Democrazia e partecipazione: la caverna e la luce

Tutti i giorni. Apro i giornali, seguo un po’ di gente su twitter, per tenermi aggiornato, scorro la mia pagina facebook. È molto istruttivo, capisco un sacco di cose in più sulle persone, su quelle che credevo di conoscere e anche su quelle che non conosco di persona. A volte mi sembra anche di riuscire a scorgere il filo di un pensiero comune, come se le idee si diffondessero orizzontalmente come una malattia contagiosa, e non per un dialogo e un confronto, per l’acquisizione di una convinzione o per un ragionamento indovinato, ma per infezione. Certe idee si attaccano come un parassita, te le trovi addosso e non sai neanche tu come, pensi che siano nei che ti sono spuntati sulla pelle e invece sono piattole, e non lo capisci finché non le vedi muoversi e non ti fanno rabbrividire di ribrezzo.

Una di queste idee è il concetto attuale di democrazia rappresentativa. Tutti ne sono grandi paladini, tutti vanno in giro con il loro articolo della costituzione preferito sotto il braccio. Mi fa piacere. È bello sapere che siete tutti vigili su pluralismo, libertà e diritto. Mi viene giusto in mente un verso di Gaber: “come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia, che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà”.

Chissà cosa ne sarebbe venuto fuori dai social network nei tempi in cui si cercava di rimpiazzare monarchie, dittature e oligarchie varie con la cosiddetta democrazia. Chissà se avete mai notato che la parola democrazia, in greco, ha un’accezione negativa, proprio come quella che molti danno oggi della parola anarchia. Chissà cosa o chi vi ha convinto che la democrazia che conoscete è una forma di governo perfetta.

Chissà.

Chissà se ricordate la differenza fra consenso e accordo. Chissà se avete deciso di farvi rappresentare perché non avete interessi o ne avete troppi, e troppo forti. Chissà se accettate che vi “rappresentino” persone che non vi rappresentano, e che lo celano così maldestramente, per apatia o per cecità. Chissà perché avete deciso di difenderle a spada tratta, sventolando la loro bandiera come quella della vostra squadra del cuore, o come il gagliardetto della vostra contrada. Chissà perché preferite liberalizzare piuttosto che liberare, preferite il senso di responsabilità al senso di giustizia, l’utile all’equo, il conflitto al dialogo, la competizione alla partecipazione. Chissà perché preferite le ombre della caverna di Platone, al posto della luce delle stelle.

Perché noi siamo questo: gli schiavi incatenati al buio del mito della caverna, scorgiamo delle ombre e le confondiamo con la realtà. C’è qualcuno che ci chiama, che ci invita alla luce, eppure troppo spesso rifiutiamo, deridendolo. Abbiamo paura della luce, ma non lo sappiamo o non lo ammettiamo, e mettiamo a tacere queste nostre voci con la derisione, col disprezzo nei confronti di chi ancora spera di vedere le stelle. Adesso che tutti abbiamo una voce e che ci sentiamo visibili, attraverso la rete, ci divertiamo ancora di più ad esercitare questa forma di resistenza; sentiamo la forza del numero, ripetiamo quello che abbiamo sentito. Nella convinzione di usare la nostra voce, diventiamo il pupazzo di un ventriloquo.

E così abbiamo perso ogni pacatezza di ragionamento, ogni volontà di confronto, ogni tentativo di comprensione. Non ci interroghiamo più, non studiamo, non riflettiamo; difendiamo solo bandiere, ci fidelizziamo a brand, inseguiamo risultati. Abbiamo inventato nuove e sempre più raffinate forme di insulto, di mistificazione e di infangamento. I giornalisti – che dovrebbero ricercare le verità dei fatti – e gli scienziati – che dovrebbero ricercare le verità della natura – rincorrono obiettivi pre-fissati in difesa di idee pre-concette. Inventiamo notizie fatte in casa, buone per l’occasione, e le seminiamo in rete, senza scrupolo, ben sapendo che si diffonderanno e diventeranno verità pronte all’uso per qualcuno. Siamo in competizione, anzi in guerra. La campagna elettorale la facciamo noi, ogni giorno. Per la presidenza del consiglio o per il papato, per lo scudetto o per la rappresentanza di classe a scuola. O solo per sentirci più bravi (ed esserlo sempre meno).

