Magari bastasse una locomotiva

Guccini cantava: “che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva come una cosa viva lanciata a bomba contro l’ingiustizia”. Sono passati parecchi anni, di notizie così ne sono giunte poche. Forse perché di locomotive in giro non se ne vedono più, forse perché sono le notizie che non ci giungono più. Magari bastasse una locomotiva. Magari i treni partissero e le notizie arrivassero. Quando guardo la televisione e leggo i giornali, mi sembra di essere un pulcino implume con il becco spalancato, in attesa di essere riempito. Sapete come avviene, Quark l’avrete visto anche voi, qualche volta. La mamma va a caccia per i piccoli, cattura la preda, la smembra, la manda giù, la digerisce parzialmente, anche, e torna al nido. Lì rovescia un bolo semidigerito nel becco spalancato dei piccoli urlanti, che si calpestano a vicenda per essere nutriti prima, o di più. Ecco, questo siamo anche noi. Ci beviamo un’informazione predigerita, completa di dibattito, commento e giudizio, qualche volta anche di suggerimento per il comportamento di domani, tipo “consigli per gli acquisti”. Che poi è come l’oroscopo, lo fanno per il nostro bene: se ti consigliano di tapparti in casa perché Marte è in opposizione, è giusto per evitarti di scendere a fare la passeggiatina serale col cane e beccarti una tegola in testa. Allo stesso modo i nostri carissimi media ci allertano, ci mettono sull’avviso e poi ci offrono anche una serie di bellissime vie di fuga, che ricordano molto da vicino le mirabolanti opzioni del signor Henry Ford, che ha sempre avuto a cuore la felicità dei propri clienti e si racconta abbia detto: “il cliente può avere l’auto di qualunque colore desideri, purché sia nero”. Battute a parte, lo stesso signore pare abbia anche detto: “c’è una regola per l’industriale e cioè: fai il miglior prodotto possibile al minor costo possibile, pagando i massimi stipendi possibili”. Qualcuno deve aver preso sul serio la prima e sul ridere la seconda.

Io comunque mi piazzo ancora davanti alla TV, perché in fin dei conti sono figlio del mio tempo, e poi adesso le hanno fatte sottili come un quadro, tu la appendi alla parete e quindi è una sorta di destino quello di guardarla. Alla fine dei conti è proprio decorativa alla stregua di un quadro, e in più ti tiene compagnia perché emette anche dei suoni. Il fatto di abbinare dei suoni a delle immagini poi è di grande utilità: puoi osservare gli occhi delle persone quando parlano, vedere come si muovono le loro sopracciglia e gli angoli della bocca quando fanno le loro affermazioni, anche se il botox adesso li aiuta a mascherare anche quello. Poi ci sono i denti. I denti non si muovono – o non dovrebbero – perciò non puoi usarli per l’analisi delle microespressioni tipo Lie to me, però ti dicono molto delle persone. Sono un po’ l’equivalente morfologico-morale delle scarpe: molti dicono che osservando le scarpe capisci molto della persona che le indossa, immagino s’intenda in particolar modo dal punto di vista economico. Ecco, i denti non mentono. Puoi imbellettarti e sistemarti quanto vuoi, ma i denti parlano lo stesso, sono una porzione vivente del ritratto di Dorian Gray; se sei sporco, se sei sciatto, se sei cattivo, loro lo dicono.

Se ti concentri sui denti, e quindi sui dettagli, puoi accorgerti di un’altra cosa: le micro-affermazioni, le micro-frasi. Se le micro-espressioni ti dicono la verità su quello che una persona realmente intende quando sta parlando, allo stesso modo le micro-frasi sono le crepe attraverso cui, nelle maglie di un discorso, filtrano i concetti reali. Quando Daniela Santanché dice “eh ma la gente non capisce”, per stroncare sul nascere un discorso che non le piace sui biocombustibili, e per opporgli un “la gente vuole senti parlare di posti di lavoro”, ecco che sta venendo fuori la verità: lei pensa che la gente non capisca. Lei pensa che la gente “voglia sentir parlare di posti di lavoro” e – badate bene – non voglia i posti di lavoro, ma voglia sentir parlare. Cioè la gente è scema. La gente. Chi è poi la gente, è un’altra domanda che continuo a pormi, sono di una pignoleria insaziabile. Se volessi analizzare semanticamente la frase e non conoscessi che rudimenti dì italiano, ne dedurrei con molta semplicità che qualcuno che non è “gente” sta parlando di un gruppo di individui – un gruppo etnico, magari – che invece è definibile come “gente”. Insomma prende le distanze. Anche quelli che fingono di prendere le parti del popolo ogni tanto si lasciano sfuggire un “la gente è stufa”, come a dire che loro, però, non lo sono. Quando “la gente” si alza per parlare, invece, non dice che “la gente non ne può più”, ma dice “(noi) non ne possiamo più”. Allora sì, noi siamo la gente, la gente è noi. Altre microfrasi.

