conto del fatto che non riusciva a liberarsi della sabbia incastrata nei denti, e che la sete non era una sensazione da poter spegnere come un pensiero sgradito, quando aveva capito che non c’era nessun frigobar a d attenderlo dopo l’ultima duna e che stava camminando invano, aveva pensato che non valeva la pena far nulla, e che quel puerile tentativo di camminare in linea retta come se avesse una meta era solo uno spreco delle sue ultime forze. Poi però si era rialzato e aveva proseguito, forse solo perché non aveva altro da fare, e rimanere inerte sotto il sole a faccia in giù su un terreno rovente gli pareva ancor più tremendo.

Adesso, però, quella posizione a gambe incrociate gli dava sollievo. La temperatura stava calando e le gambe sembravano piene solo di paglia, come quelle di uno spaventapasseri; ci passava il vento attraverso. I capelli gli ricadevano sulla fronte, ma non gli procuravano fastidio. La sensibilità della pelle era alquanto diminuita durante la giornata, come se tutti i sensi man mano lo stessero abbandonando, salvo confluire su lingua, gola e palato, per fargli percepire cellula per cellula tutto il bisogno d’acqua che invocava il suo corpo. L’inutilità di quel richiamo gli parve ironica. Aveva sempre disprezzato le manifestazioni plateali di bisogno. Di fronte ad una folla urlante non aveva mai potuto fare a meno di arricciare quantomeno il naso – una imperdonabile mancanza di controllo delle emozioni, da parte sua. Aveva visto esseri umani indignarsi, gridare, lasciarsi andare ad azioni violente,  e aveva pensato che fossero del tutto fuori luogo e fuori tempo. Aveva visto persino con i suoi occhi un uomo darsi fuoco, una volta, e non aveva potuto fare a meno di essere ossessionato per giorni dall’orrore del puzzo della carne bruciata e delle urla. Non aveva potuto fare a meno di chiedersi come potesse essere possibile che una pulsione diventasse così forte e insopprimibile da condurre ad un gesto così folle. Difficile cogliere il filo di una realtà quando non la hai mai vissuta. Le cose sembrano irreali e addirittura impossibili se non ne hai mai avuto esperienza, la disperazione e la fame non sono diverse dall’unicorno e dalla telecinesi. La sete non è diversa dal teletrasporto, quando hai sempre qualcuno che ti porge un bicchiere. Seduti in mezzo al deserto, però, è tutto diverso. La sete è reale, la lingua ti riempie la bocca.

Quando provò a deglutire e non trovò altro che aria e sabbia ed ebbe un accesso di tosse che gli fece bruciare il petto e i polmoni, pensò che avrebbe bevuto anche la benzina con cui quell’uomo, quella volta, si era dato fuoco. Pensò che anche lui, adesso , avrebbe potuto far scattare l’accendino.

Guardandosi intorno, capì che deserto può essere la vita di un uomo. Un luogo in cui ti trovi senza sapere spiegarti perché, un paesaggio sempre uguale, una via retta autoimposta da seguire, senza una vera meta a cui mirare, senza un percorso che aiuti il cammino. All’orizzonte, una linea curva che si perde nel nulla, qualche compagnia inquietante come quella di una serpe del deserto ad incrociarti la via. Dei bisogni incessanti, insopprimibili, come la sete, e l’impossibilità di soddisfarli. E la sordità del cielo ai lamenti e alle suppliche.

Mentre il sole tramontava, fece affondare le mani nella sabbia. Ne trasse una sensazione di sollievo, come una resa. Di voglia di andare avanti non ne aveva più, e tutta la sua sicurezza, i suoi mezzi e il disprezzo  che aveva da sempre provato per chi non ne aveva altrettanti non gli offrivano soluzioni. Rimase a dirsi che non aveva poi tutta questa importanza sapere chi lo aveva portato lì, come e perché. Non lo avrebbe aiutato ad uscirne. Non lo aiutava il suo ultimo ricordo: il bagliore verde della sveglia, quando aveva controllato l’orario prima di affondare la testa nel cuscino, e dormire. Era la vita che lo aveva condotto lì, nient’altro che avesse importanza.

Una sola cosa sembrava contasse, a quel punto. Si prese un capello fra pollice e indice, e tirò. Lo posò ordinatamente sulla coscia destra e ripeté l’operazione. Continuò così, contando. Quando il vento portò via il primo ciuffo, non si scompose. Cercò di rimanere concentrato e di non perdere il conto. Alternò la gamba destra alla gamba sinistra, e non smise di contare. Finché durò, gli sembrò che il mondo avesse ancora senso. Finché ebbe modo di tenere il conto di qualcosa, riuscì a rimanere vivo.

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