La generazione senza inizio

Mi domando spesso che cosa ci si aspetta dalla mia generazione, la generazione dei trentenni, gli uomini che nel duemila avevano vent’anni. Mi ricordo quand’ero bambino, che quella soglia del millennio sembrava lontana e mistica, e celava chissà quali promesse. Mi sembrava che entrare in un nuovo millennio fosse come varcare una soglia magica, e che farlo a 20 anni, nel pieno della giovinezza e delle forze, ma anche già adulto, fosse il meglio che si potesse chiedere. Mi ricordo dei sogni, delle speranze, della aspirazioni, delle idee, dei progetti da realizzare, dei litigi con me stesso per decidere chi ero. Mi ricordo cose che probabilmente ricordano tutte le generazioni, tutte le persone quando si guardano indietro, alla soglia del millennio oppure no. Noi però abbiamo simboli potenti da appoggiare su questi ricordi. Noi siamo quelli che avrebbero dovuto costruire le proprie vite, le proprie famiglie e il proprio mestiere negli “anni zero”, che avrebbero dovuto quindi simbolicamente disporre di un nuovo inizio, di quello che gli americani chiamano fresh start. Oggi gli anni zero sono finiti,  si sono portati via tutti i nostri inizi, e noi siamo rimasti la generazione senza inizio. Abbiamo la dubbia soddisfazione di aver coniato una nuova espressione, perché prima di noi si era sentito parlare solo, e spesso, retoricamente, di cose senza fine, di amori, di passioni, di storie senza fine. Noi invece siamo quelli senza inizio. Forse è questo che intendevano, quando ci chiamavano bamboccioni, le nostre guide, i nostri guru, i nostri leader – quali filosofi!

Allora, giacché non abbiamo un inizio, continuiamo a girare come un disco rotto, in tondo, e saltando ad ogni giro sullo stesso graffio nel vinile. Ai punti di riferimento abbiamo rinunciato, quando è stato chiaro che le ideologie non ci avrebbero salvato, e non lo avrebbero fatto le maree della politica e dell’economia, che hanno giocato a coprire e scoprire porzioni di spiaggia, ma un po’ alla volta non hanno fatto altro che erodere il litorale, lasciandoci in mutande più che in costume ai bordi della statale, sotto un sole cocente e con in mano null’altro che un bicchiere d’acqua di mare che si fa più salata man mano che evapora, ma che alcuni di noi ancora pensano valga la pena di bere – magari è meglio che grattarsi la gola per la sete.

Abbiamo rinunciato anche alla guide spirituali, o l’hanno fatto quelli a cui era stato insegnato di seguire la testa, mentre quanti di noi avrebbero voluto predicare il valore di sedersi in cerchio, per terra, invece che uno sul trono e tutti gli altri alla base, è stata tolta anche la possibilità di uccidere il Buddha. Mi è stato spiegato che uccidere il Buddha, quando lo si incontra, significa superare il mito del maestro, rinunciare al ruolo di discepolo e assumersi la responsabilità di quello che facciamo. Ma noi il Buddha non lo incontriamo, perché non scendiamo più in strada. Preferiamo nutrirci di parole misurate, di immagini filtrate, di suoni sintetizzati in studio. Siamo stati cresciuti così, e bene, in modo efficace.

Ma ai capi non abbiamo rinunciato, a quelli no. Non abbiamo mai smesso di farci comandare, di farci imporre un preciso concetto di giusto e di sbagliato, curiosamente sempre più coincidente ad utile ed inutile. Non abbiamo smesso di farci istruire, di farci condizionare, di farci indottrinare. Siamo senza inizio, ma siamo una perfetta continuazione. Abbiamo dato seguito ai progetti di chi ci ha preceduto in modo esemplare, siamo stati il gregge ideale per l’allevatore che ha selezionato la nostra razza. Siamo commoventi nella nostra monocromaticità; se ci vedessimo dall’alto faremmo lo stesso effetto di una coreografia da stadio: uno spettacolo buono per un giorno di festa. Ma gli striscioni e i coriandoli, alla fine della festa, restano in terra sporchi e calpesti.

Mi domando spesso che cosa ci si aspetta dalla mia generazione, la generazione dei trentenni, gli uomini che nel duemila avevano vent’anni. Mi rispondo il più delle volte che ci si aspetta che continuiamo a subire, che restiamo lì, indecisi fra il lasciarci calpestare e il provare a calpestare qualcuno più piccolo di noi, choosy come solo noi sappiamo essere.

Allora, ogni tanto, prendo qualcuno che mi ascolti, e gli urlo in faccia che così non si fa, che così non va bene, che dovremmo smettere di fare quello che ci si aspetta da noi. Che dovremmo inventarci un inizio, e un nuovo nome. Che potremmo essere la generazione inattesa, o la generazione della svolta, o la generazione della presa di coscienza.

Però la generazione senza inizio piace un po’ anche a noi, è un titolo troppo buono per un film melodrammatico, di cassetta. Sento rimbalzare queste parole nel vuoto, perché anch’io vivo rinchiuso dentro scatole di pietra dove non si sente il vento. E la voglia di fuggire che mi porto dentro non mi salverà.

Però io, di mio, una decisione l’ho presa. Io ho deciso di non farmi più ingannare. Io non vi credo più, e non sono più aperto al dialogo con voi. Io ho deciso di non dirvi di sì, di non accettare aut-aut, di non fare deroghe a quello che resta dei miei principi.

Non devo fare nomi: sapete a chi mi sto rivolgendo.

Questo. Questo è il mio inizio.

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3 risposte a La generazione senza inizio

  1. Pingback: Sull’esperienza del blogging, sulla rabbia, sulla disillusione | Il Bandolo del Matassa

  2. ludmillarte ha detto:

    a quel che resta dei propri principi non si fanno deroghe e ciò comporta però la chiusura con chi non li ha o non li rispetta. forse bisognerebbe esser tutti un po’ meno accondiscendenti, un po’ più attenti e meno creduloni (hai mai letto “la fattoria degli animali” di George Orwell?)

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