Io, dal canto mio, sono sempre stato a disagio con le etichette, e faccio fatica a trovare una bandiera nella quale identificarmi, semplicemente perché faccio fatica ad identificarmi in qualcosa di più che me stesso. Ma so bene in che cosa NON potrò mai identificarmi. Non posso identificarmi nei dirigenti, negli amministratori e nei governanti di questo paese. Non posso identificarmi nel carbone, nella chiesa e nei partiti. Non posso identificarmi nell’ipocrisia, nell’immoralità, nel clientelismo, nel favoritismo dominanti, nel capitalismo che ci riduce a voci di bilancio, nel falso moralismo e nella mistificazione della realtà che viene operata troppo spesso dagli organi di stampa, e che noi magistralmente emuliamo sulle nostre pagine web, nei blog, nei social. Non posso identificarmi nel pragmatismo che ci fa scegliere il meno peggio, né nel senso di responsabilità che ci fa derubricare il senso di giustizia. Non posso identificarmi neanche negli intellettuali, che non accettano la dominanza delle idee sugli ideali, ma che sembrano dimenticare che non ci sono ideali senza idee, e che nulla è immutabile.

Tutti i discorsi da intellettuali, da brave persone “impegnate” con i piedi per terra e con la testa sulle spalle, non m’interessano più. Sono sincero, preferisco andare a mare con tutti i panni. In altri tempi s’è detto: “qua si fa l’Italia, o si muore”. Possibile che noi “giovani” (neanche più tanto) non possiamo più permetterci nemmeno i sogni? Non possiamo più neanche combattere e avere passione? Gli ideali esistono e hanno un senso per essere messi in campo, non al servizio di ingranaggi arrugginiti.

Alla fine di questa giornata, penso ancora che non ci sia altro da fare che ricominciare da zero. Con le parole di de André, “ora aspettami fuori dal sogno, ci vedremo davvero, io ricomincio da capo”.

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10 risposte a Democrazia e partecipazione: la caverna e la luce

  1. ettore ha detto:

    Caro, carissimo Swann, le tue parole mi hanno prodotto sentimenti e pensieri contrastanti: oltre l’affetto, scontato, la stima verso il tuo “pensare” e verso il tuo “sentire”, ma anche rabbia e paura. Parlo da padre, lo so, ma lo sono e perché mai dovrei impedirmi di essere uomo e pretendere di essere freddo e imparziale come un automa?
    La rabbia è la sublimazione della mia incapacità di accettare – da sempre – una realtà: l’essere umano è, come diceva Nietzsche, una fune tesa tra la Bestia e il Superuomo, un essere in transizione, una transizione che sembra perenne perché i tempi di cambiamento di una specie, come tu meglio di me sai, sono lunghi. O, forse, la transizione E’ perenne e, dunque, l’uomo sarà INFORME fino alla sua autodistruzione.
    Non lo so.
    La paura, irrazionale come sempre essa è, immotivata, forse, perché ragiono narcisisticamente in base al mio vissuto e come già detto sono un uomo, per giunta limitato; la paura è la visione di uno scenario di solitudine, emarginazione. Troppi e troppo spesso gli uomini ripetono quegli schemi da te così bene descritti per non chiedersi: come ci sarò in questo mondo? quale futuro di relazioni sociali, lavorative?
    Mi conforta il sapere che da qualche parte, nello spazio e nel tempo c’è e c’è sempre stato qualcuno che con il suo coraggio, la sua visione lucida e anticipatrice ha aperto la strada che altri hanno percorso, senza neanche sapere quanto sudore e dolore è costata a quei pochi uomini/donne illuminati.

