Storia di un cercatore d’oro

Non tutto l’oro brilla, né gli erranti sono perduti. Tutt’altro. Talvolta l’oro più prezioso è sommerso sotto strati di incertezze, o quello più luminoso è raccolto negli angoli più bui, dove nessuna luce può esservi riflessa. Così i viaggiatori che sono in coda al gruppo, o quelli che dal gruppo si sono staccati, hanno abbandonato ogni sentiero e non seguono più altri che se stessi – i veri erranti – possono ancora sperare di scovarlo per primi, senza il timore che un riflesso, un brillio, riveli il nascondiglio dell’oro ai capofila, ai nati primi. Mi sono sempre concesso il lusso di questa speranza, anche quando non c’era evento, nella mia vita, che mi offrisse altra visione del mondo che quella tetra, fuligginosa, che mi aveva lasciato la mia stirpe in eredità. Mio padre era un contadino, ma potrei anche chiamarlo servo della gleba: non si emancipò mai da una condizione di totale subordinazione ai proprietari terrieri che lo circondavano, che gli facevano ombra come un salice ad una piantina, tagliandolo fuori dall’approvvigionamento d’acqua al torrente e dall’accesso alle terre più fertili nella vallata. Mia madre era la serva del servo e, ora che lui non c’è più, è la serva dell’idea – o dell’ombra – del servo. Non riesco ad immaginare qualcosa di più squallido. Ma io ho sempre aspirato all’oro. Quando mi sono fatto avanti la prima volta seriamente con una donna, beh, quella era la più bella del villaggio. Lei era oro che brilla, e mi disse di sì, con mio grande sgomento. Ero così impreparato ad una risposta positiva, che non seppi, da principio, che cosa offrirle, se non quello che era il mio unico possedimento sulla terra: la mia conigliera. Avevo combattuto aspramente con mio padre per mettere su quel piccolo allevamento di conigli. Per lui qualunque iniziativa, qualunque attività che non fosse annoverata fra quelle proprie della famiglia da almeno tre generazioni era pura follia. Ma io avevo lavorato al buio, da solo, piagandomi le mani fino all’alba per settimane, prima di racimolare i soldi per comprare i cuccioli, poi per costruire loro una tana degna di un principe, fra i quadrupedi. Ne ricavavo un discreto guadagno, alle fiere, vendendo conigli, ed ero molto orgoglioso della mia opera, quando dissi a Gwenda, il mio oro lucente, che sarebbe stata sua.