In alcuni casi più eclatanti, poi, ci sono le macrofrasi, che arrivano da microcefali. Quelle non richiedono decodifica, si smascherano da sole. Tipo “non dovete essere choosy” (Elsa Fornero 2012), “il posto fisso è monotono” (Mario Monti 2012), “mandiamo i bamboccioni fuori di casa” (Tommaso Padoa Schioppa 2007), “se non avessimo la Calabria e la conurbazione Napoli-Caserta, l’Italia sarebbe il primo Paese in Europa” (Renato Brunetta 2010), “con la cultura non si mangia” (Giulio Tremonti 2010) e mi fermo qui sennò mi brucio tutto lo spazio concessomi da WordPress con un solo post.

Ma qual è il punto. Il punto è che non arriverà nessuna locomotiva a riparare i torti subiti, o a prevenire quelli futuri, magari bastasse una locomotiva. Ancora una volta, dovremo essere la locomotiva di noi stessi. Noi. Chi è noi? Continuano i dubbi iperbolici. Finirà che dovremo scendere in piazza e contarci, e presentarci. Allora sapremo chi è noi.

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2 risposte a Magari bastasse una locomotiva

  1. Alessandro ha detto:

    “A piccole dosi ci si rende immune ai veleni” per quanto riguarda la TV.
    Semplicemente “divide et impera” a creare opinioni contrastanti, a salvare la vittima o l’assassino, a capovolgere il tavolo per dare una nuova notizia, un aggiornamento; anche se non vuoi, sei vittima di quello che ti accade intorno e tocca schierarti… prima o poi. Uno dei “segreti” perni per una storia di successo è: più alto è l’ostacolo da superare per il protagonista, più tiene alta l’attenzione dello spettatore; maggiore è la distanza dall’antagonista più difficile sarà lo scontro finale… ti tocca non cambiare canale!
    Nessuno credo sia immune da quel quadro appeso alla parete che tiene compagnia, c’è anche chi si crea un proprio spazio alludendo al fatto di seguire SOLO ciò che è, secondo una propria logica, eticamente corretto al suo essere: niente di più sbagliato. Riflettendoci un secondo è un pensiero corrotto, il compromesso è accettare “a piccole dosi” anche ciò che altrimenti non accetteremmo.
    Un fattore importante che supera quelli dell’interesse personale, quelli del partito o che mette in risalto la prostituzione del giornalista il quale non si attiene più a raccontare l’accaduto come gli è stato insegnato con l’utilizzo della regola delle cinque W ma va di opinione, è la pubblicità. Ogni rete televisiva deve creare profitti che sono direttamente proporzionali al numero degli spettatori. Assodato questo piccolo concetto, si stravolge del tutto il palinsesto in funzione dei ricavi, faccio un esempio: Mediaset ha colonizzato l’intera tv partendo dalle 3 reti più conosciute, sono sature di pubblicità! Come si risolve il problema? Creando nuovi spazi pubblicitari, il tempo non lo puoi moltiplicare ma un nuovo spazio lo trovi… e giù con Italia2, Mediaset Extra ed altri che non ricordo volentieri. Cosa propongono queste nuove emittenti? Nulla! O almeno nulla di nuovo, sono repliche di repliche ma servono a vendere lo spazio pubblicitario. Perchè “Anno Zero” dava fastidio a B.? Per quello che diceva? Non credo, continua a dirlo su Sky prima e su La7 dopo… solo che Rai è l’antagonista per eccellenza di Mediaset, via gli spettatori da Mediaset e lo spazio pubblicitario con più risalto del giovedì sera, era durante “anno zero”. Tutto torna come quando appena termina un film, che ci frega dei titoli di coda, taglia, manda pubblicità!
    Il politico nostrano di turno sarà spesso in difetto, avrà parole al vetriolo nella tasca della giacca e un grossissimo ostacolo da affrontare (magistratura e comunismo in qualche caso).

  2. Pingback: Non mi va di parlare di Berlusconi | Il Bandolo del Matassa

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