    • swannmatassa ha detto:

      Vero è che sempre Nietzsche parlava di un eterno ritorno dell’uguale, ma io questi uomini coraggiosi dalla visone lucida li sto cercando, come Diogene cercava la verità. Non perché abbia bisogno di un faro, ma perché mi farebbero riguadagnare un pizzico di fiducia nell’umanità. Ma magari non è più tempo neanche per loro. O magari possiamo avere di meglio, possiamo vedere la fine dei giorni dei pochi, per iniziare i giorni dei molti

  2. leo ha detto:

    Ciao Swann……a volte mi fai paura…. sembri l’Etna, capace di ammantarsi di neve e nascondere un fuoco distruttivo dentro:O…. io non ho studiato filosofia….. posso solo sentire delle cose e magari sentirle fra me e me, non sono una grande oratrice e sono sempre molto, troppo possibilista….. ma le tue parole riescono a rendere esprimibili quelle che per me sono immagini dentro:) un po’ come le canzoni di Gaber che riusciva a parlare col mio cuore:)… mi faI pensare al mio studio delle immagini e dei colori…. tutto e’ riproducibile anche quello che ci sembra impossibile, basta spezzettarlo e analizzarlo…. ma riesco certamente meglio con i colori …. e non ho neanche voglia di imparare a farlo con le parole….. Ultimamente fra me e me ho sempre un desiderio…. un triste desiderio, quello di diventare muta. Io mi son stancata di parlare…..Non serve parlare in questo mondo, delle parole si e’ fatto finora un pessimo uso e con le parole i grandi maghi riescono a farci credere quello che non e’ che raggiro, profitto e dubbi interessi…. sono amare le mie parole lo so e non dovrei dirle ad una persona che deve sperare nel futuro….. ma tu hai le carte per far riflettere, tu hai la stoffa per analizzare e distruggere queste tele di ragno…. nell’era della comunicazione…. che siano milioni le voci come le tue, che diventino un’eco di cui nessuno possa liberarsi!!!! E finalmente magari ci si sveglia da questa ipnosi e finalmente magari smetto di desiderare di diventare muta:)
    P:S: scrivi da Dio:) sempre detto e lo confermo!!!!

    • ecoarcobaleno ha detto:

      Ti capisco Leo, sia rriva ad un punto a volte che ci si sente così stanchi ed inconpresi che le parole sembrano inutili, ma ti prego reagisci, no nstare in silenzio, il silenzio ci fa morire dentro ed anche se a volte si riesce poi ad uscirne più forti e consapevoli di prima,però il dolore è tanto, troppo. Comunicare sempre e comunque, lottiamo per la nsotra dignità di persone, per il nsotro pensiero “diverso”, abbracciamolo e ci darà la forza di abndare avanti. Cantiamo il nostro pensiero è l’unico modo per farlo ascolatre ad orecchie pronto ad apprezzarlo e condividerlo 🙂
      Mi apre di aver capito che tu dipingi, quindi hai un caanle privilegiato in più, ma dipingi la tua vita anche con le parole e con i silenzi che sono anch’essi comunicazioni, ma non tenerti mai tutto dentro…si può anche morire di silenzio.
      Buona Vita

  3. swannmatassa ha detto:

    Mi sento di dire una cosa sola: la nostra voce è forse l’ultima cosa che ci è rimasta, non desiderare mai di perderla. La voce intesa come espressione di idee, non la voce delle parole vuote con le quali, come tu dici, alcuni cercano di soggiogare gli altri. Quelle parole vanno messe a nudo e restituite alla loro essenza, che è il nulla. Io questa decisione, vedi, ho preso, di non tacere mai più. Vorrei che tutti voi che avete voci simili alla mia foste con me, che le parole vuote diventassero a poco a poco nient’altro che un brusio di fondo, un fastidio da spegnere.
    (E grazie per i complimenti… eccessivi ma belli!)