Così diventammo re e regina dei conigli. Ma se non tutto l’oro brilla, neanche tutto ciò che brilla è oro, e anche l’oro può corrompersi. Gwenda perse interesse per i conigli e per me con la stessa velocità con cui l’aveva acquisito. Mi ritrovai da solo nel mio giaciglio a fissare il soffitto in un’alba gelata come non ne ricordo altre, ma non so se il gelo fosse dentro di me o nell’aria che entrava dai vecchi infissi di legno imbarcato, fessurati in più punti. Il lavoro era pesante e il sonno, la sera, mi colpiva come un sasso alla nuca, improvviso, eppure non riuscivo a credere che lei fosse sgusciata via e mi avesse piantato lì, in piena notte, senza che io avessi aperto neppure uno dei miei due occhi stanchi. Tuttavia, non ebbi dubbi sul fatto che fosse andata via, in modo definitivo: tutte le nostre poche cose erano lì, solitamente, allineate in bella vista sulla parete di fronte al letto, come un plotone d’esecuzione che ci puntasse contro la nostra miseria, al posto dei fucili carichi a pallettoni. Ma quella mattina la parete era spoglia. Gwenda aveva portato via tutto. Il senso di freddo più intenso lo provai quando incrociai lo sguardo di mio padre, più tardi, e nei suoi occhi lessi la rivalsa. Quella sera stessa liberai tutti i conigli e mi scaldai quel gelo del cuore al fuoco con cui rasi al suolo la conigliera. Le nostre illusioni sono così: le costruiamo al prezzo di piaghe nelle mani, in febbrili notti di lavoro e albe di gelida attesa, e poi vanno in fumo in un lampo, con grande luce e calore, segnalando al resto del mondo la misura del nostro fallimento. A quel punto, non potevo far altro che mettermi in cammino, per lasciarmi alle spalle quel luogo di schiavitù e le sue regole, che governavano solo sconfitte. Ma io non avevo solo costruito conigliere e coltivato campi, nella vita, né solo perso fanciulle. Avevo anche letto e sognato, e sapevo che ogni cavaliere errante porta con sé uno scudiero. Più o meno consapevolmente, andai in cerca di uno, e lo trovai in un essere vagamente ripugnante che la gente, come mi disse egli stesso, chiamava Ranocchio. Non ho mai conosciuto il suo vero nome, ammesso che ne avesse uno. Aveva un unico pregio: era svelto di occhio e di mano, ma lento di mente e, per qualche oscuro motivo, mi elesse a suo paladino sin dal nostro primo incontro. In realtà, io mi ero limitato a strapparlo dalle grinfie di un grasso energumeno, che pareva intenzionato a sacrificare la borsa che aveva appena recuperato da sotto la mantella di Ranocchio – dove, per una volta, lui non era stato abbastanza lesto a farla sparire – pur di fargliela ingoiare e cacare più e più volte, fino alla morte. Da allora io, credo, gli insegnai a vivere fra la gente e lui, a me, ad arricchirmi  rubando. In verità, il ladro era lui, ma le prede le sceglievo io, e di solito erano donne attraenti, ammogliate, come di rito, con uomini facoltosi.

Dopo molti di tali incontri, imparò a valutare con maggiore precisione il potere e l’effetto della sua nuova aura, e divenne più sicuro di sé e più audace. Forse divenne anche meno ripugnante. Deve essere stato allora che smisi di essere il suo paladino, e mi piantò in asso. Questa volta, però, non rimasi a fissare la vuotezza della mia povertà, nell’abbandono, perché la mia borsa era bella piena e le mie prospettive di vita più rosee, come del resto era subito stato fin dal momento in cui avevo varcato il confine della proprietà di mio padre, voltandogli le spalle. Così mi rimisi in cammino, e se vi dicessi quante terre ho calpestato da allora, sarebbe come raccontarvi dei vini prodotti da Bacco. Ma da una delle mie letture ho imparato che la realtà è circolare, e così, dopo un lungo giro di anni, mi ritrovai coi piedi affondati nel fango molle e appiccicoso che da sempre, con ogni tempo, ricopre il fazzoletto di terra attorno alla casa di mio padre. Mia madre mi portò a visitarne la tomba prima ancora di dirmi bentornato, prima anche di farmi un tè che testimoniasse ancora il mio status di figlio. E per quanto la sua vita votata al servire i suoi uomini e i loro fantasmi non smetta mai di sembrarmi come il profumo cosparso sopra al sudore, come un insulto alle possibilità della vita, non ho potuto fare a meno di cominciare a percepire la bellezza, nel gelo delle mattine che da ragazzo mi avevano attanagliato i pensieri e congelato i sentimenti. Adesso, quando vedo quel filo di luce, nell’alba, che indora l’orizzonte e i campi di mio padre, mi sembra che no, non tutto l’oro brilla, ma che tutte le albe del cuore sì, lo fanno. E gli erranti non sono perduti, se trovano la via attraverso le nebbie della propria mente contorta, il carattere distintivo della scimmia che siamo.

