La fata senza volto ovvero Dell’Apparenza e della Sostanza

C’era una volta. Perché è così che comincia ogni favola che si rispetti. E se c’è ancora, t’arrangi: fai in modo che ci fosse una volta, e ora non più, per poter cominciare come si conviene, col giusto incipit, quello che garantisce la qualità della storia. E allora c’era una volta, e ora non c’è più, una fata. Senza volto. Voglio dire, le mancava la faccia, ma un nome ce l’aveva. Si chiamava Dalila, ecco, ed era un nome più che bello, era nobile, dolce ed elegante, proprio come lei, proprio come t’immagini debba essere una fata. Però il fatto rimaneva, che non aveva un volto, e che non potevi guardarla senza provare un brivido, senza pensare che c’era qualcosa che non andava, o, per meglio dire, che non c’era qualcosa che non andava: niente naso, niente occhi, niente bocca né orecchie; non si capiva come potesse fare il suo lavoro una fata senza vedere, sentire, parlare e finanche respirare. Ma quello è il meno, nessuno s’immagina che una creatura così abbia bisogno di respirare o mangiare o bere, per sopravvivere; del resto, è magia. Ma vedere e sentire (un po’ meno parlare) t’immagini siano requisiti indispensabili per volare per il mondo a fare magie. Ah già, non l’ho detto. Le ali le aveva. Due ali bellissime, viola, screziate di verde, grandi come quelle di una farfalla, ma trasparenti come quelle di una libellula, rimandavano riflessi come d’arcobaleno ogni volta che il sole le colpiva, senza rispettare l’angolo di incidenza della luce, ma spedendo lapilli nell’aria, neanche fossero vulcani buoni che eruttavano bellezza invece che lava. Qualcuno ipotizzava che gli occhi li avesse sulle ali, come quelli finti delle farfalle, che servono per ingannare i predatori; altri dicevano che le ali erano le sue orecchie, per via della forma. Alcuni sostenevano che parlasse producendo suoni col battito delle ali, oppure che avesse due minuscole antenne d’insetto che le servivano per sopperire all’assenza di occhi ed orecchie, per percepire il mondo. Ma lei non si curava di nulla di tutto questo. Non sentiva il bisogno di un volto, né credeva che la percezione fosse qualcosa che le facesse difetto. Se avesse letto il piccolo principe, avrebbe detto, citando: “non si vede bene che col cuore”. La sua strategia era semplice: volava finché le mancavano le forze, senza curarsi di andare a sbattere contro gli ostacoli della vita, cambiando direzione ogni volta ce ne fosse bisogno, ma sempre recuperando la rotta, e infine andava ad appollaiarsi su una superficie che fosse in grado di ospitarla, una non troppo comoda, su cui potesse pensare di stabilirsi, e cominciava a fare magie. Il punto migliore sul quale le piaceva sedersi era il culo delle matite. Si appollaiava lassù, dove dominava un piccolo mondo dall’alto, e un grande mondo la dominava a sua volta, e dispiegava le ali, per raccogliere la luce. Si sedeva con le gambe penzoloni, e non le incrociava mai con l’eleganza delle donne di spettacolo, perché l’immagine per lei era nulla, e la libertà era tutto, e così doveva essere anche per i suoi piedi penzolanti nel vuoto. Non sentiva l’odore della grafite, che sarebbe stato come casa per lei, se solo avesse avuto un naso, ma si lasciava guidare dalle vibrazioni della matita che grattava sul foglio, e si metteva al lavoro quando sentiva che la matita era al lavoro a sua volta. Come la matita, lei era uno strumento: la matita nelle mani di qualcuno, lei al servizio della luce. Rifletteva la gloriosa bellezza del sole, e lasciava che la vita fluisse attraverso di lei, disperdendosi nell’aria e colpendo chi impugnava la matita, il foglio e le cose che scriveva o disegnava, le persone che stavano intorno, che fossero al telefono con una lampada da scrivania a bucare loro gli occhi, oppure al computer nella fredda luce di un neon o all’ombra di un cedro, immersi in una brezza che avrebbe potuto da sola portare un animo in paradiso. Non faceva distinzioni. Le bastava essere felice, era questa la sua magia. Essere felici, saperlo e trasmetterlo, è una cosa che nessun mortale sa fare. Lei sì. Non aveva un volto, non aveva percezioni; non potevi sostenere lo sguardo su di lei, e lei non aveva nessuno sguardo da alzare su di te, ma sapeva amare ed era amata. Forse per questo non c’è più. Ma c’era una volta, e in questo caso l’incipit sarà la fine, perché che ci fosse una volta è una ragione sufficiente per amare la vita, e possiamo chiuderla qui.

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2 risposte a La fata senza volto ovvero Dell’Apparenza e della Sostanza

  1. masticone ha detto:

    Quanto sei brava

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