  4. roberto ha detto:

    Mi permetto
    Mi hai fatto ricordare film “il conformista”di Bernardo Bertolucci, ambientato durante il ventennio, dove un vecchio professore si serve del mito della caverna per illustrare la condizione di accecamento morale e politico prodotta dal fascismo…
    Premetto non ho fatto studi filosofici, anche se qual cosina ho seguito, ma la metafora del sole di Platone, cui, penso e credo tu abbia preso spunto è quanto di meglio riesca a sintetizzare la realtà odierna .
    Il sole che brilla all’esterno della caverna, rappresenta l’idea del bene e forse lo stesso Platone lo concepiva come una divinità indipendente. In fondo, l’umanità, quindi ogni singolo individuo, sin dalla nascita è tenuto prigioniero, costretto da regole e limitato da impedimenti imposti, ed ecco le “ombre” di oggetti che non riflettono veri oggetti, poiché possono essere trovati soltanto “fuori della caverna” . Condivido il pensiero che il vero problema è l’incapacità di uscire senza avere il timore della luce. Spesso si preferisce non sapere ciò che supponiamo possa non esserci gradito. Personalmente, grazie all’esperienza determinata dalla mia “veneranda” età (scusa la citazione Leo) e da un vissuto, sostanzialmente dedicato al prossimo, posso affermare che ognuno di noi ha la possibilità di non incatenarsi al mondo dell’opinione, e lo può fare dal momento in cui non sente il bisogno di identificarsi se non in se stesso … mi sembra di capire che tu sia su questa “dura” saggia strada. 
    Se rigettassimo i risultati come la società intende debbano essere raggiunti, dando il vero valore a quello che si vuole, vedremmo il futuro in ottica diversa e forse avremmo tutti meno timore di quella luce che s’intravvede dalla nostra caverna.
    Riporto un pensiero di Seneca che ho fatto mio: non devi farti simile ai malvagi perché sono molti, ne farti nemico ai molti perché sono diversi da te.
    Termino, caro Swann, non ti conosco se non attraverso l’adorazione nelle parole di chi ti racconta, persone che ho avuto il piacere, l’onore e la fortuna di incontrare. Dopo averti letto, il mio intervento era d’obbligo, anche per dirti che gratifica sapere e vedere che esistono persone come te.
    Avanti a testa alta !

  5. swannmatassa ha detto:

    Quello che mi piace di questo strumento e di questo spazio virtuale è che le persone che leggono scorgono nelle mie parole delle cose che neanche io sapevo di stare esprimendo. La rete ci ha prima spersonalizzati, alienati, ma poi ci ha offerto strumenti per potenziare la nostra comunicazione. E’ troppo importante usarli, oggi, per non essere schiacciati dal “pensiero comune”. C’è troppa gente che si prende la briga di pensare per noi, in giro, ci sono troppi strumenti creati per “fare opinione”. Ma questi commenti dimostrano che c’è altro, c’è altra forma di pensiero. Perciò sì, Roberto, avanti a testa alta, tutti insieme! (e grazie anche a te!)

    • roberto ha detto:

      Ettore, con tutta sincerità, ha sempre guardato la rete e relativo PC come una macchina cui solo a noi è possibile aggiungere la nota in più. Che cosa voglio dire ? penso che quello che importi sia l’uso se ne faccia e cosa ci aspettiamo di ritorno. Di fatto, equivale a entrare in un luogo a noi sconosciuto, affollato da gente sconosciuta e cercare tra essa chi più si avvicina a noi. Il vero rischio è di bere tutto ciò che offre l’oste, con il pericolo di essere avvolti da quell’irreale senso della realtà cui fai riferimento, peggio ancora, di non riconoscerci più come soggetti, appunto l’alienazione. Personalmente non mi sono mai sentito alienato, tanto meno spersonalizzato, forse perché mal tollero la stupidità e la sciocchezza, il “cosi fan tutti quindi anch’io” Insomma, cerco sempre di metterci la mia testolina, anche se a volte prevale l’istinto, comportamento che rende le azioni non suscettibili ad alterazioni e cambiamenti. Invece, sono dell’idea che siano più le parole che diciamo a noi stessi che influenzano i nostri pensieri e le nostre azioni. Poi è ovvio che sia impossibile andar bene a tutti, ma in fondo se non ci fossero i miei difetti, non ci sarei nemmeno io.

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