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A volte qualcuno dorme sul mio letto

A volte qualcuno dorme sul mio letto. A volte è un cane, a volte è un altro, a volte è il gatto, quello con un occhio solo, a volte sono tutti e tre insieme. A volte sono io quel qualcuno che dorme sul mio letto, o è la mia donna, con nostra figlia al seno, a volte siamo in sei, tutti insieme. A volte mi chiedo se c’è abbastanza spazio, su quel letto, per poter dire che c’è tutto l’io che io sono, insieme agli altri, steso supino, o sul fianco, semiseduto, con un libro fra le mani, un muso appoggiato alle caviglie, oppure è qualcun altro, un uomo con i capelli bianchi sulle tempie, un accenno di maniglie dell’amore. A volte mi domando se su quel letto c’è il bambino che sono stato, l’adolescente, il trentenne che si è innamorato ed è stato tradito. A volte qualcuno dorme sul mio letto, e non so se è un uomo o un poeta, o uno scienziato, o solo un navigatore dell’anima, del tempo, che è naufragato, che è andato alla deriva, che si è arenato e si è svegliato su una sabbia che scotta, su cui non riesce ad avanzare e su cui non riesce a restare. A volte qualcuno dorme sul mio letto, ed è una donna bella, una donna piena, una donna che mi ha lasciato un’impronta sul cuore che è come una sagoma d’acqua, che si scontorna, che mi fa sentire freddo, che vuole essere asciugata e bagnata, di nuovo, solo per sentire che l’acqua c’è ancora, perché è vita. A volte qualcuno dorme sul mio letto, ed è la polvere. E’ quello che si deposita quando lascio le finestre aperte, e il letto disfatto, le coperte attorcigliate, e l’aria odora della mia città, puzza della mia città, mi entra dentro e mi avvelena, e mi sporca e mi fa scoprire cattivo, vendicativo. A volte qualcuno dorme sul mio letto e spazza via quella polvere. Vi soffia sopra come ad una candelina di compleanno, cambia la realtà e spegne il tempo, lo fa invecchiare con me e ne modifica le leggi, annulla gli odori, e con essi i sentimenti, il veleno che ho nel cuore, che vi ho lasciato depositare. Soffia ed aspira, come fanno le cose vive quando ansimano, di dolore e di piacere, perché le due cose non sono diverse e sono come le lacrime, che possono essere piante per felicità o per dolore. A volte qualcuno dorme sul mio letto, ed è qualcuno che ha le lacrime agli occhi solo a beneficio del mondo, e che ne ha una visione distorta, per colpa di quelle. Sbuccia cipolle solo per poterne far mostra, si soffia il naso per ricacciarle all’indietro e le spreme di fuori perché siano sempre fresche, sempre più dense, sempre più nere, come il mascara che porta, come il petrolio, come le scarpe di vernice di quell’uomo potente, che va in giro in moto per essere vicino alla terra, ma che nasconde la limousine vicino alla luna, dove va ad abitare di notte. E’ lì che lo guardo, lo spio, lo sbircio, quando sono disteso sul letto,quello dove dorme qualcuno, alle volte.

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Se le pizze le fa trip advisor

Le nostre pretese di grandezza hanno un che di ridicolo. La cosa mi è chiara da quando ho capito che ogni grande processo è fatto da tante piccole ruote che girano, e che l’intero ha senso solo se le parti funzionano. Non si può partire dall’alto per cambiare quello che c’è in basso, sarebbe come voler bonificare una palude partendo dal cielo. Non si può costruire un artista partendo dai fan, una pizzeria partendo dalle recensioni di trip advisor, e uno staff di valore partendo dal curriculum di ciascun candidato. Non si può fare quello che si fa ogni giorno, in altre parole, perché è contro natura, e il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: è la sconfitta. Abbiamo perso ogni battaglia per la felicità, ci resta solo il rancore.

Start from the scratch, dicono gli inglesi, comincia dall’inizio. Ecco, potremmo azzerare ogni cosa, tamponare ogni veleno dal cuore e decidere che ogni cosa è semplice, perché la realtà è liquida e le cose non hanno bisogno di incastrarsi, come pretendiamo di fare, prendendole a pugni, scambiandole per i pezzi di un puzzle troppo complesso per essere completato nel tempo di una vita, bensì gocciolano una sull’altra e costituiscono un mare fluido, in cui non ci resta altro da fare che spingere, per rimanere a galla.

