(Sarebbe) ora di cambiare

All’inizio era il caos. E da allora non è cambiato molto.

Adesso abbiamo solo cominciato a mettere ordine nelle nostre teste, categorizzando ed etichettando la realtà e illudendoci che quelle categorie ed etichette rispecchino davvero l’esistente.

Poi viene il caos, la confusione, il delirio, e riscopriamo la nostra familiarità con esso. Riscopriamo la folla, le urla, l’esaltazione di un momento senza paura, dove tutto può succedere, ma non facciamo più calcoli. Viene la rivoluzione, la ribellione, la rottura con l’ordine, almeno quello costituito. In cerca di un nuovo ordine, ci ricongiungiamo col caos. Ed è allora che siamo veramente vivi.

La società non esiste più, o non vogliamo che esista. Diciamo che ne vogliamo una nuova, anche se siamo specialmente felici in quel momento di rottura, quando siamo una massa pulsante con gli altri, quando la nostra mente è una moltitudine di menti, quando la nostra voce è una moltitudine di voci, quando la nostra volontà è una volontà collettiva. Quando non è la folla ad avere la forza del numero, ma siamo noi singoli individui a sentirci forti come una folla, e a conservare quella forza quando restiamo soli.

Abbiamo il coraggio dell’indignazione e del senso di giustizia. Abbiamo l’energia della disperazione e dell’esasperazione. Abbiamo il potere di chi non può essere sconfitto, perché resta nel giusto quale che sia l’esito dello scontro. Siamo come Leonida: vinciamo anche da morti.

Io non ne so molto, di libertà, sono nato in questa società, eppure qualcosa dentro di me si muove, quando sento sussurrare questa parola, come un battito di vita ancestrale in letargo nel profondo dell’anima, seppellito sotto migliaia di anni di vita ma ancora pulsante come il cuore di un vulcano che dorme. Potrebbe un giorno eruttare, e non so che ne sarebbe di me, quel giorno, potrei morirne o rinascere. Forse non è una dicotomia, una scelta fra due, forse è come per coerenza e follia, che puoi percorrerle entrambe, se sei nel posto giusto al momento giusto. Qualcuno mi ha detto una volta che è fatta di tempi e di spazi, la vita, e che le scelte che facciamo ci definiscono. Deve essere davvero così, anche se, pur sapendo che “il sogno è l’infinita ombra del vero”, non smettiamo tuttavia di confonderli, neanche l’infinito fosse qualcosa che possiamo capire e non un concetto che confonde la mente.

Così si fa la storia, così si fanno le storie, le nostre, piccole avventure che costruiscono la vita. Inseguiamo degli obiettivi, ma quello che conta è come lo facciamo. Viaggiamo verso la fine, ma quello che conta è il mezzo che scegliamo. Inseguiamo un traguardo, ma quello che conta è la strada che percorriamo per raggiungerlo. Solo, bisogna percorrerla senza paura.

Non si può vivere nella paura, la paura rende terribile tutto quello che ti circonda, anche le cose belle, ti getta in uno stato in cui qualunque cosa si tramuta in un incubo, un incubo consapevole in cui si rivelano ombre dove prima non le vedevi, e non puoi più fidarti di niente. I fantasmi ti fanno questo, ti tolgono la forza. I fantasmi non sono entità pensanti, sono solo passioni che permangono in un luogo come forme di energia che si sta disperdendo lentamente, come il calore che si alza di notte da un terreno battuto dal sole, come l’odore che si alza dal terreno bagnato dopo la pioggia, come la luminescenza della cenere arroventata. Ma neanche il luogo è un luogo fisico. Non puoi allontanarti, non puoi fuggire. Gli spiriti vengono con te. Tutto quello che puoi fare è farti coraggio, e accendere la tua luce sul sentiero, la luce del tuo pensiero. Perché il giorno più buio è quello della mente, quando non riesce a pensare chiaramente, quando è nebbiosa e sembra incepparsi. Quando il cuore scandisce con un battito sordo il tempo che la mente non riesce a riempire. Quando in bocca il sapore ferroso della paura identifica la dimensione delle nostre pupille, che abbracciano il mondo in penombra, alla ricerca di quello che hanno smarrito: il loro punto di vista. È curioso quanto ciascuna parte del corpo definisca un dolore che è dell’anima. Cuore, stomaco, occhi, cervello.

Voglio provare allora col naso ad ascoltare l’odore delle mie sensazioni, con le orecchie vedere il suono dei miei pensieri, con le mani assaporare la consistenza degli eventi che mi vengono incontro, con la lingua e contro il palato, sotto i denti, voglio palpare il sapore delle azioni che il destino mette in atto, per me e contro di me, giocando con uomini e cose, neanche fossero i bastoncini dello shanghai.

Viviamo troppo spesso la vita come una corsa di fondo, senza sprintare. Le cose ci passano accanto, le sfioriamo senza toccarle. All’inizio scorrono veloci, piene di luce, poi, affaticati, smorziamo il passo, e ci vengono incontro lentamente, come in sogno. Ma sono nebbiose, velate, e bruciano di sudore, non se ne può assaporare la bellezza. Si fa tanta fatica, ma non per questo si può fermarsi o rinunciare. Il cuore pompa quello che può, a volte anche qualcosa di troppo.

Prendiamo in mano il nostro destino, se le frecce del nemico oscurano il sole, combattiamo nell’ombra.

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