Le vere sliding doors non sono le nostre scelte, ma LA nostra scelta: la predisposizione che decidiamo di avere di fronte alle cose. Poi possiamo perdere il treno, un giorno, e non scoprire mai un tradimento, ma non sarà quello che avrà cambiato il destino. Quello lo cambia l’idea che abbiamo di noi stessi nel mondo. Non di noi stessi E del mondo, ma di noi stessi NEL mondo.

Le vere sliding doors sono quelle da cui facciamo uscire il rancore ed entrare la forza di seguire la strada che ci eravamo tracciati quando avevamo cinque anni e non conoscevamo altro che il mondo, e il noi stessi, nel mondo, dovevamo ancora anche solo pensare di mettercelo.

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Il cielo capovolto

Qualche tempo fa ho ritrovato un racconto scritto nei primi anni di università. Dentro righe confuse, c’era un gruppo di ragazzi con le loro dinamiche, e c’erano le loro dinamiche capovolte. A un certo punto, c’erano prati blu e cieli verdi, c’era la brutta che era bella, c’erano sguardi di ammirazione e desiderio per dentature arroccate come merli di mura di cinta crollate, c’era un cielo capovolto. Credo volessi dire qualcosa sulla relatività della bellezza, sull’assurdità delle nostre convinzioni, sulla possibilità che tutto possa essere diverso da come sembra, sull’esistenza di realtà parallele a questa, dentro a questa.

Mi sono svegliato dal sonno di ragazzo, ho alzato gli occhi dal quaderno e mi sono guardato intorno. Ho visto le facce, ho ascoltato le voci di oggi, quelle che dicono non sono razzista però, e insultano gli immigrati e i cinesi; quelli che dicono io sono di sinistra, eh, e votano PD, dicono la buona scuola, la ripresa, la filosofia del fare; quelli che dicono la pace, e s’infiammano per i marò; quelli che dicono la democrazia, che si eccitano per il referendum, e poi però che il popolo non capisce e le masse vanno guidate e non si può lasciare la scelta alla casalinga di Voghera; quelli che il discorso di Pericle agli Ateniesi lo citano solo gli ignoranti, che non sanno che ad Atene la democrazia era la dittatura della maggioranza, maggioranza all’interno di una minoranza, dove le donne non erano ammesse, dove vigeva la schiavitù, ma secondo cui poi la democrazia rappresentativa è una forma di governo perfetta, anche se rappresenta solo loro, e tutti gli altri sono populisti o grillini. Quelli che dicono io ho studiato greco, però traducono anarchia con caos.

Mi sono coperto gli occhi e le orecchie, ho provato a vedere col cuore se il cielo sopra di loro è verde o blu, per capire se sono qui o altrove. Così ho capito che qui è altrove, e che non c’è bisogno di capovolgere cieli per confondere libertà e schiavitù, che non servono universi paralleli per vivere esistenze fasulle, non c’è neanche più bisogno della colla per tenere insieme vite di cartapesta, che basta la realtà digitale, per vivere con soddisfazione questa vita disperata.

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Giovani No Tav, esibire la carta d’identità per entrare a scuola

Celebrare la libertà il 25 aprile, come ennesimo esercizio di ipocrisia, questo è brava a fare la nostra classe dirigente. E noi che non siamo classe dirigente, che cosa sappiamo fare? Sappiamo anche solo dire una “parola contraria”?

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Non solo troni di spade

Adesso tutti impazziscono per “Il trono di spade”, visto che ne hanno fatto una serie televisiva. Certo, “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”, la saga di George Martin da cui il telefilm è tratto, aveva schiere nutrite di fan, ma niente di paragonabile al fenomeno quasi apocalittico che si osserva da quando le sue storie passano sul piccolo schermo. Non oso immaginare cosa sarebbe successo se fosse stato vivo Tolkien di questi tempi. Questioni di ordine pubblico. Al posto di #ioleggoperché, comincio a pensare che sarebbe interessante una campagna del tipo #iononguardotelevisioneperché.

Tuttavia, da lettore ammirato e ormai accanito di Martin, devo dire che una delle cose migliori che abbia letto, di recente, è un suo racconto datato 1974: “Canzone per Lya”. “Racconto” è una parola che non rende l’idea: si tratta di una storia di 75 pagine, paragonabile per complessità ad un piccolo romanzo, inclusa nella raccolta “Le torri di cenere”, in cui si parla di incomunicabilità, felicità, amore, vita eterna e dell’esistenza di dio. Questa non è una recensione, ma una riflessione su come un’opera letteraria possa offrire più punti di vista e spunti di riflessione di un intero trattato. Ma questo è (o dovrebbe essere) nella definizione stessa di letteratura. Non parole vuote, o evocazione di facili, effimere emozioni, ma profonde riflessioni.

Così parla il protagonista della storia, nelle ultime pagine: “La gente cerca sempre qualcosa, qualcuno; le parole, il Talento, l’amore, il sesso, fa tutto parte della stessa cosa, della stessa ricerca. E anche le divinità. L’uomo le ha inventate perché ha paura di essere solo, è spaventato dall’universo vuoto, dalla piana oscura”.

Chi volesse saperne di più, non ha che da aprire quelle pagine, e leggere.

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Anche la scienza si compra

La notizia è di tre settimane fa, circa. Mark Maslin, uno degli editor della rivista scientifica Scientific Reports – che, benché giovane e meno prestigiosa, fa parte dello stesso gruppo editoriale del colosso Nature – ha rassegnato le dimissioni dopo che è stato annunciato che anche le riviste del gruppo Nature consentiranno agli autori di usufruire di un servizio di peer-review “accelerato”, per la modica cifra di 750 $. Del meccanismo di peer-review, che governa il sistema delle pubblicazioni scientifiche, ho già parlato tempo fa, qui ricordo solo che si basa sull’idea che i ricercatori di tutto il mondo costituiscano una comunità, all’interno della quale ciascuno presta gratuitamente la propria opera e la propria competenza, per assicurare la circolazione e la diffusione dei risultati scientifici, lavorando anonimamente, giudicando e suggerendo migliorie alle ricerche di colleghi, perché possano poi essere pubblicate.

Le dimissioni di Mark Maslin hanno provocato la risposta ufficiale, indispettita, di Nature, che ha spiegato che l’opzione del fast-tracking è un esperimento pilota, che è già utilizzato da altri gruppi editoriali e che comunque non influirebbe sull’accuratezza e sulla professionalità del giudizio sui lavori sottomessi. Nessuna di queste puntualizzazioni appare, ai miei occhi, appropriata. L’unica, vera impressione che se ne ricava è che, come sempre, chi ha più soldi sarà favorito. I gruppi meglio finanziati, che possono già fare ricerche di più alto livello, potranno contare anche su una via preferenziale di giudizio. Per non parlare delle possibili ripercussioni sul sistema stesso, che si è basato finora sulla buona volontà della comunità, ma ora qualcuno potrebbe decidere che forse non vale la pena di fare gratis un lavoro per cui puoi essere pagato. Infatti, c’è da dire che il servizio “veloce” di revisione dei lavori verrà “appaltato” ad una ditta specializzata, che, a sua volta, pagherà (la non del tutto trascurabile cifra di 100 $ ad articolo) la propria personale squadra di “revisori”, con l’impegno che ciascuno di loro completi il proprio lavoro nel tempo massimo di due settimane.

Si direbbe che l’idea che tutto si può comprare, anche il tempo impiegato per fare un lavoro estremamente delicato e importante, sia contrario ai principi della scienza, dove conta la sostanza dei fatti, il cuore delle cose. Ovviamente, questa considerazione si scontra con un’altra realtà, che sperimentiamo ogni giorno: i soldi comprano tutto, dalle sentenze dei tribunali ai risultati sportivi.

Un’ultima postilla.  Negli States questa notizia ha scatenato un po’ di dibattito, non solo su siti “di nicchia”, ma anche su siti pubblici (un esempio qui). In Italia, il silenzio. Se mai ci fosse ancora bisogno di riflettere sull’importanza che riveste in questo paese la ricerca scientifica, la sua etica e la sua trasferibilità al pubblico.

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